“Chi siamo?” Ora M5s sospetta di essere solo un bene di consumo

Adesso, rialzandosi a fatica dal tappeto, son lì che si chiedono con una certa ansia: “Ma chi siamo?”, ed è normale chiederselo dopo un atterramento stordente. Il problema è che avrebbero dovuto porsi il problema dell’identità molto tempo fa, quando il frastuono esaltante dei successi elettorali impediva prese di coscienza faticose ma comunque ineliminabili, per chiunque, per qualunque soggetto politico. Chi erano mentre Grillo metteva in scena le sue performance con giacca a vento senza giacca a vento, in costume da bagno e coi capelli bagnati? Mentre Casaleggio costringeva ogni eletto M5S a versare un contributo mensile per una piattaforma on line del tutto nelle sue mani, come il marchio grafico del “Movimento”?

“Chi sono io” è questione ben posta sempre, ma può avere conseguenze drammatiche se chi se la pone deve partire dal presupposto di aver acquisito un dato fondante rispetto alla propria collocazione storica e al proprio ruolo nella società: la consapevolezza di essere stato messo a punto come bene di consumo, non indispensabile, tra l’altro. Se sei un bene di consumo, puoi aspettarti che dalle urne, dal tuo pubblico, dalla platea dei tuoi consumatori tu possa essere defenestrato, ridotto ai minimi termini, poco dopo essere stato premiato con due governi del tutto opposti per visioni e stili di vita. E non puoi prendertela con la bulimia di quella platea, perché di quella bulimia hai fatto sacramento d’altare, ti sei fondato su quella dinamica, hai puntato su quella. Sei partito da un vaffanculo che è come un ghiacciolo: simpatico, gran mercato estivo, ma si squaglia presto.

Burattino

Come si fa a prendere atto del proprio essere burattino nelle mani di un burattinaio senza svenire per l’imponenza di questa “verità”? Del resto, è accaduto solo una volta nella storia del mondo che un burattino sia evaso dalla sua legnosa soggezione, e ne è venuto fuori un racconto che Collodi vende ancora e ancora, per sempre, lo leggono tutti, quel caso è un formidabile successo editoriale. Ma non sembra questo il destino dei cinque stelle.

Al momento, quella che fino a qualche anno fa era la prima forza del paese con numeri davvero importanti, ora – nella lettura dei dati registrati alle recentissime regionali – annaspa faticosamente attorno al dieci per cento. La percentuale sarebbe più correttamente vicina a numeri ad una sola cifra, ma si tiene conto del fatto che le tornate elettorali locali non sono mai state benevole nei confronti del m5S. Non per cattiveria, ma da quando la ditta ha pensato bene di cancellare i meet-up, la presenza dei cinque stelle nei territori si è fatta diafana. Solo un esempio: a Bolzano avevano sei consiglieri comunali e non ne avranno nemmeno uno. Da sei a zero nello spazio di un mattino, politicamente parlando.

Sì, certo: ci sono arrivati dopo un paio di fratture interne i cui frammenti si sono poi presentati, inutilmente, agli elettori per i fatti loro… ma anche questo processo di progressiva, rapida degradazione del “corpo politico” è una forte caratteristica della chimica organica a cinque stelle. Registro presenze assenze: nel Consiglio regionale del Veneto non siederà alcun rappresentante cinque stelle, 7% in Toscana, quasi dieci in Campania, undici per cento in Puglia, sette nelle Marche….Così, tra dichiarazioni allarmate, e squilli di rivolta, tutti ,i cinque stelle che in queste ore hanno avuto modo di spiegarsi davanti ad un block-notes, invocano gli Stati Generali, per capire che strada scegliere, per sapere soprattutto di che pasta siano fatti.

