Condé Nast taglia cinque giornaliste

I giornalisti restino a casa, avanti gli influencer, ossia uomini e donne spesso molto giovani che dall’alto dei moltissimi follower su Youtube, Instagram Facebook, blog e simili “influenzano” i consumatori, dettano la linea, fanno marketing. Spesso pubblicità occulta. Cosa c’entrano con l’informazione? Nulla. Ma la domanda andrebbe girata a Condé Nast, multinazionale dell’editoria che da un lato chiude testate e licenzia, dall’altro organizza corsi di formazione per influencer,  “edita” social brand e ricorre a personale non giornalistico per i contenuti.

Partiamo dai giornalisti: per cinque di loro non ci sarebbe più posto in Condé Nast, si tratta di cinque redattrici che dall’8 marzo, se non succede qualcosa, si ritroveranno in cassa integrazione a zero ore, anticamera del licenziamento. Bella festa della donna davvero! Per queste giornaliste, in esubero dopo la chiusura de L’Uomo Vogue, Vogue Sposa, Bambino e Accessory, l’editore non ha trovato un posto in cui ricollocarle. Eppure la galassia delle sue testate resta nutrita, sono infatti 8 i periodici del gruppo: oltre a Vanity Fair e Glamour, ci sono Vogue Italia, GQ, Wired, AD. Architectural Digest, Condé Nast Traveller, La Cucina Italiana tutte presenti anche sul web. Appare dunque incomprensibile l’“assoluta non ricollocabilità” sostenuta da Condé Nast anche nell’ultimo incontro con i sindacati dei giornalisti. I quali scrivono: “Dopo una serie interminabile di minuetti (incentivi all’esodo, lettere di licenziamento consegnate e ritirate, trattative ondivaghe) la casa editrice che ha sempre gestito le chiusure di testata con il ricollocamento dei giornalisti oppure spalmando la solidarietà difensiva su tutto il corpo redazionale”, questa volta  “ha imboccato unilateralmente la via della cassa integrazione a zero ore per le 5 giornaliste (5 su un corpo redazionale di 103 unità)”.

No al ricollocamento e anche ai contratti di solidarietà cui pure in passato l’editore Condé Nast ha fatto ricorso attingendo alle risorse dell’Inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti). Quattro anni di questo ammortizzatore sociale che dovevano servire a tutelare i posti di lavoro dei giornalisti “non – si legge ancora nel comunicato del Cdr – per meglio perseguire la propria politica industriale in spregio dell’informazione, della deontologia e della professione giornalistica”.

Alla scadenza dei contratti di solidarietà è iniziata l’odissea di queste giornaliste, quarantenni, tutte con figli minori anche piccolissimi, lasciate in redazione senza incarico, destinatarie prima di una proposta di incentivi ad andarsene, poi di lettere di licenziamento che sono state consegnate e in seguito ritirate mentre scattava la protesta solidale dei colleghi del gruppo con scioperi e prese di posizione. Cinque donne involontarie protagoniste di una storia di resistenza alle scelte della multinazionale americana, scelte che tuttavia non riguardano soltanto loro, ma tutta la categoria e il mondo dell’informazione già sotto assedio.

Il lavoro all’interno del gruppo non manca, i giornalisti denunciano che le redazioni sono “sotto organico e in affanno”. L’editore ha poi “attivato nuovi progetti editoriali (LISA, definita sulla sua pagina Facebook agenzia media/stampa e Condé Nast Mag Accessory, definito sempre su Facebook the magazine for people who loves accessories) assumendo personale non giornalistico destinato a creare e gestire contenuti. Continua inoltre ad alimentare pericolosamente la commistione tra pubblicità e informazione autorizzando esponenti del marketing a intervenire direttamente nelle produzioni giornalistiche o addirittura a coordinarle”.

Meno informazione, più marketing, e personale non giornalistico al posto dei giornalisti. È questo l’altro aspetto inquietante della vertenza. Anche perché l’iniziativa di Condé Nast non sembra estemporanea, ma aderente a un preciso progetto. È infatti del novembre scorso il lancio in collaborazione con la Bocconi e in partnership con l’Oreal della prima “academy” in Italia “rivolta agli operatori dell’influencing marketing. Un corso che, si legge in una nota dell’editore, “vuole insegnare un uso efficace e corretto dei social media a chi intende farne parte fondante del proprio futuro professionale”. Si citano i  blogger, gli Youtuber e gli Instagrammer e,  si legge ancora, “l’obiettivo è quello di formare la prima generazione di influencer che alla pratica quotidiana dei digital e social media possa aggiungere, nel campo della comunicazione e del marketing e delle tendenze di mercato, le competenze necessarie per “cambiare il cambiamento”, invece che semplicemente adeguarsi a esso”.

Quindi Condé Nast taglia da una parte e investe da un’altra. E pare di capire che in futuro verremo “influenzati” più che informati. La vertenza di Condé Nast rischia di diventare paradigmatica per tutto il mondo dell’informazione. I giornalisti della casa editrice che non intendono avallare la cassa integrazione delle cinque colleghe perché “perfettamente ricollocabili”, non solo promettono di vigilare “per contrastare ogni irregolarità a cominciare dalla presenza di abusivi” in redazione, ma parlano di un “attentato alla professione giornalistica e al contratto che avrà ricadute su tutta la categoria”. E, aggiungiamo, sul diritto all’informazione.