“Compagne”, quella grande sfida nel Pci: il patto tra donne che bisogna ricostruire

“Perché ho sperimentato che il Patto fra donne è possibile ed è bello. A una giovane direi: provaci anche tu, perché noi ci siamo anche tanto divertite”, scrive Livia Turco in “Compagne. Una storia al femminile del Partito comunista italiano” (Editore Donzelli, pagine 195, euro 19). È l’ultima frase del libro. Una storia e un secolo di partecipazione femminile dalla nascita alla fine del Pci, presentando le protagoniste e le battaglie di ciascuna che hanno scandito quella storia.

A partire della nascita dal PCd’I, il 21 gennaio 1921. Quando Camilla Ravera racconta che alla vigilia del congresso di Livorno le compagne di Torino avevano organizzato una riunione di donne. E in tante poi parteciperanno alla Resistenza e sono state donne che hanno contribuito a scrivere la Costituzione. Donne presenti nei sindacati e in molte altre associazioni. Nel 1945 nasce l’Udi (Unione Donne Italiane) nella quale confluiscono i Gruppi Difesa Donna che si erano organizzati nel 1943. Questa storia va dal 1921 e finisce il 2 febbraio 1991, a Rimini, con la nascita del Partito democratico della sinistra. Allora comincia un’altra storia: Pds, Ds, Pd.

La fatica delle donne del Pci nel libro di Livia Turco

Nel febbraio 1975 Adriana Seroni del femminismo critica la separazione dei temi del corpo, della sessualità e del costume dalla battaglia più generale della trasformazione sociale. Tuttavia pensa che bisogna cogliere la sfida. Saranno leggi come quella del divorzio (1970); il piano quinquennale per l’istituzione degli asili nido comunali con il concorso statale (1971); la tutela delle lavoratrici madri (1971); la riforma del diritto di famiglia (1975); i consultori familiari (1975); la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro (1977); l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, pubblico nazionale universalistico e solidale (1978); la Prevenzione e la regolamentazione dell’aborto e la tutela sociale della maternità (1978); la riforma della psichiatria (1978).

Ma se nella società ci sono le donne e ci sono gli uomini, nel Pci le donne faticano ad assumere ruoli di maggiore responsabilità e la loro vita dentro il partito è più complicata che per gli uomini. Uomini e donne. Due binari paralleli. Eppure, quella femminile viene ritenuta una grande questione nazionale e dunque ha, dentro il Pci, ad ogni livello, la commissione apposita a occuparsene.

Nel Partito, la cultura prevalente è quella dell’emancipazione femminile. Solo quando il femminismo irrompe sulla scena mondiale e italiana e, grazie alle femministe iscritte al Pci, anche nella cultura politica dei comunisti italiani, cominciano a circolare le parole libertà femminile e differenza di sesso.

“Stavamo nel Pci – scrive Livia – ma volevamo cambiarlo. Come diceva Adriana Seroni, quando ci lamentavamo dei nostri compagni: «Oh bimba, i nostri compagni sono la parte migliore della società italiana ma fanno sempre parte della società italiana!”. Per esempio sull’autonomia e la lotta contro la violenza sessuale. Si trattò di un conflitto forte. Una sua parte, femminista forse minoritaria ma autorevole, riteneva che non dovessero essere le donne a promuovere un disegno di legge, e che fosse preferibile che la denuncia della violenza avvenisse attraverso la querela di parte.

Livia Turco e le donne del Pci devono inventarsi qualcosa. Dunque, racconta, “allestimmo un grande gioco di squadra e animate da orgoglio e passione politica facemmo una battaglia determinata nel Comitato centrale del partito per avere tante donne in lista e ottenere almeno il 30% di donne elette”. Altro conflitto sulla rappresentanza. Alcune dubitavano di quella che veniva indicata come la rappresentanza di sesso dove le donne sarebbero state in Parlamento in nome e per le donne.

Però la notte del 26 aprile 1986 avviene un incidente nucleare a Cernobyl. Una tragedia che sconvolge. “Il 24 maggio 1986 il femminismo romano indice una manifestazione, durante la quale Alessandra Bocchetti propone a tutte le donne, comprese le donne della politica, un patto di coscienza”. Andiamo tutte alla manifestazione. “Gli interventi femminili nel mondo servono poco o niente se non prendono forza, ragione, argomenti da rapporti sociali femminili. Da un’autorità sociale di origine femminile”. È la frase conclusiva dell’intervento di Lia Cigarini della Libreria delle donne di Milano al Convegno sul dopo-Cernobyl “Scienza potere coscienza del limite. Dopo Cernoby: oltre l’estraneità”.

“Questo era politica e per la prima volta noi volemmo tentare di costruire quei rapporti sociali nuovi tra donne in un luogo «tradizionalmente» maschile come un partito politico”. Un libretto che dice “La carta delle donne” con la D color rosa fucsia contiene la scommessa che a parole gli uomini condividono. Ma solo a parole. Nel Partito si è abituati a parlare di un movimento di massa che si dedichi ai servizi sociali, asili-nido, lavoro. Intanto, nel femminismo fioriscono gruppi di autocoscienza, librerie, luoghi di incontro, collettivi. Le donne vogliono qualcosa di più dell’eguaglianza e della parità, i due binari sui quali ha corso il treno dell’emancipazione femminile. L’inizio della Carta recita: “Siamo donne comuniste” per poi sottolineare che viene “dalle donne la forza delle donne”.

1990 MANIFESTAZIONE DEL PCI FOTO MODICA / AGF

La fine del Pci e la fine di una grande battaglia

Il nuovo Pci è il tema del XVIII congresso che si svolge nel marzo del 1989. Segretario nazionale Achille Occhetto. Le donne sono al centro. Il congresso lo apre una relazione della filosofa Luce Irigaray. Ma con “la svolta” le cose cambiano. Quel processo politico che dal 12 novembre 1989, giorno dell’annuncio della svolta a Bologna al rione Bolognina del quartiere Navile, prende una strada ancora sconosciuta. Il 3 febbraio del 1991, al Congresso di Rimini, tra le lacrime di molti e molte favorevoli o contrari, il simbolo del Pds viene issato sul palco a coprire la falce e martello.

“…La fine del Pci comportò la fine dell’unità politica delle donne, delle donne come soggetto collettivo e dunque la fine del progetto della Carta delle donne. Personalmente commisi l’errore di non riunire la Sezione femminile prima di esprimere il mio pronunciamento personale nella segreteria nazionale del partito”, scrive Livia Turco. La politica non è un pranzo di gala. “Abbiamo capito troppo tardi l’importanza di imparare a praticare la disparità, diventare capaci di sceglierci, di misurarci più esplicitamente con il potere e di giocare la partita in prima persona. Sentirci leader e non solo alleate del leader, estirpare dal nostro foro interiore il sentimento della secondarietà”.

Già. Sarebbe però stato indispensabile trovare parole altre, un linguaggio diverso per gestire il potere interrogandosi sulla sua qualità.

Scrive Miriam Mafai nel suo libro “Pane nero”: forse perché sia pure tra le difficoltà e le tensioni ognuna di noi dovette imparare in quegli anni a decidere da sola, senza l’aiuto né la tutela di padri, mariti, fidanzati, ognuna di noi divenne, nel pericolo e nella miseria, più padrona di se stessa”.
E questo non è ancora successo. Anche adesso: con la guerra e la pandemia. Autorizzarci alla libertà vorrebbe dire fare una politica saggia, ragionare con uomini e donne.
“Il Patto fra donne è possibile ed è bello.”
Anche ora.