Come ne usciranno
economia e democrazia?
Dipende solo da noi

Dopo alcune settimane di stretto isolamento – che per una concessione alla nostra anglofilia viene chiamato lockdown – per combattere più efficacemente la pandemia da coronavirus, viene spontaneo porsi due domande: quando? come?

Quando usciremo dalla pandemia?

Come ne usciremo?

Parliamo prima del quando. I dati degli ultimi giorni sono incoraggianti. La velocità con cui si diffonde il virus in Italia sta diminuendo (non nel mondo, però). Ma comunque il numero dei positivi registrati (al netto dei guariti e, purtroppo, di chi non ce l’ha fatta) continua ad aumentare, sia pure più lentamente. Forse stiamo raggiungendo una stabilizzazione della crescita al plateau come ha sostenuto il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro. Ma è un plateau che non somiglia affatto a un piatto pianoro, bensì a una successione di montagne russe. Si scende, si sale poi si ridiscende e poi ancora si risale. Certo non siamo ancora alla decrescita, ovvero alla diminuzione in termini assoluti dei contagiati.

La nostra domanda deve essere dunque più articolata. Quando il numero dei positivi inizierà a decrescere? Quando il numero di nuovi positivi diventerà zero?

La fantasmagoria dei numeri

Circola in questa giorni una fantasmagoria di numeri e di curve, spesso elaborati da studiosi di grande valore. Alcuni offrono scenari analoghi, altri scenari diversi. Nessuna ha fondamenta certe. Non fosse altro perché non sappiamo quanto davvero sia diffuso il contagio. Quelli rilevati in Italia hanno da poco superato i centomila. Ma l’altro ieri è stata diffusa anche un’analisi di un gruppo di studiosi dell’Imperial College di Londra che parla di circa sei milioni di contagiati invisibili: il 9,8% della popolazione. In verità il gruppo inglese di scienziati offre una forchetta piuttosto ampia: ovvero dice che i contagiati sono compresi tra il 3,2% (circa 2 milioni) e 26% (circa 15 milioni). Questi numeri sono stati immediatamente contestati dal nostro Istituto superiore di sanità (ISS) sia perché vistosamente esagerati sia perché privi, appunto, di solide fondamenta. Tuttavia l’episodio indica che anche per gli esperti – e quelli dell’Imperial College lo sono quanto quelli del nostro ISS – si muovono sulle sabbie mobili di dati poco affidabili e, giocoforza, propongono previsioni che a loro volta sono scritte sulla sabbia, per di più mobile.

Questa mancanza di dati certi si aggiunge all’estrema complessità della diffusione di un virus ancora sostanzialmente sconosciuto. Non sappiamo, esattamente, come si è comportata nei vari paesi nelle scorse settimane; non sappiamo quando è avvenuta il salto di specie da uomo a uomo e non sappiamo chi e quando è stato il paziente zero che ha trasmesso, per la prima volta, il virus da uomo a uomo. Ci sono molti indizi – ma nessuna prova certa – che il coronavirus possa avere iniziato a diffondersi prima della fine di dicembre, qualcuno dice già in autunno.

In ogni caso non conosciamo una serie di altre variabili: che cosa, per esempio, ha provocato una maggior diffusione in Pianura Padana e perché sembra procedere a passo lento in Africa o in India (nella speranza che non acceleri mai, sia chiaro)? Soffre o no il caldo, il coronavirus? Procede o no a ondate o, al contrario, si diffonde seguendo una linea retta? Quanto conta la dinamica della pandemia in paesi vicini? E quanto conta l’esistenza o meno di un sistema sanitario di tipo universalistico (domanda decisiva per gli Stati Uniti come per l’Africa)? Quanto contano i nostri comportamenti? Quanto sta funzionando la distanza sociale? Fino a quando resisteremo, chiusi in casa?

Non c’è una risposta precisa

Queste e altre domande non ammettono una risposta precisa. Per cui non è possibile – neppure agli epidemiologi, virologi, biostatistici, infettivologi più esperti – fornire risposte precise. Mentre circolano sui media e sui social previsioni che, regione per regione, indicano addirittura il giorno esatto della fine dell’incubo.

Altri, meno tassativi, indicano la fine della diffusione del virus in Italia tra gli ultimi giorni di aprile e i primi di maggio. Speriamo che abbiano ragione. Ma il consiglio è: non prendiamo per oro colato queste previsioni. Siamo cauti e non abbassiamo la guardia. Accettiamo, anche se è difficile, di non sapere. Accettiamo di navigare ancora a vista, per quanto qualche finestra di luce sembra aprirsi nelle nebbie.

D’altra parte chi ha azzardato risposte apodittiche – vedi Boris Johnson oltremanica o Donald Trump negli Stati Uniti – ha dovuto rapidamente ricredersi. E capovolgere le sue strategie.

Un discorso analogo vale per il come ne usciremo: non lo sappiamo.

