Ma quanto
è difficile fare
giornalismo politico

Me ne rendo conto, e perciò voglio essere indulgente: di questi tempi non è facile il mestiere di una particolare categoria di giornalisti, tutti coloro che sono solitamente addetti ai “retroscena”, o ai commenti quotidiani sulla situazione politica. Ma, bisogna dirlo, questo genere giornalistico-letterario – con qualche eccezione – sta dando oggi il peggio di sé. Non solo: sembra dare adito, e accreditare, quell’immagine del giornalismo politico italiano che lo descrive come “embedded” nei meandri segreti della politica italiana, più o meno impegnato a lanciare “messaggi” per conto terzi.

Embedded anti governo

giornalismo politico
Foto di Pexels da Pixabay

Embedded” è il termine inglese con cui si classificano i giornalisti che, in uno scenario di guerra, sono “incorporati” nelle truppe che sono in azione in prima linea (e perciò stesso, inevitabilmente, indotti a “passare” la versione dei fatti suggerita degli stati maggiori): nel nostro caso, giornalisti che sono (o fanno di tutto per sembrare, il che è persino peggio) addentro alle segrete cose, alle manovra politiche che si intessono nelle stanze dei poteri che contano. Un modo, anche, per sentirsi più importanti e influenti di quanto in realtà non si sia.
Questo modo di concepire l’informazione politica si sta peculiarmente esercitando oggi nel tentativo di indebolire l’azione del governo e nello spargere attorno alla figura di Giuseppe Conte un alone di sfiducia, con un tono di sussiego e supponenza: ah, signora mia (avrebbe detto il grande Arbasino), ci vorrebbe un vero statista, e invece abbiamo solo un modesto avvocato di provincia….

Beninteso, non è da escludere che qualcuno, nel chiuso della sua quarantena, attaccato al telefono, stia almanaccando sui futuri “scenari”; o che, dentro di sé, si arrovelli dinanzi ai sondaggi che stanno mostrando un persistente, elevato livello di popolarità del premier e di apprezzamento per il lavoro del governo. Ma perché un giornalismo serio dovrebbe stare dietro a queste manovre, amplificandole e ingigantendole?

E’ irrealistico un cambio di governo

Prevengo subito una possibile obiezione: spetta al giornalismo la “critica del potere”! Benissimo! Ed è legittimo cominciare a discutere di errori e ritardi nell’azione del governo (ma anche, e nondimeno, di alcune regioni, a cui, spesso, per un malinteso “equilibrio” si perdona molto, e si concedono spazi inusitati, specie in tv); ma esercitare un’analisi critica del momento politico imporrebbe di domandarsi, innanzi tutto, alcune cose: è davvero realistico pensare che, da qui a poco, si possa cambiare governo? E con quale maggioranza?

Quale “spirito di unità nazionale” è mai possibile ipotizzare quando il leader della destra, nel bel mezzo di una complessa trattativa in Europa, apostrofa come “traditore” il capo del governo italiano? Davvero, si pensa che un partito, ancora molto mal messo, come il Pd, si possa suicidare sull’altare di un qualche “governo tecnico”?

Buone le inchieste, non i pastoni e i retroscena

Foto di Pexels da Pixabay

E poi: che senso ha invocare il buon Draghi come deus ex-machina, quando Draghi stesso, con il suo articolo sul Financial Times di alcune settimane fa, ha fatto molto, ma molto di più, contribuendo in modo decisivo a orientare l’azione della BCE (che, in queste settimane, – è bene ricordarlo – sta comprando a man bassa i titoli di stato italiani)? Miseria di certa politica italiana, e miserie del giornalismo che gli tiene bordone: rimpicciolire il ruolo internazionale anche di una figura che svolge benissimo il suo lavoro, lì dove sta, e che certo non potrebbe farlo navigando nei bassifondi della politica italiana.
I giornali stanno facendo il loro lavoro, nessuno lo mette in dubbio; e non mancano molti esempi di buon giornalismo di inchiesta; ma consiglio di saltare a piè pari i classici e indigesti “pastoni” politici. Si leggano piuttosto gli articoli che informano davvero su quel che accade: ad esempio, sul Sole-24 ore di domenica 19 aprile, un titolo di prima pagina: “Sanità, 20 mila assunti in un mese. Speranza: ora più cure da casa””, con un articolo in cui si racconta come, in un mese, si sia pressoché dimezzato il deficit di personale medico e infermieristico accumulato in dieci anni di tagli al Servizio sanitario nazionale.

