Clima e vaccini: nuovo
multilateralismo
ma il G20 non basta

“Speranze disattese ma non sepolte”: ad António Guterres non deve mancare il dono della sintesi. Il segretario generale dell’ONU ha commentato con queste parole la conclusione del G20 di Roma sul capitolo che tutti giudicavano il più importante, quello degli impegni per contrastare il riscaldamento globale. Luci ed ombre, insomma: i Grandi della Terra – la retorica vuole che li si chiami così anche quando si dedicano ad esercizi non proprio grandiosi – passano con un detto e un non detto il Grande Problema all’assemblea più specifica e specializzata del Cop26 che ora si apre a Glasgow. Buon lavoro, signori.

Nel documento finale, messo a punto in una defatigante nottata di lavoro degli sherpa, c’è scritto nero su bianco l’impegno a contenere la crescita della temperatura media del pianeta al di sotto di un grado e mezzo anziché i due come s’era detto finora e questo è un progresso. Ma non c’è alcuna indicazione specifica e, soprattutto, vincolante su come fare.

Sullo strumento principale, che è la riduzione delle emissioni più deleterie, quelle delle produzioni a carbone, si è ricorsi alla più sopraffina tecnica della vaghezza diplomatica. Al bando totale del carbone si dovrà arrivare “alla metà del secolo”. Non si è specificata la data del 2060, come chiedevano Cina e Russia da lontano – perché come si è visto Xi Jinping e Vladimir Putin latitavano – e India e Arabia Saudita da vicino, con i loro leader e i loro sherpa agguerriti presenti e attivissimi in tutte le riunioni dei due giorni di lavoro dentro la “Nuvola” di Massimiliano Fuksas. Ma non si è citata neppure quella del 2050, come tutti gli altri ritenevano che fosse possibile e ragionevole.  C’è solo la proibizione – del tutto teorica perché non esistono strumenti per farla rispettare – a finanziare centrali a carbone fuori dai confini nazionali. Detto chiaro e tondo, la Cina dovrà smettere di prestare soldi e tecnologie ai suoi satelliti economici, soprattutto in Africa, perché si mettano ad inquinare anch’essi, ma in casa fin verso “la metà del secolo” potrà allegramente continuare.

Handicap sulla strada di Glasgow

Glasgow, insomma, comincia con un handicap e con il fardello pesantissimo del non possumus dei due paesi più popolosi del mondo e dei due più spregiudicati esportatori di energia “vecchia”. È l’eredità della storia che fa sentire il suo peso: i paesi ricchi che si sono sviluppati quando all’inquinamento e alle bizzarrie del clima non ci pensava nessuno ora si sono fatti parte diligente e chiedono moderazione a tutti, i paesi poveri e quelli il cui sviluppo è recente non vogliono pagare il prezzo delle limitazioni necessarie. Non tutto, almeno. I cinesi non hanno poi tutti i torti quando citano le loro statistiche: è vero che il loro paese è diventato il maggior diffusore di CO2 nell’atmosfera, ma se si considera il livello di emissione pro-capite cinesi e indiani sono ancora a meno della metà di quello degli americani e a un livello ben inferiore di quello degli europei occidentali.

Secondo i politici più illuminati un punto di equilibrio può essere trovato. Ma bisogna tener conto di una serie di fattori che rendono il loro esercizio abbastanza complicato. Il primo è la forte crescita di consapevolezza che, anche a causa delle prime disastrose avvisaglie dei guai in arrivo con il riscaldamento globale, si va diffondendo, particolarmente, ma non solo, nei paesi più sviluppati. Greenpeace ha reagito  duramente all’esito “molto deludente” del vertice di Roma e c’è da immaginare quanto dure potranno essere le considerazioni del personaggio-simbolo della nuova consapevolezza ambientale Greta Thunberg. Le pagine e pagine dedicate dal documento finale alla questione clima si prestano egregiamente alle sue considerazioni sprezzanti sul bla-bla dei politici. D’altra parte, una piccola significativa testimonianza di dissenso al bla-bla l’hanno portata anche i coraggiosi ragazzi di Friday for Future che sabato si son fatti portare via di peso dalla polizia dallo stradone della “Nuvola” con una coraggiosa azione di pacifica disobbedienza civile.

