Lavoro, sindacati
in cerca di partito

C’è stato un tempo in cui donne e uomini del sindacato sedevano in Parlamento. Stiamo parlando degli onorevoli Giuseppe Di Vittorio, Agostino Novella, Luciano Lama, Bruno Trentin, Giulio Pastore, Bruno Storti, Tina Anselmi, del senatore Italo Viglianesi e molti altri. Era il tempo in cui grandi partiti di massa, come il Pci e il Psi, erano considerati rappresentanti politici del mondo del lavoro. Avevano loro organismi (le cellule) nei luoghi di lavoro e tenevano rapporti stretti con le organizzazioni dei lavoratori. Tanto che spesso si parlava di una presunta “cinghia di trasmissione” tra partito e sindacato. La stessa Dc organizzava una parte consistente del mondo del lavoro. Poi nel sindacato si aprì una non lieve lotta politica, anche in contradditorio con i rispettivi partiti, per affermare una più forte autonomia sindacale e si approvarono le cosiddette “incompatibilità” tra cariche sindacali e cariche politiche.

E oggi? Oggi sono assai scarsi i rapporti tra sindacati e politica. Nessun partito davvero può dirsi rappresentante del mondo del lavoro. Gran parte dei dirigenti della Cgil, ad esempio, non risulta iscritta ad una qualche formazione. La Fiom ha promosso (testimonianza di Landini) una indagine tra i componenti di tutti i Comitati direttivi della Fiom presenti in tutta Italia. Ebbene si è scoperto che il 90 per cento di costoro non aderisce ad alcun partito.

Il Pd si è dichiarato spesso partito del lavoro ma altrettanto spesso ha preferito sposare le opinioni delle imprese piuttosto che quelle dei sindacati. Tornano alla memoria certi imprimatur di Renzi: “Ha fatto più Marchionne che certi sindacalisti”. Una linea oltrepassata dai 5 stelle quando minacciavano di fare loro la riforma del sindacato. Un’“antipatia” ma anche una concezione ideologica. Tanto che si teorizzò, nel governo, la cosiddetta “disintermediazione”, ovverosia la rottamazione di certi soggetti sociali come il sindacato. Negli ultimi tempi, certo, qualcosa si è mosso e adesso, dopo dieci anni di attesa, si è deciso di aprire una trattativa per i contratti del pubblico impiego. Sono rimasti però i No più clamorosi come quelli rivolti in questi giorni alle richieste più generali proposte da Cgil Cisl Uil per la legge di stabilità su giovani, pensioni, sanità.

Fatto sta che il tema torna a galla. Ritorna la consapevolezza che il sindacato non riesce ad incidere sulle scelte politiche anche per questa assenza o fragilità di una rappresentanza politica del lavoro. E’ vero che nel Pd ad esempio rimangono voci attente e propositive (da Damiano alla Bellanova) ma stentano ad imporsi. Tale importante e complicata tematica è stata al centro di un incontro promosso da “Critica Marxista”, la rivista diretta da Aldo Tortorella, e dall’Associazione per il rinnovamento della sinistra (presieduta da Vincenzo Vita). Qui si sono fronteggiati esponenti di soggetti politici diversi collocati a sinistra (Roberto Speranza, Stefano Fassina, Anna Falcone) ed esponenti Cgil (Vincenzo Colla, Maurizio Landini).

Un confronto aperto da Alfiero Grandi, un dirigente che ha vissuto una non breve esperienza nella Cgil e che ora sta tra i promotori dell’Ars. Grandi aveva già preannunciato il suo intervento in un articolo apparso proprio su “Critica Marxista”, nell’ambito di un’iniziativa dedicata, appunto, al sindacato. Lo scritto concludeva affermando la necessità di “reinventare, con fantasia, un rapporto che superi i tradizionali steccati e pretenda una politica che rappresenti le istanze del lavoro”. E aggiungeva: “Se questo vuol dire che la Cgil deve essere protagonista della creazione di una nuova sinistra autonoma e combattiva non ci sarà da stupirsi, ma probabilmente da dare una mano”.

L’istanza ha serpeggiato lungo tutti gli interventi. E’ stata soprattutto una disanima delle problematiche che hanno visto deperire la sinistra con i suoi valori non solo in Italia. Ne è derivata la constatazione (alla luce delle esperienze francesi, tedesche, inglesi, austriache, fino agli Usa) dell’affermazione, purtroppo, di un punto di vista liberista. Da combattere con una alternativa capace di risuscitare consensi persi.

Non ci sono state conclusioni stringenti. Vincenzo Colla, neo segretario confederale della Cgil, è stato però perentorio, rivolto ai rappresentanti politici: “Fatelo questo contenitore politico!”. Un invito a sorpassare tentennamenti e gelosie. Anche Colla è autore di un saggio per la rivista di Tortorella. Dove conclude con queste parole: “Pur essendo geloso custode insieme alla gran parte dei compagni/e e dei dirigenti della Cgil dell’autonomia del nostro sindacato, non ho mai pensato che la Cgil possa essere indifferente o neutrale”. Con l’indicazione di una tappa che può risultare decisiva per questo dialogo tra sindacato e sinistra possibile, ovvero la prossima Conferenza di programma. Un modo per costringere “chi si candida a governare il Paese a fare i conti e dichiarare in anticipo cosa pensa rispetto ai temi qui trattati ed agli altri che affronteremo”.