Come Danzica nel ’39
per Kiev non sono ammessi
neutralismi

“Morire per Danzica?”. Gli europei si sono posti questa domanda drammatica tanti anni fa. Era il 1939 e un tiranno feroce e bugiardo, dopo aver annesso o conquistato pezzi d’Europa, spesso con il consenso delle inermi potenze europee, ancora spaventate dalla Grande Guerra. Ma il tiranno, bugiardo ed insaziabile, voleva anche Danzica e la Polonia nel suo nuovo impero, il Terzo Reich. Così scoppiò la Seconda Guerra Mondiale con i suoi 60 milioni di morti, l’orrore della Shoah, la Resistenza al nazifascismo, fino alla vittoria delle potenze Alleate.

Morire per Kiev?

Adesso qualcuno ci chiede e si chiede: “Morire per Kiev?”. Le analogie, bisogna ammetterlo, sono inquietanti. Anche Vladimir Putin, all’inizio dialogante con l’Occidente, ha invaso e “riportato all’ordine”, come per l’Anschluss dell’Austria nel 1938, la Cecenia e la Giorgia, fino alla Crimea nel 2014. Il presidente USA Obama, un po’ come il premier inglese Chamberlain a Monaco nel 1938, aveva accettato il fatto compiuto e puntato sull’appeasement, la pacificazione con l’erede dalla vecchia ed esausta URSS. Intanto giornalisti ed oppositori dell’ex agente del KGB venivano uccisi, avvelenati o imprigionati, ma in fondo queste erano questioni tra russi. Poi è arrivata l’invasione dell’Ucraina, narrata come patria originaria della Rus’, dei “rematori” di stirpe vichinga, quasi mille anni fa, e quindi “ontologicamente” parte della madre Russia. Risultato? Da una parte bombe, carri armati, un esercito ‒ forse impreparato ‒ di giovani soldati di leva e le milizie cecene preparatissime alla crudeltà della guerra. Dall’altra una “resistenza” ucraina, che ha sorpreso un po’ tutti, compreso Vladimir Putin. Certo le armi che gli ucraini utilizzano contro gli invasori vengono dai “ricchi” magazzini dell’Occidente, ma i corpi, i morti e i feriti, di tutte le età, sono soltanto loro.

Ecco allora riemergere – a fianco delle legittime perplessità ‒ l’antica ideologia del “né né”. Né con Putin né con Zelensky, né con la Russia né con l’Ucraina, come un tempo, in Italia, c’era chi diceva “né con lo Stato, né con le brigate rosse”. Certo, la democrazia ucraina è ancora giovane ed incerta e si fatica a distinguere il patriottismo dal nazionalismo o peggio. Il suo presidente ha una biografia quasi imbarazzante, ma alla fine è rimasto a fianco del suo popolo sotto le bombe nemiche. Eppure molti vorrebbero che gli ucraini si arrendessero per non dover più guardare quelle immagini di morte, dolore e distruzione. Non è indifferenza o cattiveria o meschinità. È soprattutto paura. Paura di essere coinvolti, paura che qualcuno ci chieda di “morire per Kiev”. È una paura più che giustificata per una guerra così feroce e troppo vicina a noi. Così va il mondo e noi siamo fatti così. Ma, non dimentichiamo che già Enrico Berlinguer, segretario del PCI, nel lontano 1976, si sentiva più al sicuro restando dalla parte (con tutti i suoi limiti) dell’Occidente democratico. Come gli ucraini oggi.