Ciao, Bruno Ugolini: grande
giornalista dell’Unità, ragazzo
che voleva cambiare il mondo

Bruno è partito. Sapevo che l’avrebbe fatto. Lo sapevo perché me l’aveva detto lui, molti mesi fa, annunciandomi l’inizio d’una battaglia che era consapevole sarebbe stata la sua ultima, ma che, egualmente, voleva combattere fino in fondo. E fino in fondo l’ha combattuta, a suo modo vincendola. Perché se ne è andato, ne sono sicuro, senza rimpianti e senza paura. Sono momenti strani, quelli dell’addio. Momenti in cui capisci tante cose, tutte chiarissime eppure tutte difficili da scrivere.

Mezzo secolo di storie

È curioso. Bruno è stato per me – e credo per tutti quelli che hanno lavorato con lui – molto più che un compagno, un amico. E forse proprio questo – il più profondo significato della parola amico, amicizia – e quello che s’illumina nel momento della partenza. Bruno era un amico. E con lui, da amico e compagno, ho vissuto una quantità di momenti umanamente, professionalmente e politicamente memorabili. Ci sono state lotte e vacanze, gioie e dolori, amori cominciati e finiti, mezzo secolo di storie d’ogni tipo vissute assieme in Italia ed in altre parti del mondo dove abbiamo continuato ad incontrarci anche quando, entrambi, abbiamo incominciato ad invecchiare lontano dal giornale – un grande giornale – nel quale eravamo cresciuti. Insieme abbiamo persino affrontato – e vinto, come tra di noi scherzosamente ripetevamo – un uragano tropicale in quel della Florida (il Jeany, anno 2005). Eppure il Bruno Ugolini che in questo momento più nitidamente mi torna alla mente è un Bruno Ugolini che non ho mai materialmente incontrato, un ragazzino che, in realtà, ho conosciuto solo attraverso le sue parole.

Non ricordo dove e perché, ma un giorno Bruno mi raccontò di quando, subito dopo la maturità, gli era toccato andare a lavorare, nella città dove era nato e cresciuto, la cattolicissima Brescia, per un’altrettanto cattolica casa editrice scolastica. Una di quelle case editrici che – chi, come me, ha frequentato le elementari negli anni ’50 ben sa di che si tratta – pubblicavano sussidiari e libri di lettura pieni di storie di santi e di “mani callose benedette dal Signore” che, in realtà, non erano che inni alla sottomissione sociale. E proprio questi inni il giovane Bruno, cresciuto nel mito del fratello maggiore, combattente partigiano, doveva editare e (solo in termini grammatical-sintattici, ovviamente) correggere. Una tortura alla quale, tuttavia, almeno un paio di volte al giorno Bruno si sottraeva chiudendosi in bagno per scrivere, su un quadernetto che poi nascondeva tra la camicia e la canottiera, infuocati proclami rivoluzionari.

Immaginare la rivoluzione

Non so se sia vero (o se sia ancora vero). Ma Bruno m’assicurò, allora, che quegli scritti li aveva conservati. Ed io gli avevo chiesto farmeli avere per poterli pubblicare, dopo la sua morte, come i suoi “quaderni dal carcere”. Uno scherzo, ovviamente. Ed uno scherzo che ritorna oggi, con straordinaria, luminosa e persino allegra concretezza – con una mai immaginata forza di verità – adesso che Bruno ci ha lasciati davvero. Perché Bruno – il Bruno più duraturo ed autentico, il Bruno che, per così dire, contiene tutti i Bruni – è in fondo sempre stato giusto questo. Un ragazzino che voleva cambiare il mondo. E sono certo che, immobilizzato dalla malattia, questo ha continuato fare fino all’ultimo istante: immaginare la rivoluzione, scrivere nella sua mente d’un mondo di giustizia, di uomini liberi ed eguali.

Quando, alla fine degli anni ’60 lo incontrai per la prima volta all’Unità, nella mitica sede di Viale Fulvio Testi, Bruno era già una delle più raffinate penne dell’Unità. Lavorava al sindacale e, del sindacale era “la sinistra”, l’uomo di Pietro Ingrao e di Bruno Trentin (e proprio a Bruno Trentin ed alla sua eredità intellettuale Bruno avrebbe poi dedicato, in anni più recenti, i suoi studi ed i suoi libri). E per tutti noi questo ha Bruno continuato ad essere: il giornalista sindacale per eccellenza. Con lui, nell’autunno del 1980, da giornalista e da comunista, vissi a Torino uno dei momenti più tristi – e d’una epocale tristezza – della storia del movimento operaio del dopoguerra: i famosi 35 giorni ai cancelli della Fiat. Giorni di una sconfitta storica che di lui, mentre si spegnevano le speranze e le illusioni che insieme avevamo vissuto, ancor più mi avevano rivelato l’umanità e la passione, la purezza dei sentimenti. Ricordo che, in quei giorni tristi, non solo mi aveva fatto capire tante cose – sul sindacato, sul partito e sulla vita – ma mi aveva fatto, di riflesso, “sentire importante”. Perché accanto a lui importanti ci si si sentiva per il rispetto che gli operai ed i sindacalisti gli portavano.

“A Bruno non si tocca”

Era così ovunque. A cominciare dal giornale dove lavorava. In tipografia, nelle ore della chiusura, tagliare un suo articolo era un’impresa impossibile e, in qualche caso, addirittura “pericolosa”. Per non sacrificare un solo capoverso degli scritti di Ugolini, i proto erano disposti a smontare e rimontare un’intera pagina di piombo. Ed il più accanito dei suoi fan era, ben lo ricordo, il sicilianissimo Barbanera che alle nostre provocazioni – “questo articolo di Ugolini va ridotto alla metà, ci penso io” – usava rispondere con un perentorio (e molto sicilianamente minaccioso): “A Bruno non si tocca…”.

E a Bruno nessuno toccava. Perché era un grande giornalista. Uno splendido essere umano. Un ragazzino che non ha mai smesso di sognare un mondo diverso e migliore. Adesso lo rivedo, quell’ormai ultrasettantenne ragazzino, mentre – una delle ultime volte che ci siamo visti, in Florida – imbarcandosi all’aeroporto di Miami, per tornare in Italia, ostentava una maglietta con la scritta “I survived hurricane Jeany”, sono sopravvissuto all’uragano Jeany. Buon viaggio Bruno. Sono molti – e ben più impetuosi ed importanti del Jeany – gli uragani ai quali sei sopravvissuto. E già ti immagino mentre, volando, vai scrivendo sul quel tuo vecchio quaderno, le rivoluzionarie cronache di questa tua ultima avventura….