Ci ha lasciati Toni De Marchi, è stato un compagno, un giornalista, un amico

Quando è cominciata l’avventura di strisciarossa Toni De Marchi era in prima fila. Per tanto tempo ci siamo riuniti nella sua casa, prima in via Eusebio Chini, alla Garbatella, poi in via dei Giornalisti, al Trionfale. Ci accoglieva sempre con il sorriso – e con qualche bibita, con i pasticcini e i suoi gatti che si aggiravano per casa – nonostante la sclerosi multipla non gli desse tregua. Insieme a lui abbiamo fatto le riunioni preparatorie, abbiamo discusso, inventato, qualche volta litigato (ma non con lui) per cercare di fare un sito che fosse degno della storia dalla quale venivamo: quella straordinaria dell’Unità.

Il presidente di strisciarossa

toni de marchiToni era sempre capace di dirimere qualsiasi questione con il suo burbero buonsenso, “Ma che volete che sia”, diceva quando noi ci impuntavamo su una virgola, sul tipo di carattere di un titolo, sul corpo della testata, su un argomento da trattare. “Ma fatela finita”, ci spronava. Era un gigante buono. Con quel suo corpo maestoso e la sua barba da combattente risorgimentale ci dominava diffondendo serenità. Anche se al primo impatto sembrava sempre ruvido, qualche volta scontroso. Ma poi, bastava guardare i suoi occhi per capire di che pasta era fatto.

Ora che Toni De Marchi non c’è più, ci restano di lui i tanti articoli che ha scritto per l’Unità, un giornale che ha amato e dal quale non è stato trattato con particolare gentilezza e i pochi, purtroppo, che ha scritto per strisciarossa, frenato da una malattia che lo ha perseguitato. Eppure è stato dei nostri fino all’ultimo. Fino a quando ha potuto è stato il presidente della nostra associazione. Un incarico che ha svolto con coraggio, con semplicità, con leggerezza. Ecco, leggerezza è la parola giusta per descrivere un compagno che ha attraversato la vita – con le ferite che la vita gli ha riservato – senza montarsi la testa, senza quell’egocentrismo che molto spesso, purtroppo, è la cifra del giornalismo.
Toni era veneziano, e di Venezia, dove era nato 71 anni fa, aveva introiettato quel sentimento fatto di terra e di acqua, con quell’ironia irriverente e simpatica che ci ha accompagnato nei lunghi anni all’Unità. A via Due Macelli, dove già lavorava sua sorella Vichi De Marchi, era arrivato all’inizio del duemila quando, dopo una drammatica chiusura, il giornale era tornato a vivere con Furio Colombo. Ed era una vita nuova che faceva ballare, che costringeva a misurarsi con il mondo nuovo nel quale dominava quella strana creatura che si chiamava Internet. Toni arriva all’Unità proprio per mettersi alla guida di questo mostro che noi, con la supponenza dei giornalisti cresciuti con la carta e con le chiusure a orario determinato, consideravamo un inutile baraccone. Diciamo la verità: pensavamo fosse un giornalismo di serie B.

L’ideatore dell’Unità.it

Toni invece ci credeva, aveva capito prima di altri che quello (questo) strumento era il futuro, che lì dentro c’era la nuova era del giornalismo. Dopo essere stato a “Rinascita” – e su quella rivista tra i primi aveva sollevato dubbi sul caso Ustica – dopo aver lavorato a Paese Sera e dopo essere stato nell’ufficio stampa del Giubileo, è arrivato da noi, all’Unità, proprio ad occuparsi del sito web del quotidiano. Diciamo che unita.it l’ha inventata lui, condividendo la passione e l’inventiva che Stefano Bocconetti, del quale è stato carissimo amico, aveva messo nei primi tentativi di sbarcare sul web.

Toni era un uomo coraggioso, aveva l’orgoglio delle proprie idee e non si faceva spaventare da nessuno. Nemmeno da uno come Renato Soru che, in uno dei periodi meno belli della storia dell’Unità, era arrivato a fare il padrone con quella ruvida saccenza che ha caratterizzato il suo modo di fare e quello di chi aveva incaricato di guidare il giornale. Me lo ricordo bene quel giorno in cui l’inventore di Tiscali, spaventato dalle vendite che non andavano bene, irruppe nella sede del giornale in via Benaglia per cercare i colpevoli nelle stanze sbagliate e per portare scompiglio. Se la prese, oltre che con me che ero il vicedirettore, anche con Toni, accusandolo di non sapere che cosa fosse il web e come doveva essere fatto un vero sito.

Nel grande stanzone del servizio on line andò in scena un duello senza risparmio di colpi. Più Soru accusava, più Toni ribatteva argomentando, spiegando, portando dati, conoscenze. “Mi scusi presidente”, diceva Toni prima di partire all’attacco, mettendo Soru in difficoltà oltre che in imbarazzo e costringendolo a irrigidirsi ancora di più di fronte a uno che osava contraddirlo. L’ho invidiato quella volta il carissimo Toni perché era stato più bravo di me a difendersi – e a difendere il nostro giornale – dalle sparate di un uomo che non sapeva che cosa era, nel profondo, l’Unità.

“La cena di Toni”

toni de marchiQuesti ricordi restano di Toni De Marchi. Resta la sua testarda battaglia contro una brutta malattia che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle e contro l’assurda burocrazia che gli impediva di accedere alle terapie con il tetraidrocannabinolo (insomma, la mariuana), che ha raccontato in un bellissimo film di Elisabetta Pandimiglio, “La cena di Toni”, andato in onda sulla Rai.

L’ultimo articolo che ha scritto per strisciarossa, il 6 novembre del 2021, sette mesi fa, era dedicato a Tina Merlin, la giornalista dell’Unità che per prima denunciò, inascoltata, i guasti e gli errori che poi portarono al disastro del Vajont. L’aveva conosciuta nel ’75 quando lei gli aveva chiesto di andare a lavorare per l’edizione regionale del giornale. “Ovviamente all’inizio fui intimorito – ha scritto Toni – non solo dall’essere arrivato senza rendermene conto in un giornale così importante, ma anche perché avevo di fronte questa compagna (allora si diceva e nessuno se ne vergognava) che mi sembrò subito forte e autorevole”.

Ecco, in questo passaggio, così delicato e rispettoso di una donna, di un giornale e della sua storia, sta forse il vero sentimento che ha animato la vita di Toni De Marchi. Che è stato un compagno, un giornalista, un uomo senza finzioni.