Strumenti inadeguati

Il secondo fattore di cui bisogna tener conto è l’inadeguatezza degli strumenti politici internazionali per “governare” una questione come quella del clima. Il G20 è un consesso prestigioso perché riunisce al massimo livello (quando si presentano) i leader che governano quattro miliardi e mezzo di esseri umani, l’80% del Pil mondiale e più di due terzi del commercio internazionale. Ma non ha poteri.

L’importanza, sottolineata con unità di accenti tanto da Joe Biden che da Mario Draghi, del ritorno al metodo del confronto multilaterale dopo il disastroso isolazionismo di Trump che la riunione di Roma (nonostante le defezioni) ha rappresentato è il simbolo di una attitudine positiva, di un metodo di buona collaborazione fra le nazioni, ma niente di più. Tra i venti partecipanti al summit ci sono personaggi come Jair Bolsonaro, i dirigenti sauditi, l’autocrate turco Erdoğan, l’indiano Narendra Modi, con i suoi discutibili metodi di governo in patria. Quando, nell’aprile scorso, Mario Draghi per denunciare l’affronto fatto da Erdoğan alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen definì “dittatore” il premier turco, fece bene ad aggiungere subito dopo che le posizioni sul rispetto della democrazia possono essere diverse, ma che comunque va salvaguardato il metodo del dialogo e della cooperazione, fin quando è possibile, con tutti.

Giusto, giustissimo, il dialogo è sacrosanto ma non fa una politica se non si appoggia su una base di istituzioni comuni, come, ad esempio, quelle dell’Unione europea o, in termini molto più contraddittori, quelle della NATO. E un’organizzazione che non è in grado di “fare politica” ben difficilmente potrà affrontare le esigenze poste dalla realtà.

La controprova è data anche da quello che è successo nel vertice di Roma, anche là dove sono state prese “decisioni” innovative e certamente positive, come sono quelle relative alla campagna di vaccinazione mondiale e alla tassazione delle grandi imprese transnazionali. L’aver fissato la mèta della quota di vaccinati nel mondo al 70% entro la fine del 2022 è una bella manifestazione di buona volontà, ma, a parte il fatto che cozza contro il fatto incontrovertibile che finora è stato rispettato appena il 14% degli impegni che complessivamente gli stati occidentali si erano dati in fatto di fornitura di vaccini ai paesi poveri, rischia molto seriamente di rimanere nel cielo delle buone intenzioni se non si decide finalmente la liberalizzazione dei brevetti o almeno il trasferimento del know how. Cosa che il G20 non solo non può fare, ma non può neppure auspicare, giacché molti dei partecipanti non sarebbero affatto d’accordo (e infatti non ce n’è traccia nel documento finale del vertice).

Quanto alla tassazione al 15% dei proventi delle multinazionali, soprattutto quelle del web, è un’ottima notizia, ma va anche detto che in realtà si tratta niente di più che della ratifica di decisioni che erano già state prese e che, anche in questo caso, non esiste alcuno strumento con cui autorità che non siano la Commissione europea, la Federal Reserve statunitense o le varie autorità fiscali dei singoli stati possano garantire l’esazione di quelle imposte.

Dai sogni ai fatti

In conclusione, sarebbe ingiusto contraddire Draghi quando afferma che il vertice è stato “un successo” e cita “il miglioramento degli accordi di Parigi” con la fissazione a 1,5 gradi della soglia al riscaldamento nei prossimi anni, i progressi sulla decarbonizzazione e la tassazione delle multinazionali. Ma è lo stesso capo del governo italiano a circoscrivere, in certo modo, il proprio entusiasmo quando afferma che “in questo vertice abbiamo fatto sì che i nostri sogni siano ancora vivi ma adesso dobbiamo accertarci di trasformarli in fatti”.

Forse è proprio questo il compito che sta davanti a chi voglia dare sostanza politica al nuovo multilateralismo di cui, per ora, si può celebrare solo la buona intenzione. Una strada da percorrere la si potrebbe individuare nella ripresa del discorso sulla riforma dell’organizzazione delle Nazioni Unite, il consesso in cui, a differenza del G20, tutti gli stati sono rappresentati e che ha una struttura, almeno embrionale, di istituzioni universalistiche. Il governo del mondo non pare proprio dietro l’angolo, neppure in questi in tempi in cui le difficoltà e i destini comuni appaiono sempre più evidenti. Ma l’utopia c’è e si sa che le utopie, spesso, anticipano la politica.