Questa domanda, tuttavia, ammette due ordini di risposte: uno quantitativo, l’altro qualitativo. Il primo ordine si rapporta alla prima domanda, quando? È molto probabile – ma non prendete alla lettera neppure quello che stiamo per dire – che non ne usciremo in maniera netta e definitiva. Che ne usciremo, almeno fino a quando non ci sarà il vaccino o un’immunità di comunità, in maniera lenta, asintotica dicono i matematici. In diverse settimane, forse in diversi mesi. E poi magari, chissà, dovremo affrontare una seconda ondata epidemica, forse in autunno (come teme Anthony Fauci).

Ne deriva che per molte settimane ancora, se non per molti mesi – qualcuno azzarda, per due anni – non potremo vivere “normalmente”, intendendo per “normale” la vita che conducevamo prima. Ma dovremo muoverci sempre con estrema prudenza, magari tenendo la distanza di un metro dalle altre persone indossando una mascherina.

Ne usciremo quindi in modo diversificato, a seconda dell’età, della professione, della propensione a viaggiare, forse anche del sesso (le donne sono meno suscettibili al contagio degli uomini). Difficile, se non impossibile, prevedere i dettagli. Che dipendono da tante variabili, comprese quelle economiche, sociali e politiche.

Per rispondere alla domanda sul come nella sua dimensione qualitativa conviene ricordare qual è la definizione di salute, secondo l’Organizzazione mondiale di sanità: salute è “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente “assenza di malattie o infermità”.

Una pornografia del dolore

In questa luce la domanda chiama in causa il nostro benessere anche da un punto di vista mentale e sociale. Persino politico, insistiamo.

Quanto sta influendo la pandemia, la visione ininterrotta in televisione o sui social di ospedali e persino di sale di rianimazione con un’insistenza che sia avvicina, talvolta, alla pornografia del dolore? Quanto ci turbano nel profondo decine di racconti di madri, di mogli, di figlie di uno che non ce l’ha fatta che ci vengono proposti quotidianamente?

Quanto stress ci provoca l’isolamento? Straordinario, a questo proposito, un video che circola in tv e sui social di una donna a Wuhan che, esasperata e pur di uscire dalla sua casa prigione, si è calata dalla finestra scendendo lentamente di piano in piano all’esterno di un grosso palazzo.

Come, dunque, ne usciremo psicologicamente? Non lo sappiamo.

Cosa ne sarà del nostro benessere economico? Quanto aumenterà la disoccupazione? E la povertà? E quanto calerà il PIL? Quante sofferenze produrrà la diminuzione di ricchezza, che quasi certamente (attenzione sempre alle previsioni apodittiche, però) ci sarà? Non lo sappiamo.

Possiamo però prepararci. Magari iniziando a realizzare le infrastrutture sanitarie e anche sociali e anche economiche per fronteggiare meglio di quanto non abbiamo fatto adesso la pandemia prossima ventura. Perché quasi certamente (attenzione sempre alle previsioni apodittiche, però) dopo SARS-CoV-2 arriverà, più o meno a breve, un altro agente patogeno capace di pandemia.

Anche la politica conta e conterà, per la nostra salute intesa come stato di benessere. Lasciamo perdere per una volta l’Italia, anche se bisogna dire che – al netto di molti errori, alcuni essi sì prevedibili – le istituzioni si stanno comportando meglio che in altri paesi europei e occidentali.

Dovremmo parlare del nostro modello di sviluppo, insostenibile da un punto di vista sociale ed ecologico, nelle cui crepe si intrufolano troppo facilmente virus e altri agenti patogeni. Lo faremo in altra occasione.

Il futuro dell’Europa

Consideriamo ora una politica più immediata. Consideriamo l’Europa: dalla pandemia come europei potremmo uscirne meglio, come ci auguriamo, con un maggiore benessere datoci dalla consapevolezza di appartenere a una comunità solidale a scala continentale (più si è uniti, maggiore è la probabilità di vincere anche i virus) o potremmo uscirne molto peggio, con la consapevolezza che il sogno europeo è naufragato definitivamente davanti allo scoglio del coronavirus dopo aver preso molto acqua di fronte alla crisi economica del 2007/2008 e all’emergenza (che non è un’emergenza) migranti. Troppi egoismi vengono ormai non solo agiti, ma proclamati. Troppi egoismi diventano bandiere e padri di azioni concrete. E non solo a opera di forze e movimenti sovranisti.

Viktor Orban in Parlamento

Sia chiaro: un’Europa divisa dal virus è un’Europa che difficilmente avrà un futuro desiderabile.

Ma a uscirne a pezzi potrebbe essere anche il concetto e la pratica concreta della democrazia. Viktor Orbán che in Ungheria, uno dei 27 paesi dell’Unione Europea, chiede e ottiene il potere assoluto e senza vincoli da un parlamento tanto subalterno da suicidarsi lascia intravedere la possibilità che potremmo uscire dalla crisi pandemica non solo con un pesantissimo deficit sanitario, finanziario, economico e sociale, ma anche di democrazia.

La partita è aperta, per tutte le questioni che abbiamo sollevato. Per quella sanitaria e del welfare sanitario; per quella economica; per quella sociale; per quella europea; per quella democratica. Stiamo dunque a casa – fino ad aprile o agli inizi di maggio o a quando sarà – ma stiamo sempre vigili. Si può cercare di impedire la deriva del nostro benessere – mentale, sociale e anche politico – anche stando fisicamente tra le quattro mura domestiche.