Ci lascia Enrico Fierro, giornalista sempre schierato con le vittime di ingiustizie

Che dolore, caro Enrico. Ti ho sempre trovato sulle strade dei conflitti, nelle periferie degradate, nei territori del nostro amato Sud. Hai saputo raccontare con il cuore e con una lucidità che solo un intellettuale del sud sapeva fare. Sempre di parte, ma mai fazioso. Sempre dalla parte delle vittime delle ingiustizie.
Per ultimo, quando ci siamo persi, tu al “Fatto” dopo un lunghissimo periodo all’Unità e io pensionato, hai saputo essere al fianco di un altro figlio di questo martoriato sud, un nostro fratello, Mimmo Lucano, il sindaco di Riace che sull’accoglienza dei migranti ci ha resi tutti orgogliosi di essere italiani.
Volevi cambiare il mondo, quand’eri giovane. Nel regno della Dc di Ciriaco De Mita, Avellino, eri un funzionario del Partito comunista italiano. Hai sempre avuto una scorza dura, sei sempre stato intransigente. E’ stato questo il tuo tratto distintivo. Non integralista o vetero, ma un combattente contro le ingiustizie. Tutte le ingiustizie.
Diranno quelli che non ti hanno conosciuto veramente che eri un “minoritario”, come lo furono i comunisti avellinesi, uno scoglio nell’oceano democristiano. Magari non si ricorderanno di te quei grandi inviati dei giornali che devono le loro carriere a un cronista di razza che ha fatto esplodere a livello nazionale l’”Irpiniagate”.
Tu all’Unità e io al manifesto. Viaggiavamo insieme in Puglia, durante gli sbarchi degli albanesi. In Albania negli anni Novanta. Quegli anni in cui gli albanesi volevano seppellire il medioevo che li aveva imprigionati durante il regime terribile di Enver Hoxha e costruire un futuro peri loro figli.
E poi il Kosovo del dopo gli accordi di Kumanovo. Quello che mi piaceva di te era che condividevamo insieme la ricchezza delle nostre esperienze, che poi cercavamo di trasmettere ai nostri lettori.
Fummo i primi a seguire il “criminale” Hashim Thaci, il contrabbandiere, trafficante di droga e armi che, comandante dell’Uck, diventò, per investitura degli americani, il nuovo leader del Kosovo autonomo, anzi indipendente dalla Serbia. Lo seguimmo nei funerali dei suoi soldati, nel girovagare per un territorio che soffocava di odio e vendetta.
Fummo soli, io ed Enrico, sul ponte di Kosovska Mitrovica quando esplosero i primi conflitti etnici tra albanesi e l’enclave serba. Ed eravamo a Pristina, quando i kossovari albanesi incendiavano le case degli “zingari”, colpevoli di “collaborazionismo” con i serbi.
Enrico, ricordo le notti dei fuochi a Boscotrecase, insieme a un altro cronista e intellettuale del Mattino, Pietro Treccagnoli, a seguire quella vergogna nazionale della crisi dei rifiuti.
Certo a Napoli cercavano di seppellire il governatore Antonio Bassolino con avvisi di garanzie e processi. Il tempo è galantuomo e il corso della giustizia ci ha riconsegnato Antonio Bassolino immacolato, per diciannove volte assolto dalle infami accuse.
Ma noi eravamo “curiosi” di capire le ingiustizie anche invadendo le periferie. Dalla rivolta di Pianura a Boscotrecase, appunto. E poi dovrei ricordare la battaglia di giustizia e verità che forse da soli – con Paolo Pollichieni, un altro giornalista di razza, della nostra razza, che non c’è più – portammo avanti nella Calabria martoriata dalla ‘Ndrangheta e da una politica collusa. Fu grazie anche al nostro impegno che il capoluogo di provincia (unico caso nella storia), Reggio Calabria, fu sciolto per mafia.
Hai vissuto anche gli anni drammatici della crisi dell’Unità. So del tuo dolore e della tua incazzatura nei confronti di quel partito che non ha saputo sostenere il giornale. E poi sei approdato al Fatto, dove in tutti questi anni hai trovato lo spazio per le tue battaglie.
Caro Enrico, ricordo con affetto i tuoi racconti sulle gemelline, su Rossella che aveva deciso di intraprendere la tua strada di giornalista. E poi Gimmy e Livia Rose. E Francis. A loro un immenso abbraccio.