“Come sempre”: l’antologia di trent’anni di poesia di Paolo Febbraro

In una sua recente raccolta di saggi e interventi, dal titolo “Poesia allo stato critico” (Inschiboleth 2021), Paolo Febbraro, a proposito delle responsabilità del poeta-critico, scrive: «Egli sa che non potrà mai espugnare completamente la cittadella della sua ispirazione, e nonostante ciò deve tentare di comprenderla. È come quando un urbanista disegna un centro abitato: strade e palazzi sono quelli, in quella tale posizione reciproca, e il progettista deve poter intuire alcune delle direzioni in cui saranno percorsi, quali saranno le relazioni fra gli abitanti».

E forse proprio in questo senso che l’urbanista Febbraro ci ha aperto la strada per percorrere la sua cittadella, costruita dal 1992 al 2022 e appena pubblicata per l’editore Elliot con il titolo “Come sempre“. L’antologia si apre con una delle poesie più celebri dell’autore romano, Deposizione, in cui con un tono solenne, ancora una volta, si «dà testimonianza», si «mette a verbale» un mondo – o la poesia stessa? – che non c’è più e di cui si depongono infine le ceneri nell’urna. Mi piace pensare che questa poesia, posta all’inizio di un percorso all’interno dell’opera febbrariana, sia invece l’ennesima provocazione di un poeta che si è sempre dichiarato fuori tempo, facente parte di un mondo estinto o in esilio, ma che in realtà è tra i pochi a tentare di dimostrare, come sempre, il proprio coinvolgimento assoluto con le cose del mondo, del presente e del passato.

Un’opera costruita con delle “sezioni-libro”

Paolo Febbraro

Non a caso sono voluto partire, in queste righe, evidenziando una dimensione spazio-temporale. Il libro-cittadella di Febbraro infatti si costruisce inaspettatamente non su una semplice linearità cronologica, bensì – e questo è uno degli aspetti più interessanti – su delle sezioni-libro che mettono insieme la biblioteca del poeta-critico. È infatti come se il poeta volesse mettere alla prova del tempo i propri testi, mischiando le carte, per confermarne la propria validità indipendentemente dall’esperienza. Si parte dunque dal Primo libro – Il tempo con lei, un tempo condiviso. Sono queste poesie d’amore, in cui il corpo della moglie si fa specchio e misura del tempo che avanza inesorabilmente, in cui quotidianità e ripetizione diventano uno stratagemma per far fronte alla propria finitudine: «mi chiedi al mattino d’essere uguale | alla sera che precede | evitando la ventura, chiedi | di non aver fatto l’amore | e non averti lasciata, | di averti sempre sposata. | Tu dormi ancora e chiedi | di restare a far preciso | il mio ingombro nel letto, | di sparire nel mio disegno, | di non credere da adulto | all’introito del tempo».

Nel secondo libro Per natura, la preposizione lascerebbe intendere un’inclinazione, un’apertura spontanea verso il mondo: le stagioni, il mare, i campi, il vento, gli insetti. Inclinazione è infatti una parola da intendere in senso lucreziano, il clinamen che piega gli atomi dalla loro caduta libera e li aggrega in corpi: tutto esiste in virtù di un’inclinazione. Infatti in questa sezione ci si mette in ascolto o meglio in connessione e partecipazione con la cosa vivente. Qui Febbraro rivela una grande capacità di restituire immagini affilate e precise: «Il mare non ha una foce, | nemmeno un verso, è un livello. | È una frequenza d’onda | cui ci accordiamo seri. | Totale assenza di fuoco; | disabitudine alla voce. | Aliante che ti asseconda | ma al vento carneficina, | custodia di velieri | perduti al suo gioco, | vibrafono, violoncello | che inonda la tua mattina». Dalla natura all’illusione, leopardianamente, il passo è breve. Infatti il quarto libro si intitola Illusioni vere e ha al centro l’uomo stesso e le sue costruzioni, ma anche forse ciò che può generare il linguaggio poetico stesso per analogia, musicalità, trasfigurazioni. Non mancano infatti in questa sezione: la scaramanzia; Dio; Roma; gli orologi; la piazza. È tipico inoltre, nella poesia di Febbraro, l’uso delle virgolette con cui far parlare personaggi di ogni tipo. Questo espediente si ripresenta nel quinto e nel sesto libro, rispettivamente Romanzo storico e La voce fraintesa, dove a parlare sono prevalentemente una serie di personaggi biblici, letterari, con cui il poeta si diverte a scomporre vicende, caratterizzazioni, avanzando e indietreggiando sulla linea del tempo, quasi intessendo un dialogo con i grandi nomi della storia della letteratura: Adamo, Giuda, Caino, Lucifero, Dio, Cavalcanti, Joyce, Paolo Malatesta. Il poeta non teme di trattare con loro, di riscriverli e portarli in nuove direzioni. In questo senso il rapporto con la tradizione letteraria è fondamentale, non per attingere e consacrare qualcosa, al contrario, per dare continuità a un discorso alla luce del proprio tempo. Febbraro non si è mai preoccupato di risultare nuovo, meglio far sorgere ciò che è vivo dalla notte dei tempi – come sempre appunto – attraverso quello strano gioco creativo che è la poesia. Anche solo per questa lunga onestà, infatti, risulta essere uno dei nostri migliori poeti.

Deposizione

«Do testimonianza, metto a verbale
che un tempo si cantava per lo specchio,
tardava o ci ammalava primavera,
le donne si compravano coi cuori.
Notte, tramonto e sera
stavano per la morte, di amori
era sintomo il giorno, e cecità.
Del mare affermo la materna crudeltà,
dell’albero la piega taciturna.
Visto e approvato ciò che qui fu legge,
piango, lo scordo e depongo nell’urna».