Chi usa l’estremismo
islamico contro
lo ius culturae

Gli undici giorni di bombardamenti tra Israele e Palestina sono un evento tragico della storia recente. Più di duecentocinquanta palestinesi, circa sessantacinque dei quali bambini, sono morti sotto le bombe del governo di Netanyahu, mentre dall’altra parte si contano tredici israeliani uccisi. Un uomo non muore di meno rispetto a un altro, ma i numeri, a maggior ragione quelli tragici, possono dare l’idea della differenza dei rapporti di forza. Naturalmente nessun attacco terroristico potrà mai essere legittimato, però non è nemmeno corretto liquidare l’analisi sulle scelte belliche dello Stato d’Israele soltanto con un “diritto a difendersi”. Non è mancata solo l’affermazione del principio internazionale di equità e proporzionalità nello scontro, ma è venuta meno anche una operazione di verità da parte della stampa e della maggioranza del mondo politico, come sottolinea Guido Rampoldi nell’articolo “Tra le bombe di Gaza la prova indecente della politica e dei media italiani”, pubblicato su “Strisciarossa” il 21 maggio. A tale proposito, sul “Manifesto” del 19 maggio, anche il professore Piero Bevilacqua scrive che “Israele e Palestina non sono due contendenti alla pari, due opposti estremismi, ugualmente condannabili”, contestando apertamente l’assenza di trasparenza nel racconto che la politica offre del conflitto. L’aggressione di Hamas e il consenso che raccoglie nascono da ragioni profonde che meritano di essere analizzate e studiate, senza timore di dire le cose come stanno. Una paura che si nasconde dietro slogan vecchi, come quello dei “due popoli, due Stati”, che somigliano più a frasi di circostanza che a veri progetti politici.

A fare da cornice a questa vicenda non è mancata nemmeno la strumentalizzazione. Difronte alle manifestazioni in Italia di arabi palestinesi, immigrati di seconda generazione, che hanno bruciato le bandiere di Israele cantando cori contro gli ebrei, c’è stato chi ha pensato di interpretare il gesto come una ragione sufficiente per contrastare la proposta dello “ius culturae”. Il professore Ernesto Galli Della Loggia, rispondendo a un articolo pubblicato da Gad Lerner sul “Fatto Quotidiano”, ha espressamente scritto che “tra l’illuminismo e l’identità quasi sempre vince quest’ultima”, cercando di dimostrare quanto non basti un ciclo di istruzione italiano per essere integrati. La reazione di Lerner è stata immediata ed è apparsa il giorno successivo sul suo giornale, affermando con forza la necessità di un processo culturale finalizzato al rafforzamento del principio della convivenza tra diversi come base di qualsiasi rivendicazione pacifista.

Le manifestazioni criticate, accusate di antisemitismo, vanno contestualizzate. Sono una reazione all’odio che un pezzo del mondo arabo subisce da parte delle fazioni più estreme della politica israeliana. Una fetta di questo estremismo siede nel governo di Gerusalemme e spinge per l’applicazione di misure repressive contro un popolo che è già sottoposto a una ferrea dominazione. Il risultato non è solo quello di una realtà palestinese equiparabile all’apartheid, ma di una radicalizzazione del conflitto che porta a non distinguere più tra ebrei e Stato d’Israele e tra Hamas e la Palestina. Una legittima lotta contro l’oppressione di uno Stato colonizzatore si trasforma in uno scontro etnico.

La bandiera che brucia, dunque, è il segno di una radicalizzazione, ma è anche una reazione di chi si è sentito abbandonato dall’Occidente. La stessa maggioranza dei leader politici italiani non ha esitato a schierarsi in difesa di Israele nelle manifestazioni in suo sostegno, fotografando uomini di destra e di sinistra sullo stesso palco, dimenticandosi dei palestinesi. Certo, sarebbe lecito chiedersi come mai una certa destra, di origine antisemita, oggi si sia convertita all’anti-islamismo. Così come sarebbe altrettanto lecito domandarsi come mai una grande fetta del centro-sinistra italiano abbia perso di vista le ragioni della Palestina, elemento che ha contraddistinto buona parte della politica estera repubblicana. Una questione che non può non interrogare anche l’ebraismo democratico, che in Italia costituisce una comunità più che rilevante.

Ciononostante, operare per l’integrazione è il minimo che il paese possa fare. In questa direzione lo “ius culturae” non rappresenta una scelta che pone un dualismo tra identità e istruzione, ma una politica pubblica che si propone di legare le due realtà. La cittadinanza italiana, ottenuta dopo un periodo di studi, non punta a modificare le radici di un individuo, ma testimonia uno sforzo intellettuale finalizzato a interpretarle al meglio dentro percorsi di tolleranza e comprensioni reciproche. La società multietnica è un dato di fatto e premiare chi ha origini straniere, ma vive e studia per anni a Roma, Milano, Torino o Firenze, può consentire di formare cittadini italiani consapevoli delle verità storico-politiche che riguardano le proprie radici. Un cittadino consapevole e istruito non è una persona imparziale. Non deve essere nemmeno necessariamente schierato a priori con la società che lo ha accolto. Però è pur sempre una persona pronta, al netto delle diversità di pensiero, a cercare soluzioni pacifiche all’insegna del confronto cui è stato abituato.

In Italia ci sono dodici moschee per più di un milione e mezzo di musulmani, quindi un cammino di avvicinamento culturale è già stato avviato da tanto tempo. Non è immaginabile lasciarlo a metà. La riforma del diritto di cittadinanza sicuramente non costituisce un modo per riscattare le mancanze italiane in politica estera, o le sue colpevoli indifferenze, però può significare vincere una battaglia di civiltà. L’obiettivo è quello di formare una nuova generazione in grado di guardare in modo diverso i conflitti medio-orientali. Uomini e donne del domani con l’ambizione della pace.

Abbiamo tutti bisogno dello “ius culturae”.