Costruire un più sicuro ordine mondiale
nel rapporto tra l’Occidente e la Cina

Una riflessione seria sulle prospettive del multilateralismo non può che prendere le mosse dal riconoscimento che quello che è stato definito «l’ordine mondiale liberale» è entrato in una profonda crisi all’origine della quale non vi è l’aggressione di forze esterne, come si pensa in una parte dell’Occidente, ma, a mio giudizio, proprio il venire meno dei presupposti ideologici che hanno reso forte il modello liberale fondato sull’economia di mercato e la liberaldemocrazia. Questo modello ha esercitato una grande forza di attrazione e, nel momento in cui è caduto il comunismo in Europa, è apparso chiaro che sarebbe diventato universale e avrebbe dominato il mondo. Oggi, a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, dobbiamo invece, con maggiore realismo e minor fervore ideologico, misurarne le debolezze, in particolare l’incapacità di garantire uno sviluppo equilibrato e non minato da laceranti diseguaglianze sociali e da un drammatico conflitto con l’esigenza di salvaguardare l’ambiente naturale (…).

Noi europei dobbiamo riconoscere che oggi l’Occidente non appare in grado di garantire quel ruolo di pilastro dell’ordine mondiale che ha svolto negli ultimi secoli e che un nuovo quadro di governance multilaterale può nascere solo nel dialogo paritario con i grandi soggetti che emergono o ritornano protagonisti sulla scena mondiale. Lungo la via tra Oriente e Occidente, una prima sfida è quella di ricostruire una relazione equilibrata con la Russia. Anche chi non apprezza il nazionalismo assertivo di Putin non può tuttavia nascondersi che quel paese è un partner ineludibile per disinnescare i conflitti in corso, a cominciare da quelli in Medio Oriente, e per definire un nuovo quadro in grado di rimettere in moto il disarmo nucleare e di promuovere distensione e cooperazione, in particolare in Europa. La crescente contrapposizione e le sanzioni non conducono, a mio giudizio, a nessun possibile esito positivo. O forse qualcuno può realisticamente pensare che la Russia restituirà la Crimea all’Ucraina per il peso delle sanzioni? Non sembra essere una prospettiva ragionevole. Mentre invece il rischio è quello di spingere la Russia verso una collaborazione sempre più stretta con la Cina in chiave anti-occidentale, verso una nuova guerra fredda. Ciò contrasta non solo con i nostri interessi fondamentali, ma anche con la vocazione europea della Russia.

Una nuova CSCE

Forse, a quarantacinque anni dalla Conferenza di Helsinki, è venuto il tempo di una nuova conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Si tratta di prendere atto che l’idea che potesse essere esclusivamente l’espansione della Nato a garantire stabilità, prescindendo da un accordo con la Russia, corrispondeva ad una visione unilaterale e non fondata. Da molto tempo sono finiti la divisione del mondo in blocchi e il cosiddetto «equilibrio del terrore», ma nulla è stato fatto per stabilire un nuovo assetto condiviso e garantito in Europa. Se si offrisse alla Russia l’opportunità di un nuovo negoziato globale, penso che in quella sede sarebbe più agevole garantire la sicurezza di ciascun paese, a partire dall’Ucraina, e aprire la strada ad un processo di stabilizzazione e cooperazione nei Balcani che non può prescindere dal riconoscimento del Kosovo come nazione indipendente.

Guardando a Oriente, è evidente che la nostra attenzione debba andare in modo particolare al ruolo della Cina. La Cina rappresenta «quell’altro da noi» che l’Occidente ha sempre faticato a comprendere. Montaigne negli Essays scrisse: «La Cina è il regno nel quale il governo e le arti, senza rapporto con le nostre e senza conoscenza di esse, superano in eccellenza i nostri esempi sotto diversi aspetti. La storia della Cina ci insegna quanto il mondo sia più ampio e vario di quel che gli antichi e noi possiamo concepire».

La Cina, che si avvia ad essere la più grande potenza economica del mondo, è oggi il paese che manifesta nel modo più evidente l’ambizione di imprimere un proprio segno allo sviluppo globale. Il grande progetto della Nuova via della seta non è soltanto un progetto di interconnessione fisica fra Oriente e Occidente, ma un programma di cooperazione politica, culturale ed economica, e quindi anche di espansione dell’influenza e della potenza cinese. Una prospettiva comunque basata su una visione cooperativa della globalizzazione. A questa spinta ottimistica verso il futuro una parte del mondo occidentale reagisce con paura e incertezza. E’ paradossale che nelle sedi del confronto internazionale sia il capo del Partito comunista cinese a difendere le ragioni del libero commercio, mentre taluni liberali occidentali riscoprono il protezionismo e le barriere doganali. Siamo ad un rovesciamento dei ruoli tradizionali, e l’Occidente non può lamentarsi se la Cina prova ad assumere un ruolo di leadership nella globalizzazione, perché lo spazio per la leadership lo abbiamo lasciato libero noi.

