Ci piacerebbe vedere a sinistra più chiarezza e più coraggio

Chiuse le urne, contati i voti, una sintesi verrebbe facile. Seguiamo i titoli di alcuni giornali. Il Messaggero: “Meloni traina il centrodestra. Il Pd: Noi primi. Crollo M5S”. Il Giornale: “Vince il centrodestra. Spariscono i 5stelle”. Corriere della sera: “Centrodestra avanti spinto da Meloni”. Repubblica: “Crollo di Salvini e M5S”. Stampa: “Meloni sfida Salvini. Spariti i 5S”. Libero: “Letta e Conte fanno flop. E’ l’ora del centrodestra”.

Finiamo qui. L’elenco è noioso (salvo l’impennata del solito Manifesto: “Spopolati”… riferendosi ovviamente a Salvini e Conte) e ripetitivo. Non si può pretendere molto. Quasi ci si dimentica che si tratta di elezioni amministrative e che se a Genova e a Palermo ha vinto il centrodestra a Padova e a Taranto ha vinto il centrosinistra, che a Verona si va al ballottaggio come a Parma e a Catanzaro e a Sesto San Giovanni (non è provincia, ma conosciamo tutti la storia e l’importanza ancora di questa città), che a Lodi è stato eletto al primo turno un giovanotto di venticinque anni, candidato del Pd.

Chi affonda, chi sbanda, chi strepita…

Seguendo quei titoli si capisce che Salvini (centrodestra di governo) ha smarrito l’appeal tracotante da vincente predestinato di un tempo, che i Cinquestelle sono allo sbando (Conte, poveraccio, annuncia l’ennesima riorganizzazione), che la Meloni (quella che sbraita da un palco spagnolo: basta con la lobby Lgbt+ eccetera eccetera) traina, trascina, vince, trionfa, si candida a guidare il prossimo governo, tutto sembrerebbe con soddisfazione della maggior parte della stampa italiana (bisognerebbe contare le paginate che alla capa di Fratelli d’Italia ha regalato il Corriere). Al Pd viene riservato un angolino, in sintonia con l’understatement, il profilo basso, del sempre elegante suo segretario. Immaginate un confronto Letta-Meloni (a prescindere dagli argomenti, dai contenuti): da una parte la pacatezza, la signorilità, la cautela, dall’altra (riferendosi ancora alle immagini della tribuna andalusa a incoraggiare i fascisti di Vox) i toni retorici, gli urlacci, le mani che si agitano imperiose verso il cielo e verso la folla incitata. Chi vincerebbe? Conta qualcosa la diversità dei modi?

Come si può rispondere oggi? Cioè: che cosa chiedono gli italiani?

Lasciamo da parte i referendum, consultazione autenticamente nazionale, il cui esito dimostra che anche i più generosi e disponibili strumenti della democrazia andrebbero maneggiati con cura e con parsimonia.

La forza del contesto

Ogni risultato elettorale andrebbe misurato rispetto al contesto: la guerra, il covid, la crisi economica, le prospettive ben poco rosee, ma anche (seguo uno dei tanti siti internet di informazione quotidiana) la madre che uccide la figlia di pochi anni, il boss di Scampia morto in carcere, Pupo che vive con la moglie e con l’amante, quale acqua comprare al supermercato, le traversie dei reali inglesi, la maturità senza mascherine, il grande fratello, Alba Parietti derubata, il rave party del Garda, i comitati anti movida, le violenze, la guerra tra occupanti, rom, malavitosi nelle case Aler (cioè a gestione regionale) della periferia dell’opulenta Milano in preda alla sbornia collettiva da salone del mobile… In fila sono notizie che definiscono il paese quanto il voto, o meglio, e che potrebbero invogliare ad una indagine sociologica e antropologica, come in altri tempi ci insegnò Ernesto De Martino e come, intuitivamente, ci raccontò Pasolini. Ma le ricerche non si fanno più, i giornali se ne guardano bene dal proporle, si preferiscono i sondaggi di bravissimi sondaggisti, pane per i talk show, ma ritratto esangue del paese e della mentalità degli italiani e delle loro aspettative… ritratto esangue anche di quel “popolo” che si riconosce o che ancora vorrebbe riconoscersi in quel vago centrosinistra che si potrebbe contrapporre alla Meloni e ai meloniani. “Vago” perché, ad esempio, si potrebbe pensare di attribuire al centrosinistra, per origine e per designazione elettorale, uno come Carlo Calenda, ma sarebbe impervio considerarlo di “centrosinistra” dopo  che ha appena indicato come candidato ideale alla presidenza della Regione Lombardia Letizia Moratti, probabilmente senza conoscerla, senza capire la realtà di quella regione, dei suoi modelli di governo, delle sue clientele, senza neppure immaginare quali siano le aspettative di un eventuale elettorato di centrosinistra, contraddicendo quanti, da Pisapia a Sala, hanno cercato di farci dimenticare la sindaca che fu per un quinquennio e la ministra dell’istruzione che fu per un altro quinquennio precedente.

