Clima, Cop 27, quegli abissi tra promesse e azioni necessarie

Domenica 6 novembre si sono aperti i lavori dell’annuale Conferenza delle parti. È la 27sima Cop dalla prima che si tenne a Berlino nel 1995 quando le Nazioni Unite cominciarono a prendere coscienza della crescente gravità degli allarmanti sintomi di un clima terrestre che andava modificando le sue naturali caratteristiche. Da allora, anno dopo anno, se ne sono tenute 26 in luoghi diversi e l’attuale si tiene a Sharm el-Sheikh fino al 18 novembre 2022, sotto la presidenza dell’Egitto.

Per ventisei volte i problemi del mutamento climatico sono stati affrontati e, anche sotto la spinta di molte organizzazioni non governative, si è ripetutamente preso atto della gravità della situazione. Ma alla presa d’atto raramente sono seguite realizzazioni concrete. Tanto è vero che siamo arrivati a ventisette. E nella “Baia dello sceicco” (è questo il significato di Sharm el-Sheikh) si recheranno 35mila delegati in rappresentanza di 197 Paesi oltre ad un gran numero di scienziati, giornalisti e rappresentanti di molte organizzazioni non governative. Né, data l’amenità del luogo, mancheranno molte mogli e mariti quali accompagnatori. Un bel colpo per l’economia locale.

Due gradi

Ma gli obiettivi sono altri e sono facilmente riassumibili in uno: il contenimento dell’aumento delle temperature terrestri entro due gradi centigradi al massimo. Ma, si potrebbe giustamente osservare, sono ventisei anni che si riuniscono i rappresentanti di tanti Paesi e ancora non sono riusciti a trovare un accordo per centrare l’obiettivo?

Foto di Sven Lachmann da Pixabay

Così è. E l’unico più significativo passo avanti è stato fatto a Parigi nel dicembre del 2015. Si è ricordato più volte su “strisciarossa” l’importanza di quell’incontro, ma giova ripetere che in quella occasione i 197 Stati presenti con i propri rappresentanti decisero che non si poteva più tergiversare; che il problema andava preso “di petto”; e che tutti si dovevano impegnare a contenere l’aumento delle temperature perché non superasse 1,5 gradi entro la fine di questo secolo.

Sono passati sette anni e già si dovrebbe cominciare a vedere qualche, sia pur minimo, risultato. Invece l’ennesimo rapporto delle Nazioni Unite afferma che non vi sono segnali positivi e che sono da considerare “del tutto insufficienti” i progressi seguiti alla Cop26 tenuta a Glasgow nel 2021. Tanto che l’Unep (Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) avverte che, andando avanti così, entro la fine del secolo la temperatura media aumenterà di 2,6 gradi.

L’abisso tra impegni presi e ciò che serve

A chiusura dell’incontro di Glasgow che impegnava gli Stati partecipanti a presentare entro un anno piani efficaci di riduzione delle emissioni inquinanti causa dell’effetto serra, l’allora presidente Boris Johnson si era lasciato andare a manifestazioni di ottimismo. Dichiarando che si era raggiunto un accordo rivoluzionario e che finalmente si era “imboccata la direzione giusta” nella lotta al cambiamento climatico.
Se non ci fosse da piangere, all’Unep l’avrebbero presa a ridere perché come ha dichiarato Anne Olhoff del comitato direttivo dell’Unep, “Tra gli impegni presi e ciò che serve c’è un abisso”. Un abisso costituito dal fatto che quegli impegni consentono di eliminare meno dell’1 per cento delle emissioni stimate per il 2030.

In questa sconfortante situazione si arriva a Sharm el-Sheikh. E, realisticamente, sono scarse le speranze che nei dodici giorni della Cop si riuscirà a fare importanti passi avanti. Perché, altrettanto realisticamente, bisogna riconoscere che tra guerra russo-ucraina, pandemia sanitaria sempre presente, tensioni fra Stati Uniti e Cina, la necessità di affrontare la pandemia climatica rischia di essere rimandata alla prossima Cop.

Tra l’altro anche quando vi si parlerà di cambiamento climatico lo si farà affrontando un altro complicato argomento: il loss and damage. Cioè la valutazione di perdite e danni provocati dalle catastrofi climatiche e degli aiuti economici per la ricostruzione dei Paesi colpiti. Sono 134 i Paesi che fanno parte del G77 e che spingono, insieme con la Cina, perché al tema si dia un ruolo centrale. È il solito conflitto tra ricchi e poveri nel quale i Paesi ricchi cercano di spendere il meno possibile e quelli variamente poveri chiedono che sia a loro riconosciuto il necessario per i danni subiti.

Emissioni di centrali a carbone in Polonia

Intanto altri conti come quelli dei tagli alle emissioni inquinanti vengono trascurati, la temperatura continua ad aumentare e, come si legge in una vignetta riportata da “internazionale” n.1485, ad un bambino che gli chiede “a cosa somiglia la fine del mondo?” il papà potrebbe rispondere: “A un’estate che non finisce”.

Insomma interventi di aiuto per la ricostruzione dei paesi danneggiati dagli eventi estremi costano; provvedimenti di taglio delle emissioni costano. Ma in questo calcolo non si tiene nel dovuto conto il beneficio economico in termini di guadagni e profitti che i Paesi del primo mondo – quelli ricchi – hanno ricavato dalla distruzione della natura che è alla base delle pandemie sanitaria e climatica in atto su tutta la Terra.