Appuntamento con il destino

Appuntamento ragionevole con il proprio destino, cercando una nuova culla, che la vecchia – quella del presepe Grillo con i Casaleggio a cena – non esiste più, anzi molti militanti ed eletti hanno una bella vertenza economica aperta proprio con quel luogo d’origine e di potere. Così sorprende e anche no che il giudizio più tremendo sull’insuccesso elettorale sia venuto da un interno di lusso, Di Battista, uno che guardava da fuori i grandi giochi, ma anche quello con il più intenso rapporto di fiducia con la proprietà del partito, quel Casaleggio che intanto si racconta furibondo per come sono andate le cose e per come traballa il suo rapporto di potere con deputati e senatori. Di Battista ha detto che questa “E’ la più grande sconfitta elettorale della storia del M5S”, e se lo dice lui… D’altra parte, queste parole vengono pronunciate quasi in contemporanea con quelle, di tutt’altro tenore, di Di Maio che invece se la gode per la vittoria “storica” dei sì referendum e al resto, par che voglia lasciar immaginare, si penserà, che tutto si può fare. E ovvio che i due ora siano antitetici e tendano a proporsi come titolari di mondi più che alternativi, avversi.

Solo che la scena adesso sta a cuore ad un pubblico che gli interpreti hanno ridotto con una certa celerità ad un grosso club e Grillo, il solo con la capacità di spostare gli sguardi, non si fa sentire, di sicuro soffre e si capisce. Pochi giorni fa, a Roma, si è rivolto agli appassionati chiamandoli “figli miei”, come fosse un Geppetto qualunque davanti ai suoi pinocchietti. Sono le sue creature, è incontestabile, e questa paternità un bel po’ padrona esce allo scoperto ogni volta che il cuore del creatore viene toccato facendolo sanguinare; come quando, anni fa, ricordò ai suoi primi pallidissimi contestatori che dovevano tutto a lui, che senza di lui non sarebbero mai stati altro che dei nessuno e nell’ombra dei nessuno sarebbero ritornati. Ma l’ombra dei nessuno è di destra o di sinistra? Sembra un paradosso e non lo è: che ci andranno a fare agli Stati Generali se non per decidere da quale parte stare? Da che parte staranno sarà tratto distintivo, se hanno problemi di identità…

Ormai, e lo si è visto, il grande pubblico ha mangiato la foglia: quando dici che destra e sinistra non esistono e tu vuoi stare con chiunque, non hai inventato una nuova strada morale, hai solo ribattezzato l’atroce principio “Franza o Spagna, basta che se magna” che, al momento, stranamente pare non porti fortuna. Poi, Grillo, niente addormentato, sa benissimo che l’avventura con il vento tra i capelli è finita da un pezzo. Tanto che lui, capito che mai la sua creatura avrebbe conquistato il 51% e mai avrebbe governato da sola, ad un certo punto del cammino si è defilato: che gli frega di una scena depressa senza gioia, da teatro off? Lasciando il pacco a Casaleggio che aveva i suoi disegni sul formicaio e sulle formiche: un po’ ossessivo, l’erede, deve sembrare perfino a Grillo che con questo voto, a dispetto di Casaleggio, almeno porta a casa una conferma alla sua linea governista, filo-PD: questo governo per ora non si tocca e quindi non si tocca l’alleanza che lo regge. Chi gli darà torto? Dovessero uscire dal governo, cosa resterebbe delle irresistibili armate stellate?

Solo un grande gioco internazionale, globale e per fini strategicamente rilevanti avrebbe la forza di far cadere Conte e Di Maio, stando così le cose. Per il resto, chiacchiere ferme sulle forme di governo del Movimento: piace la formula del direttorio, del piccolo – più o meno – gruppo dei capi veri anche se sembra nessuno fin qui con chiarezza abbia posto il problema della soggezione concreta nei confronti dei titolari del marchio e quindi del principio di libertà dal fondatore. Se vorranno sapere chi sono dovranno prima recidere quel rapporto. Dovranno sapere perché non si muovono di fronte ad una condanna di primo grado capitata a Chiara Appendino, sindaca di Torino nonché – fino a poche ore fa – una delle migliori carte del loro mazzo, mentre sbracarono a Roma per i permessi auto del centro storico di Marino, allora sindaco, soprattutto Pd, della capitale. Devono smettere d’essere bene di consumo. Non è facile.