Come i figli di Clodoveo sulla Senna
la crisi ci trascina, resistere non potremo

Un dipinto ad olio della fine dell’Ottocento, Les énervés de Jumièges, di Evariste Vital Luminais, ispirato a una leggenda del XVII secolo, quella dei due figli del re Clodoveo II che ritenuti colpevoli di avere tramato nei  confronti del padre vengono abbandonati sopra una zattera alla deriva lungo la Senna dopo essere stati appunto enervati, privati cioè della funzione dei tendini, rendendo loro impossibile ogni tipo di movimento, obbligati a lasciarsi trasportare dalla corrente del fiume.

Da questo dipinto parte il racconto in forma poetica di Roberta Bertozzi,”Gli enervati di Jumièges”, uscito nel 2007 per l’editore peQuod. Se volessimo rileggerlo oggi questo testo potrebbe rivelarsi una perfetta fotografia di quello che stiamo vivendo, non certo ridotta a un conflitto generazionale, piuttosto a una sovrapposizione tra vittime e carnefici, e i carnefici spesso non sono solo i grandi mostri, i grandi malvagi, ma fanno parte della nostra quotidianità: chiunque nelle dovute condizioni può trasformarsi in “enervatore”. Chiunque può partecipare alla “banalità del male” se mediato dall’autorità. E’ quello che accadde per esempio nel 1963 nell’esperimento di Stanley Milgram che reclutò presso la Yale University 40 volontari chiedendo loro di impartire scosse elettriche sempre più potenti, fino a 450 volt, a perfetti sconosciuti. Il generatore di corrente era finto e anche la vittima era un complice del prof. Milgram ma i volontari non lo sapevano e accettarono di infliggere pene sempre più severe alle persone che si trovavano di fronte nonostante (finte) urla e grida di dolore. E lo fecero “semplicemente” perché veniva chiesto loro di farlo.

Lasciarsi andare alla volontà altrui

E intanto come per i figli di re Clodoveo assistiamo nel mondo e attorno a noi alla medesima scena: disperati che si lasciano andare alla volontà altrui ” […] occorre / mancarla del tutto / la realtà. […]” occorre un processo di totale estraniazione per potere sopravvivere, ma è questa impossibilità a muoversi perfettamente raccontata dalla Bertozzi che ci ferma, la riprenderà qualche anno dopo anche Francesco Targhetta in “Perciò veniamo bene nelle fotografie” (“Non si muove nessuno, qua, perciò veniamo bene nelle fotografie”) ed è il punto di partenza di un fenomeno a cui oggi assistiamo in maniera complessiva e globale e che la crisi ha ulteriormente, drammaticamente amplificato. Quella barca e quella impossibilità di muoversi riproduce le nostre giornate, racconta i nostri cassa integrati, l’aumento delle fragilità economiche, racconta soprattutto la mancata speranza per qualcosa di migliore “[…] Pensate che vi aspetti davvero qualcosa di più grande / e poi l’inizio ? […] ” quel cambiare rotta che i figli di re Clodoveo non possono più fare proprio ma che tutti noi per sopravvivere dobbiamo con forza fare nostro.

Eppure io brucio

Così il processo di enervazione non può essere considerato soltanto opera dalla cattiveria dei carnefici, ma risulta frutto più o meno recondito della rassegnazione delle persone offese che come nel libro della Bertozzi si lasciano enervare senza opporsi come se la pena fosse qualcosa di giusto e al tempo stesso di non modificabile: da questa opposizione e da una possibile ribellione senza rassegnazione dobbiamo ripartire.

Arrendersi ad una vita immobile significa innanzitutto auto-condannarsi, e i primi carnefici di questa terribile amputazione sembriamo anche nel libro essere noi che come nell’esperimento di Milgram decidiamo di seguire la corrente come se questa fosse l’unica possibilità, come se non fosse possibile uscirne e cercare un attracco, come se non fosse stato per quei volontari fermare l’esperimento. Se continueremo ad arrenderci saremo proprio come nel libro di Roberta Bertozzi noi i primi a compiacerci del nostro non essere più in grado di muoverci, diventeremo parte di un percorso collettivo di rassegnazione utile solo a chi trae vantaggio dall’imposizione dell’autorità. Nella possibilità di stare o meno dentro quella barca si gioca invece adesso buona parte del nostro futuro.

” […] Eppure io brucio / per il buco che il bosco scannato / ha lasciato nel suo nome e nel suo posto, / per la sagoma che qualcuno ha rammendato / sulla cicatrice e gli ha costretto addosso i ceppi / e ha fatti di cuoio loro per cui brucio / che hanno il pugno per volto / e ad abbatterlo il bosco anch’io / giù nel fosso / che mi brucia dirti adesso – c’ero anch’io / non un cenno di pietà a farmi fesso. […] ”

Roberta Bertozzi, Gli enervati di Jumiegès, peQuod, Ancona 2007