Il discorso di Xi Jinping

Ho un vivo ricordo del II forum mondiale dedicato alla Belt and Road Initiative che si è svolto a Pechino nella primavera del 2019. E’ interessante osservare che in quell’occasione nessun importante leader dell’Occidente ha preso la parola (…).Mi ha colpito molto il discorso conclusivo del presidente Xi Jinping, anzitutto perché non si è limitato a parlare della Cina, ma del mondo, della necessità di combattere la povertà, di ridurre le diseguaglianze, della difesa dell’ambiente e del bisogno di arrestare il cambiamento climatico, anche con accenti autocritici circa il carattere che ha avuto sin qui lo sviluppo mondiale, compreso quello della Cina. Egli inoltre ha parlato del rapporto tra la Cina e il mondo, riconoscendo l’esigenza di un riequilibrio rispetto all’enorme vantaggio che sul piano commerciale Pechino ha, ad esempio, con l’Europa. Ho trovato particolarmente interessante l’insistenza sul legame che esiste tra la trasformazione della Cina attraverso la politica, che i cinesi chiamano di riforma e apertura, e lo sviluppo della strategia internazionale del paese. Quando Xi Jinping dice che la Cina non è soltanto la «fabbrica del mondo», ma è anche un grande mercato aperto, sembra volersi fare carico pure delle preoccupazioni degli altri paesi. In questo si manifesta con evidenza un’ambizione egemonica, un’ambizione cioè ad esercitare una leadership in grado di guadagnare un ampio consenso internazionale. Mi sono chiesto: «C’è un leader occidentale oggi in grado di fare un discorso di questo tipo?». Il maggior paese dell’Occidente, gli Stati Uniti d’America, si presenta oggi al mondo con un messaggio che dice «America first»; un messaggio certamente legittimo ma, mi pare, scarsamente attrattivo per il resto del mondo.

A differenza di un paio di decenni fa, quando era evidente che la leadership mondiale era esercitata dagli Stati Uniti e la politica americana si faceva carico della sicurezza globale, sosteneva in modo credibile l’espansione dei diritti umani, promuoveva uno straordinario processo di innovazione scientifica ed economica, oggi, purtroppo, le maggiori potenze occidentali sembrano ripiegate su se stesse. Neppure la Germania, che pure si presenta come portatrice dei valori universalistici dell’Europa, appare nei fatti coerente con questa visione europeista. Con il suo atteggiamento egoistico, alimentando una politica economica che, anziché essere propulsiva, ha consentito un’enorme accumulazione di surplus, Berlino non ha certo aiutato lo sviluppo dell’Europa e il successo del progetto politico di integrazione.

La leadership che manca

Il mondo occidentale appare privo di una leadership e diviso da un crescente contrasto di interessi e di visioni politiche. Eppure ritengo che la stessa leadership cinese sia consapevole che senza un dialogo e un’intesa con l’Occidente non sia possibile costruire un assetto mondiale sostenibile ed efficace. Ciò vale non soltanto sul piano economico e politico ma anche, e direi essenzialmente, sul piano culturale. La Cina oggi si presenta nel mondo soprattutto come portatrice di quella idea di armonia che ha radici in una tradizione culturale millenaria e che controbilancia efficacemente la frammentazione, i conflitti e il disordine prodotti dall’impetuoso sviluppo capitalistico. Tuttavia avvertiamo che ciò che manca nel messaggio cinese e ne limita l’universalità è l’assenza di un riferimento forte al valore della libertà, quindi a quella centralità della persona che è venuta affermandosi nella tradizione culturale dell’Occidente. Se dunque vi è la necessità di prendere atto della forza cinese, che non può essere demonizzata o esorcizzata, dall’altra parte occorre essere consapevoli che l’equilibrio internazionale non potrà ricostruirsi intorno all’egemonia esclusiva di questa grande potenza. Basterebbe pensare soltanto all’impegno che è necessario per sostenere lo sviluppo e l’integrazione sulla scena mondiale del grande continente africano. Combattere la povertà e le malattie in Africa, governare le migrazioni, offrire un futuro al continente più giovane del mondo appare oggi un impegno prioritario della comunità internazionale. Sarebbe importante e giusto affrontarlo insieme e non fare dell’Africa un campo di battaglia tra contrapposte pretese egemoniche. Ma ciò che vale per l’Africa vale per tutti i grandi problemi di oggi. I cinesi stessi ne sono, a mio giudizio, consapevoli. Non è un caso che in questo momento, di fronte alla crisi del mondo occidentale, vi sia sulla scena mondiale un’altra grande potenza in grado di lanciare un messaggio universale: la Chiesa cattolica. E non è un caso che tra la Cina e la Chiesa si sia riaperto un dialogo che sembra poter condurre a intese di portata storica.

E’ tempo che gli Stati Uniti e l’Europa riprendano a esercitare una capacità forte di innovazione e tornino ad assumere pienamente la responsabilità globale che compete al nostro mondo. Ciò richiede una leadership nuova in grado di affrontare il grande problema irrisolto della storia occidentale degli ultimi trent’anni. Si tratta di ristabilire un primato della politica democratica, e cioè di quella politica capace di riformare il capitalismo e di vincolarne la crescita alla necessità di preservare l’ambiente naturale e a quella di garantire un ragionevole grado di coesione sociale. Spetta a noi dimostrare che il necessario primato della politica può realizzarsi meglio nella democrazia piuttosto che, come sembrerebbe nel mondo di oggi, grazie alla forza di regimi autoritari. Un messaggio positivo viene dalla mobilitazione delle nuove generazioni in difesa della natura e dell’ambiente, così come dall’impegno di tanta parte della società civile per promuovere solidarietà e diritti umani. La mia convinzione è dunque che lungo l’asse del dialogo tra Oriente e Occidente potrà essere costruito un ordine mondiale nuovo in grado di garantire in modo inclusivo gli interessi di tutti i paesi grandi e piccoli e dei popoli diversi che vivono sul pianeta.

 

Questo testo, che pubblichiamo per gentile concessione dell’editore Donzelli, è tratto dal libro di Massimo D’Alema “Grande è la confusione sotto il cielo. Riflessioni sulla crisi dell’ordine mondiale”