Con Vincino sui banconi della tipografia
in via dei Taurini 19, tra Tango e l’Unità

Andavamo tutti a Via dei Taurini. Al numero 19, per la precisione, in un palazzone di 5 piani, venuto su alla metà degli anni Cinquanta e, dal 1956 al 1992, sede de l’Unità, condivisa con Il Paese – Paese Sera. Ci passava, ogni tanto, anche Vincenzo Gallo, in arte Vincino – scomparso all’età di 72 anni (era nato a Palermo nel 1946) – quando andava alla redazione di Tango, il settimanale satirico dell’allora organo del Pci, diretto da Sergio Staino. La redazione stava in una palazzina vicina, a pochi metri dalla sede del giornale ed ospitava anche la redazione di Rinascita. Mi capitava spesso d’incontrarlo al vicino bar, magari in compagnia di Staino, Ellekappa, David Riondino, Roberto Perini, Paolo Hendel e, qualche volta, Andrea Pazienza. Io e Vincino ci si salutava ma non eravamo in confidenza, però ci capitava di lavorare fianco a fianco, quando quell’allegra brigata (magari non tutti assieme) impaginava e dava gli ultimi ritocchi ai numeri di Tango nella tipografia del giornale, sugli stessi banconi su cui io chiudevo le pagine de l’Unità. Accadeva tra il 1986 e il 1988, nel periodo di vita e della direzione di Sergio Staino – 127 numeri – di quella gloriosa rivista la cui eredità fu poi raccolta da Cuore, sotto la direzione di Michele Serra dal 1989 al 1994. E Vincino c’era sempre.

Vincino era un artista «scorretto»: graficamente e grammaticalmente. Disegnava storto, arzigogolato, usando

Vincino

prospettive sbilenche da sotto in sù, da sopra in giù, attorcigliandosi, con i suoi pennarelli che estraeva da una sacca che si portava sempre appresso, su uomini e cose. Riempiva fumettini striminziti dentro i quali inzeppava parole che faticavano a entrare e accompagnava le sue gag con didascalie sghembe, spesso piene di «refusi», lettere mancanti o doppie dove non ci sarebbero dovute stare. Uno stile sgrammaticato, apparentemente affrettato, compulsivo, come la sua satira (l’ha definita proprio così – compulsiva – Sergio Staino in un bel ricordo apparso sul suo blog e ripreso dal quotidiano Il Dubbio).
E, va da sé, era scorretto politicamente. Non a caso la sede in cui ha esercitato la sua satira negli ultimi venti anni è stato Il Foglio di Giuliano Ferrara (e ora di Claudio Cerasa), un quodidiano che dell’anti-correttezza politica e dell’opposizione al piagnisteo culturale – ha fatto una sua bandiera.

Era anche la bandiera di Vincino che il disegnatore, autonomamente, anarchicamente, radicalmente ha fatto sventolare – paradossalmente – sotto diverse bandiere editoriali: da Lotta Continua a L’Ora di Palermo, da L’Avventurista (supplemento di Lotta Continua) a Ottovolante, quotidiano satirico dalla brevissima vita (solo dieci giorni d’uscite) dal Clandestino (supplemento de L’Espresso) a Tango, Cuore, passando per l’immancabile Linus. E poi, finalmente, Il Male (1977-1982) con Pino Zac e Vauro, bomba dirompente situazionista con le sue copertine, vignette e soprattutto le false prime pagine – altro che le fake news sui social! – dei maggiori quotidiani italiani (l’arresto di Ugo Tognazzi, quale capo delle Br; l’annullamento dei Mondiali di calcio) e internazionali (persino una falsa copia di Trybuna Ludu che annunciava la fine del regime comunista polacco). Del resto alle beffe Vincino c’era abituato fin da studente, se è vero che all’esame di ammissione all’albo professionale degli architetti presentò un progetto di un faraonico centro sociale per ventimila persone ricalcato sulla pianta del carcere dell’Ucciardone.

La sua satira era fastidiosa, irriverente, radicale, eppure mai violenta. Gli costò denunce, licenziamenti, cacciate dal Parlamento, provocò guai a molti direttori di giornali, compresi quelli de l’Unità. Nonostante tutto quotidiani e riviste si contendevano la collaborazione di Vincino, a cominciare da Il Corriere della Sera; fino all’approdo a Il Foglio, politicamente distante, forse, dalle sue idee ma che si è rivelato una palestra ideale per la sua ginnastica. Magari un po’ opportunista, Vincino? È Sergio Staino a ricordare che, ai tempi di Tango il disegnatore palermitano gli raccontò la voglia che aveva avuto di scrivere una sua biografia. «Non la scrisse mai – scrive Staino sul suo blog – e si fermò solo alla copertina ma già in quella c’era tutto Vincino. Il titolo diceva: “Vita di Vincino”, il sottotitolo: “Storia di un opportunista”, sotto-sottotitolo: “Tutta la verità”; sotto-sotto-sottotitolo: “Cioè, non tutta. Sennò che opportunista sarei?”».

Però una sua autobiografia, comunque l’ha scritta e s’intitola Mi chiamavano Togliatti. Autobiografia disegnata a dispense (Utet, 2018), appena uscita e con la quale ha vinto il 46° Premio Satira Forte dei Marmi. Addio Vincino, il Migliore.