La trappola della sfiducia

Si potrebbero fare molti esempi dello “stile” retorico con cui alcuni settori della stampa italiana stanno cercando di sminuire e delegittimare il lavoro del governo, seminando sfiducia e alimentando il vezzo nazionale dell’auto-denigrazione.

Nei mesi scorsi alti lamenti si sono levati sul “populismo”: ma, a ben guardare, in molti commenti si sta oggi praticando in larga misura proprio uno dei modelli discorsivi tipici della logica populista; ossia, rifiutare la complessità dei problemi e l’obiettiva complessità delle soluzioni, far credere che le cose siano “semplici” e che, se non si risolvono, è “colpa” dell’inettitudine di qualcuno, o peggio della sua indole criminale.

Invece di aiutare i lettori o i telespettatori a capire le questioni, un “rilancio” continuo per alimentare quella sfiducia che è il male endemico della democrazia italiana, e non da oggi. Per fortuna, mi pare di poter dire, gran parte degli italiani, almeno finora, non ci sono cascati.
Ripeto: si potrà e dovrà fare un’analisi critica della risposta italiana alla crisi, ma non senza un adeguato sguardo comparato a quanto sta accadendo altrove, alle drammatiche conseguenze che sta avendo, in paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, un’ideologia che – più che definire “liberale” – è giusto definire libertaria e anarchico-individualistica, o forse anche neo-malthusiana: ovvero, una visione che, in fondo, trova i suoi antecedenti nella celebre frase della signora Thatcher, quando affermò che non esiste la “società”, ma solo gli individui.

Un’ideologia che rifiuta ogni idea di “bene comune”, a cominciare da quello basilare, la salute pubblica, il diritto alla salute di tutti gli individui.

La responsabilità civica degli italiani

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Foto di Steve Buissinne da Pixabay

Il “modello” italiano si sta caratterizzando per un appello alla responsabilità civica dei cittadini: nessuna misura coercitiva, per quanto legittima, potrebbe reggere, se non ci fosse una convinta adesione individuale, una legittimazione che può derivare solo dai comportamenti collettivi. In sede di bilancio, si potrà e si dovrà fare una valutazione, non solo e non tanto dell’efficacia delle singole strategie, ma anche di quale cultura politica si sarà dimostrata all’altezza di questa sfida.
E, questa analisi critica, la si dovrà fare su molti piani, e non solo su quello delle scelte immediate che il governo si è trovato a dover fare tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo. Ad esempio, mettere davvero a confronto i modelli di gestione sanitaria nelle diverse regioni. E questo vale anche per le regioni governate dalla sinistra, nonostante la buona “tenuta” che oggi hanno dimostrato: si può dire che vi sia stata, quanto meno nel decennio scorso, un’adeguata reazione alla logica dei “tagli” che veniva da Roma (anche dai governi ”amici”)?

Viviamo una frattura epocale, non serve il chiacchiericcio

I temi e gli insegnamenti su cui riflettere saranno molti: ad esempio, rifiutare una volta per tutte il pendolo eterno della politica italiana tra accentramento e decentramento, ripensando il ruolo delle Regioni, ma senza cadere nella tentazione di un neo-centralismo insostenibile e inefficiente. O la questione dello Stato e delle sue funzioni nel programmare e pianificare una politica industriale degna di questo nome o nell’attivare politiche del lavoro, investimenti pubblici nei beni primari….

Insomma, ci è toccato in sorte di vivere, in poche settimane, una frattura epocale di cui ancora stentiamo a comprendere tutta la portata. Per favore, evitiamo di scadere nella banalità di un chiacchiereccio politicistico, che forse si poteva sopportare in passato, ma che ora appare davvero fuori luogo e fuori tempo.