Comincia con la guerra alla Francia sui migranti la politica europea del governo Meloni

La pletora di commentatori che prima e dopo la formazione del governo Meloni ci avevano rassicurato in tutti i modi sul fatto che la nuova presidente del Consiglio e i suoi ministri sarebbero stati “costretti” alla ragionevolezza nella politica verso l’Europa sono serviti. L’Italia non solo si è gettata a capofitto dentro una guerra diplomatica con la Francia che non si vede come possa finire, ma con l’osceno spettacolo messo in scena ai danni di qualche centinaio di poveri innocenti a Catania ha buttato a mare l’unico risultato che il governo Draghi, dopo anni di tira-e-molla di tutti i governi precedenti, era riuscito finalmente a portare a casa: l’accordo sulla redistribuzione dei migranti in arrivo sulle nostre coste e su quelle spagnole e greche firmato il 10 giugno scorso da 18 paesi dell’Unione europea più la Svizzera, la Norvegia e il Liechtenstein. Macron e il suo ministro dell’Interno Gérald Darmanin hanno fatto sapere che per quanto riguarda i 3.500 rifugiati ora in Italia che in base a quell’intesa avrebbero dovuto trovare ospitalità in Francia non se ne fa niente. Anzi, peggio: Darmanin ha invitato anche i tedeschi (e implicitamente anche tutti gli altri firmatari dell’accordo) a non rispettare le quote che spetterebbero loro e il presidente ha aggiunto che a questo punto le istituzioni europee dovrebbero considerare decaduto l’accordo con l’Italia.

Macron e Meloni

Il rischio di essere lasciati soli per davvero

Insomma, dopo anni di insopportabili geremiadi vittimistiche sul fatto che il nostro paese “viene lasciato solo”, stavolta rischia di brutto di venir lasciato solo per davvero a gestirsi i “suoi” migranti. È il risultato di una politica fatta di demagogia, machismo decisionista e, soprattutto, di insipienza. Qualsiasi persona con la testa sulle spalle sarebbe stata in grado di prevedere che la grottesca prova di forza nel porto di Catania era destinata a concludersi con lo sbarco dei migranti, anche quelli del “carico residuo” castigati dalla “selezione” partorita dalla fertile mente del ministro Piantedosi. O del burattinaio Salvini che tira i suoi fili. Ma – diciamoci la verità – se non fosse per le implicazioni politiche e diplomatiche della colossale brutta figura, la non applicazione dell’accordo non sarebbe poi una tragedia. Bisognerebbe che, ragionando sugli arrivi di profughi in Italia, si ritrovasse ogni tanto il senso della misura e il conforto dell’aritmetica. Da quando si è insediato il governo Meloni sono sbarcati sulle coste italiane un po’meno di novemila profughi, un decimo dei quali dalle navi delle ONG. Anche gli sbarchi dei mesi e degli anni precedenti sono in questo ordine di grandezza: le migliaia o le decine di migliaia. Davvero dovremmo pensare che per un paese di 55 milioni di abitanti l’accoglienza dello zerovirgolazerozeroequalcosa della popolazione sia un problema ingestibile?

È una domanda cui dovrebbero rispondere non solo gli italiani, quelli che hanno votato Meloni e quelli che non l’hanno votata, ma anche gli altri europei. La sindrome dell’”invasione” non imperversa solo da noi. Uno dei motivi, non il più nobile, per cui Macron e Darmanin si sono scagliati così duramente contro il governo italiano è che dovevano parare gli attacchi della destra estrema di casa loro che si è rivoltata contro la decisione di aprire un porto francese (Marsiglia, poi sostituita da Tolone) alla Ocean Viking scacciata dai mari italiani. Marine Le Pen e il suo rivale, l’ex astro nascente ora un po’ avvizzito Eric Zemmour, nell’occasione non hanno mostrato alcuna remora a denunciare come un’infamia del governo di Parigi l’apertura ai profughi che i loro camerati di Roma rivendicavano come una “vittoria” ottenuta sui francesi riottosi.

Contraddizioni in senso al popolo sovranista. Non sono certo né le prime né, c’è da scommettere, le ultime. I nazionalisti sono fatti così: per tutti vengono prima i miei…Non a caso l’unico governo dal quale sia venuta nei giorni scorsi solidarietà alle durezze meloniane e salviniane contro i migranti è stato quello ungherese. Il che dovrebbe aver provocato un brivido d’imbarazzo nella capa del governo che, da quando ha scoperto le virtù dell’atlantismo d’acciaio inossidabile, ha preso le distanze da Orbán con i suoi amorazzi putiniani. I polacchi, invece, i veri partner ideologico-politici di Meloni e compagnia, sono restati zitti, almeno pubblicamente. D’altra parte, quello di Varsavia è uno dei nove paesi che si sono chiamati fuori dall’intesa di Lussemburgo, con l’argomento – per una volta sostenibile – che fanno già la loro quota di sacrifici accogliendo almeno tre milioni di esuli ucraini: i “veri profughi di guerra”, non come quelli che arrivano con i barconi o le ONG, nel linguaggio violento e discriminatorio della destra-destra.

ocean viking sos Mediterranée
La Ocean Viking

 

E la Ocean Viking viaggia verso Tolone

Intanto la Ocean Viking naviga verso Tolone. Al largo della Corsica si è fermata per permettere il trasbordo di alcuni profughi che stavano male. A tutti gli altri saranno risparmiate le sofferenze e le umiliazioni che avrebbero subìto se, come quelli sulle altre navi, la Humanity 1 e la Geo Barents, fossero finiti nella trappola disposta dal governo italiano a Catania.

Restano da considerare i danni e le conseguenze politiche della sconsiderata guerra che la presidente del Consiglio ha pensato di ingaggiare con il paese che in Europa conta quel che conta ed è quello a noi più vicino, oltretutto legato da un patto speciale di collaborazione firmato solo qualche mese fa al Quirinale da Macron e Mattarella. L’incidente provocato da Meloni e Salvini con le loro grida di vittoria contro i francesi poche ore dopo che la capa del governo aveva perorato (per usare un eufemismo) l’aiuto di Macron nell’incontro a Sharm-el-Sheikh è forse ancor più grave di quello che provocò la stratosferica maldestrezza di Luigi Di Maio, quando con l’allora complice Di Battista nel febbraio del 2019 andò a incontrare i gilets jaunes che devastavano il centro di Parigi. Macron allora ritirò l’ambasciatore e parve il momento più basso mai toccato dalle relazioni italo-francesi dal tempo della seconda guerra mondiale. Meloni, Salvinipiantedosi e compagnia bella forse riusciranno a battere il record.