Cittadini stanchi e mercato politico

Dove i partiti sono più d’uno, il che è conditio sine qua non della democrazia, a maggior ragione dove sono molti come in Italia, la logica che presiede ai loro rapporti è la logica privatistica dell’accordo, non quella pubblicistica del dominio. Di questa logica dell’accordo non c’è alcuna traccia nella Costituzione: la costituzione si occupa del modo di formare le leggi, ma della formazione degli accordi (contratti bilaterali o plurilaterali) si occupa il codice civile. Eppure se non si tiene conto della rete fittissima di accordi da cui nascono le esclusioni e le coalizioni, non si capisce nulla del modo con cui si muove, si sposta, si trasforma lentamente, una costituzione. Nella carta costituzionale, la formazione del governo (art. 92 e seguenti) è il risultato di una serie di atti unilaterali, che sono gli atti tipici del rapporto di dominio: il presidente della repubblica nomina il presidente del consiglio; questi sceglie i ministri, ne propone la nomina al presidente della repubblica; il governo entra in carica quando le due camere gli accordano la fiducia, cade quando gliela revocano. Questa sequenza di atti unilaterali d’imperio nasconde la realtà che sia dietro le quinte ed è una realtà di trattative, negoziati, accordi faticosamente raggiunti la cui forza dipende, come accade in tutti gli accordi, dal rispetto del principio di reciprocità, del do ut des.

In base al famigerato art. 92, secondo comma, la scelta dei ministri da proporre al presidente della repubblica viene fatta dal presidente del consiglio designato: una norma che non ha mai potuto essere applicata perché la dosatura dei vari ministeri tra i partiti e all’interno di uno stesso partito, persino i nomi dei singoli ministri, vengono stabiliti attraverso accordi tra i partiti, i quali, ancora una volta, mostrano di essere più forti della costituzione.

C’è un brano in una lettera dei Federalist Papers, scritti da Madison, che ogniqualvolta mi è accaduto di leggerla ai miei scolari non ha mancato di provocare una grande ilarità: è il brano in cui uno dei vantaggi della democrazia rappresentativa viene fatto consistere nell’elezione di un “corpo di cittadini la cui provata saggezza può meglio discernere l’interesse collettivo del proprio paese e la cui sete di giustizia renderebbe meno probabile che si sacrifichi il bene del paese a considerazioni particolarissime e transitorie”. Sbagliato il presupposto, perché non si riesce a capire come mai ci si potesse illudere (anche se si tratta di un’illusione dura a morire) sul fatto che il cittadino chiamato a scegliere il suo rappresentante politico non scegliesse la persona o il gruppo che gli dava le maggiori garanzie di soddisfare i suoi interessi.

La vecchia definizione dell’appartenenza a un partito come idem sentire de re publica lasciava credere falsamente che chi vota per un partito lo faccia perché convinto della bontà delle idee che esso esprime, un voto, come oggi si direbbe, di opinione. Nella società di massa il voto di opinione sta diventando sempre più raro: oserei dire che l’unica vera opinione è quella di coloro che non votano. Opinione discutibile, condannevole, detestabile, ma opinione. Sta aumentando invece il voto di scambio, via via che gli elettori si fanno più smaliziati e i partiti più abili.

(Norberto Bobbio, “Il futuro della democrazia”, 1984)