Colombo difende ong e migranti, ma il Fatto sta con Salvini

L’uscita non poteva essere più tempestiva. E il titolo del nuovo libro di Furio Colombo – cofondatore ed editorialista de Il Fatto Quotidiano, oltre che ex parlamentare del PD ed ex direttore dell’Unità – non poteva cogliere e insieme interpretare la cronaca in maniera più pregnante, come solo i grandi giornalisti sanno fare: Clandestino. La caccia è aperta (La Nave di Teseo, 2018, pagg. 171, euro 14,00). Laddove il clandestino è sempre più sinonimo riduttivo di straniero. Mentre la caccia, se non è stata aperta, è stata certo inasprita dal Ministro dell’Interno e Vice-presidente del Consiglio Matteo Salvini. Il libro è dunque di straordinaria attualità. Anche e soprattutto perché muove a quel dovere di indignazione cui ci ha autorevolmente e severamente richiamato, nei giorni scorsi, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Anche se Clandestino. La caccia è aperta è una raccolta, ragionata, di testi pubblicati tra il 2016 e il 2017 nella rubrica delle lettere de Il Fatto Quotidiano ha tutti gli aspetti di un saggio lucido e profondo. E con una forte partecipazione umana. È letteratura impegnata, come si addice a un intellettuale che, insieme a Umberto Eco, Angelo Guglielmi e tanti altri oltre cinquanta anni fa ha dato vita a quel “Gruppo 63” che ha saputo teorizzare e sperimentare nuovi stili letterari pur mantenendo salda l’idea dell’impegno sociale degli scrittori.

Le 171 pagine di questa nuovo libro manifesto di Furio Colombo – di cui ha già scritto su strisciarossa Giacomo Giossi – sono condivisibili dalla prima all’ultima riga.

In primo luogo perché spazza via tutto il ciarpame di notizie sui migranti – e in special modo sui migranti che, vittime di squallidi personaggi e ancor più di uno squallido sistema – attraversano il Mediterraneo con un altissimo rischio di morire, pur di raggiungere l’Europa.

Dati e testimonianze alla mano – ma ce n’è davvero bisogno? – Furio Colombo dimostra che quei viaggi sono tutt’altro che crociere nel mare che fu la culla della civiltà occidentale e ora è, sempre più, un mare di morte. Il mare dove si registra il più alto numero al mondo di morti per annegamento di migranti. Furio Colombo ricorda che la Libia non è un paese in grado di far rispettare i diritti umani più elementari e dimostra anche che, una volta sbarcati in Italia, questi migranti sono etichettati con lo stigma del clandestino e ridotti a una vita che è l’esatto opposto di quella pacchia di cui parla Matteo Salvini.

Il libro prende le difese delle ong che, per un lungo periodo, hanno cercato di salvare il maggior numero di vite possibili e che non solo un movimento politico, ma un vero e proprio movimento culturale ha trasformato, con una narrazione cupa e menzognera, da eroi civili in delinquenti corrivi. D’altra parte è questo il destino dei veri eroi: sacrificarsi andando contro la corrente del senso comune. Tanto più se il senso comune è costruito sulla bugia sistematica. O, come si dice oggi, sulle fake news.

Dimostra Furio Colombo, con la chiarezza che gli è solita, che apporre uno stigma sui migranti e capovolgere la realtà delle cose per le ong e le loro navi salvatrici è un vecchio trucco rispolverato spesso dalle destre estreme nel corso della storia per profittare delle crisi economiche e psicologiche (l’incertezza del futuro) per scatenare una guerra tra poveri, individuare falsi nemici in gruppi minoritari e inoffensivi – ieri gli ebrei e i rom; oggi i migranti e sempre i rom – e imporsi politicamente. Anche grazie agli errori e allo smarrimento della sinistra.

Spiega, Furio Colombo, che la spinta a migrare verso l’Italia e l’Europa – di una parte piccola della enorme e crescente popolazione africana – viene da una miscela inestricabile di cause dove ci sono guerra, povertà, cambiamenti climatici. E che è un assurdo logico distinguere tra “rifugiati” che fuggono da conflitti e persecuzioni e “migranti economici” (dei migranti ambientali, o meglio delle cause ambientali che concorrono a determinare le migrazioni). Un assurdo logico che contribuisce a determinare una catastrofe umanitaria.

Coglie nel segno, Furio Colombo, quando denuncia la triplice incapacità dell’Europa: di comprendere che quello delle migrazioni è un problema epocale e inarrestabile; di gestire con efficacia e umanità “il clandestino” che sbarca lungo le sue coste; di capire che è solo con un’operazione straordinaria di aiuti all’Africa, di una vera e propria alleanza tra il Vecchio Continente e il Continente Nero, il flusso delle migrazioni può essere governato con efficacia e solidarietà.

È convincente, Furio Colombo, con il suo Clandestino. La caccia è aperta quando spiega che non solo elementari diritti di umanità ma anche l’individuazione della strada migliore per allentare le tensioni imporrebbe seri, sistematici, faticosi processi di integrazione e non di ghettizzazione di chi arriva. E che nel non aver attivato questi processi sta la principale colpa della sinistra italiana. Perché è questa incapacità di gestire il fenomeno che ha consegnato il paese a Matteo Salvini.

Limpida mente e bella scrittura – le due cose sono spesso in sinergia – quella che Furio Colombo dimostra in questa sua nuova fatica che è insieme letteraria, sociale e politica. Resta solo un dubbio. Una piccola o forse grande contraddizione. Che non riguarda il libro. Ma il giornale da cui sono tratti i testi. Come fa Furio Colombo a non prendere le distanze in maniera netta, decisa – lucida e impegnata, appunto – da Il Fatto Quotidiano che appoggia di fatto il governo di cui è parte (di cui è padrone) Matteo Salvini e della Lega che stanno drasticamente inasprendo la caccia al clandestino?