Ernesto De Martino

In queste elezioni (ma ci attendono i ballottaggi) il Pd sicuramente non ha perso, magari ha pure vinto. Si conferma saldo alla guida del centrosinistra. Ma alla guida di chi, di che cosa? Di una coalizione che perde pezzi, per la confusione mentale dei coalizzati, per la loro ansia di protagonismo, per l’incertezza dei loro propositi,  per il verdetto degli elettori?

L’incognita sistema elettorale

Trascuriamo l’altra incognita che pende sul nostro capo di votanti/ partecipanti e sul capo di eventuali partiti e partitini, cioè l’incognita del sistema elettorale che il parlamento riuscirà a produrre o a non produrre di qui a un anno. Non potremmo certo dire noi che cosa debba fare il Pd e che cosa debba fare nei confronti dei suoi fragili, discontinui e qualche volta assai lontani possibili alleati al voto. Con banale spirito volontaristico potrei dire che il “campo” s’allarga più che attraverso gli accordi tra vertici non sempre fedeli, ritrovando le ragioni di una adesione popolare. Compito difficilissimo, in un “mondo” radicalmente mutato, condizionato dai miti del consumismo, lontano dalla politica perché si sente tradito o semplicemente perché non gliene importa nulla, chino sull’interesse personale, un interesse spessissimo di poco conto, un “mondo” incapace di volgere lo sguardo oltre a sé. Persino la guerra, dopo le prime emozioni, è rimasta sullo sfondo, teatro in Ucraina di morte, qui di tristi contese, di grottesche epurazioni, di un ulteriore scadimento del dibattito pubblico.

Aldo Tortorella

Mi viene da ricordare le ultime righe delle bellissima intervista di Gianni Cuperlo ad Aldo Tortorella, apparsa giorni fa su Strisciarossa: “Se vuoi il consenso  di una parte della popolazione devi starci dentro. Se accetti di far parte a pieno titolo dell’establishment poi non ti devi stupire se quelli in fondo alla fila non ti credono più”. Questo dovrebbe considerare il Pd (e spesso nelle sue operose “periferie” questo succede) con il coraggio e la spregiudicatezza che chiede l’ambizione di correggere i guasti di questo paese: le diseguaglianze, l’avvilimento della cultura, le sofferenze di tanti, non solo degli ultimi, ma anche a chi sta qualche gradino più in alto nella scala sociale (per tornare a Calenda e alla Moratti, chi paga la privatizzazione forzata della sanità a vantaggio di pochi fidati operatori?), l’egoismo, l’elusione continua e accomodante della legge. Sappiamo tutto, per esperienza… Qualche certezza, due o tre, questo partito dovrebbe indicarla. A costo di contraddire il governo. La critica e persino la battaglia politica non sono per forza l’anticamera della crisi. Ci piacerebbe ascoltare una voce diversa, più forte (anche nella dialettica interna) e coerente nella difesa di quei valori che sono stati il fondamento della “sinistra” e non solo le voci pappagallescamente governative di certi intruppati nell’establishment, deputati alle rendicontazioni televisive.