Con la modifica della dottrina militare russa l’uso dell’atomica è più facile

E alla fine eccolo qua, il topo di putiniana memoria che, messo all’angolo, è pronto a mordere per togliersi d’impaccio. Putin annuncia l’inannunciabile ricorso alle armi nucleari, avvertendo che stavolta non è un bluff. Lo fa, tra le smentite della portavoce del ministero degli esteri Maria Zakharova (“parole mai dette”) e le conferme dell’ex presidente Dimitri Medvedev, da tempo ormai allineatosi tra i falchi. “Qualsiasi arma russa, comprese le armi nucleari strategiche e le armi basate su nuovi principi, potrà essere utilizzata” per proteggere tutti i territori ucraini che aderiranno alla Federazione russa con i referendum nel Donbass: così Medvedev. Ma solo ad agosto il vice-capo della delegazione russa all’Onu, Andrej Blousov, aveva bollato come “infondate” le accuse rivolte alla Russia di voler ricorrere al nucleare, citando la dottrina militare russa, i cui estremi non sarebbero stati applicabili alla situazione in Ucraina.

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L’ambiguità è la materia prima della deterrenza, che cosa abbia davvero in mente Putin non è dato sapere. Quello che sappiamo è che il capo del Cremlino poco più di un anno fa ha aggiornato la dottrina militare russa, ampliando le circostanze di un possibile ricorso all’uso del nucleare, per quanto è dato da intendere visto che le precedenti versioni sono rimaste secretate – il che lascerebbe presupporre che l’esposizione stessa della nuova dottrina abbia una valenza militare.

Il ruolo dei referendum e l’integrità territoriale

Pur teorizzando una linea di condotta difensiva, fatto salvo l’arsenale nucleare strategico destinato alla “dissuasione”, dal 2021 Mosca prevede l’impiego di armi nucleari tattiche nei casi in cui fosse minacciata non solo “l’esistenza”, ma anche “la sovranità e l’integrità territoriale dello Stato”. I referendum farsa nel Donbass che preludono all’annessione di quei territori alla Russia, creerebbero appunto le condizioni per cui ogni attacco militare da parte dell’Ucraina verrebbe a configurarsi come attacco diretto all’integrità territoriale della Federazione russa.

A parte l’assurdità di presentare l’aggressore come aggredito, resta intatto il rischio del superamento di quello che dopo Hiroshima e Nagasaki è stato un tabù.

L’arsenale nucleare russo

Mosca può contare su un arsenale atomico di circa 6000 testate, per lo più strategiche. Tra queste 1500 troppo antiquate e ormai in dismissione, mentre 1588 sarebbero pronte all’uso. Nel totale vanno contate circa 2000 testate nucleari tattiche, che hanno una potenza nettamente inferiore, tra 0,6 e 170 kiloton (quelle usate in Giappone erano tra 15 e 21 kiloton) sono considerate armi da teatro con un raggio d’azione limitato, sono miniaturizzate e per questo più maneggevoli: possono essere lanciate da sistemi di artiglieria a terra (Mosca ha postazioni molto nutrite a Kaliningrad), da razzi e da aerei.

Su questo campo la superiorità numerica della Russia è notevole. Gli Stati Uniti hanno infatti una dotazione di 500 testate nucleari tattiche, in parte conservate in cinque paesi NATO (Belgio, Germania, Italia, Olanda, Turchia).

La dottrina militare russa

La fine dell’Urss e del patto di Varvavia ha spinto Mosca a rivalutare l’uso di armi nucleari tattiche vista la condizione di inferiorità convenzionale e di risorse. Il loro uso è subordinato all’autorizzazione presidenziale con “tripla chiave” (presidente, ministro della Difesa e capo di Stato maggiore generale). Ma sugli obiettivi e sulle condizioni per ricorrere a simili armi, la dottrina militare russa nella sua ultima versione non è poi così chiara. Tanto che gli analisti occidentali si dividono sulle interpretazioni possibili.

Il ricorso ad armi nucleari tattiche, secondo alcuni, ricadrebbe sotto la classica formula di “escalate to de-escalate”, servirebbero cioè a ristabilire sul campo condizioni più favorevoli a Mosca sul piano militare per poi tornare a mezzi convenzionali. Secondo altri la dottrina militare russa prevede piuttosto l’”escalate to win”: l’impiego di nucleare tattico per cambiare le sorti della guerra, perché una volta passati al nucleare non si tornerebbe indietro.

Cosa accadrà ora?

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Finora Putin ha usato la minaccia nucleare nel conflitto in Ucraina più che altro per cercare di dissuadere Nato e Stati Uniti dall’interferire, sia pure senza particolare successo. Se anche non ci sono forze militari occidentali sul terreno, non c’è dubbio che il sostegno dato a Kiev dall’Occidente è stato determinante per garantire la resistenza all’invasione russa. Resta da capire cosa accadrà ora.

Una guerra convenzionale, con l’invio di forze fresche in numero soverchiante e di mezzi militari che al momento Mosca non ha, esporrebbe Putin ad una stagione di incertezza all’interno, senza considerare che il presidente russo ha costruito le sue fortune sulla sua immagine di uomo forte, abituato a vincere costi quel che costi, fossero i morti del teatro Dubrovka, la strage di bambini nella scuola di Beslan, Grozny rasa al suolo e consegnata alla ferocia di Kadyrov, tanto per dire.

I rischi del varcare la soglia nucleare

Per di più nella classificazione dei conflitti, esterni o interni, la dottrina militare russa attribuisce alla guerra all’interno del territorio russo una definizione assai simile a quella che abbiamo imparato a conoscere in Ucraina: si parla di “operazione speciale congiunta”, perché prevede il dispiegamento anche di forze di polizia, che invece sono rimaste fuori dai confini ucraini. Il termine “congiunta” è stato sostituito da “militare”, ma la sostanza non cambia: il territorio di Kiev è considerato già parte integrante della Russia. E secondo Mosca va “protetta” con ogni mezzo.

Varcare la soglia nucleare, dopo che anche la Cina – l’alleato “senza limiti” – ha preso le distanze sembrerebbe però molto più di un passo falso. Richiudere il vaso di Pandora potrebbe diventare un esercizio impossibile e allora addio dottrine, first strike e sogni neo-imperiali. Ma nella solitudine del Cremlino, all’estremità dei suoi tavoli assurdamente lunghi, con la fila di possibili coscritti in fuga al confine con la Finlandia e le manifestazioni di protesta nelle città, Putin assomiglia sempre di più al topo delle sue memorie di ragazzo di strada.