Chi non sa scegliere fallisce: alle radici della sconfitta storica del PD

Alle radici del 25 settembre

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Seguendo il filo della nostra analisi, ci interessa capire perché, alla fine, si può dire che il Pd ottenga un risultato solo in apparenza di «tenuta» (+0,3%) ma segnato in effetti da una sconfitta politica e da ulteriore perdita di voti (800 mila), toccando il punto culminante di un declino che ha attraversato sin dalle origini la storia di questo partito, che non ha mai, propriamente, «vinto» un’elezione: il centrosinistra ha vinto solo due volte, con l’Ulivo (nel 1996 e nel 2006).

Il risultato del 25 settembre 2022 nasce dall’assenza, negli anni e nei mesi precedenti, di una vera e autentica, e ponderata, definizione dell’orizzonte politico-strategico del partito. Una visione che avesse anche un adeguato respiro temporale, non schiacciata dall’affannoso rincorrersi di scadenze e di eventi che «obbligavano» il partito ad «assumersi responsabilità di governo», sempre e comunque. Le vistose, spesso sconcertanti, incertezze che poi il Pd ha mostrato a partire dal momento in cui la crisi di governo era già in fase di incubazione fino alla presentazione delle liste alla vigilia di Ferragosto, non derivano (solo) da errori o da imperizia, ma da una indeterminatezza nell’identità stessa del partito.

La legge elettorale era nota: e chi fa politica sapeva bene (e se non lo sapeva, avrebbe dovuto cambiare mestiere per tempo) che l’esito del voto del 2018 era stato del tutto contingente, e che il Rosatellum implicava la possibilità di una forte distorsione della rappresentanza, a meno che non si creasse una di queste due condizioni: o un assetto tripolare (come nel 2018) o un assetto integralmente, o quanto più possibile, bipolare.

Non sono mancate dettagliate ricostruzioni di quei giorni, ma la sostanza politica rimane questa: sin dai primi passi della segreteria Zingaretti, l’idea di uno schieramento democratico e progressista molto ampio, che includesse necessariamente il M5S (il cosiddetto «campo largo»), era stata bene o male, in modo anche carsico, l’idea che sembrava guidare la condotta del Pd in vista delle elezioni politiche del 2023. Ma non si è mai giunti ad una vera scelta, convinta, discussa adeguatamente, motivata politicamente. Riserve e retro-pensieri si intravvedevano, ma non venivano mai allo scoperto. Si navigava a vista. Non si è costruita una strategia, fatta insieme di dialogo e di critica verso il M5S: e non è mai stata fatta, né tenuta presente, un’analisi degli elettori che, nel 2013 e nel 2018, si sono rivolti al M5S e di quali fossero state le loro motivazioni. La protesta «anti-sistema»? La sirena del «populismo»? E tra il 32,7% dei voti raccolti dal M5S nel 2018, quanti erano gli ex-elettori del Pd o della sinistra? E perché sono caduti «nelle braccia» dei cosiddetti «populisti»? Se ne poteva oramai fare a meno o si doveva provare a recuperarli, e in che modo? Eppure, gli studi e le analisi non mancavano: i dati dicevano che una metà all’incirca di quei 10 milioni e 700 mila elettori avevano alle spalle una «storia elettorale» di sinistra. Dovevi cercare di parlare con loro o limitarti a sbeffeggiarli perché erano «caduti» nella trappola di Grillo, considerandoli tutti degli sprovveduti? Non sono mancati, beninteso, singoli esponenti del Pd che, in varie occasioni, tentavano meritoriamente di proporre analisi un po’ meno schiacciate sull’immediatezza della cronaca politica. Ma il partito, in quanto tale, non ha mai avuto vere occasioni per impadronirsi dei problemi e chiarirsi le idee sulla via da seguire.

E così, quando poi precipita la crisi (almeno stando a quello che è apparso ai più: non sappiamo e non vogliamo addentrarci nel fiorente genere giornalistico dei «retroscena»)  in pochi giorni si buttano al macero mesi e mesi di discorsi sul «campo largo». La fatwa, come la definì Bersani (una fatwa «politica», ma – quel che forse è più grave – anche «tecnica»), scagliata contro Conte è apparsa a molti francamente eccessiva e, soprattutto, frettolosa. E’ stato saggio politicamente, nella riunione della Direzione Pd del 26 luglio, mettere sullo stesso piano «i tre irresponsabili» che avevano provocato la caduta del governo? Era giusto equiparare alle forze della destra un partito insieme al quale avevi dignitosamente governato per un anno e mezzo e continuato a lavorare anche dentro il governo Draghi? E non era meglio lasciar decantare la situazione e riflettere meglio sul da farsi, senza distruggere tutti i ponti alle proprie spalle?

Si potrebbe continuare a porre degli interrogativi a cui forse solo  gli storici del futuro potranno dare una risposta, seguendo due possibili grandi opzioni interpretative (o meglio, una combinazione tra le due): cercare la via di una spiegazione di respiro «geo-politico» (quanto hanno pesato la guerra in Ucraina, le spinte per un allineamento neoatlantista «senza se e senza ma», la presunta inaffidabilità del M5S?); e/o guardare alla fallibilità delle azioni politiche e all’inadeguatezza degli schemi cognitivi e delle risorse informative su cui si basano le scelte di un attore politico. Nel nostro caso, ad esempio, il gruppo dirigente del Pd sembra essere stato convinto e guidato dalla «narrazione» che i giornali «padronali» (sarà old-style, ma ci sembra giusto tornare a definirli così) prediligevano e propagavano: che, essendo Draghi molto popolare tra gli italiani, aver provocato la caduta del suo governo avrebbe penalizzato i colpevoli del misfatto.O ancora: assumere come un atto di fede la credenza che il M5S fosse oramai finito, destinato all’implosione finale, come testimoniava la scissione di Di Maio. Del resto, quando il gruppo dirigente di un partito non ha più canali propri e diretti di percezione e di conoscenza della realtà sociale e delle idee della gente, si può facilmente farsi “traviare”, per così dire, da ciò che scrivono alcuni giornali, fidandosi troppo di chi si presume “faccia opinione”, con tutti gli inconvenienti  del caso.

Ma soprattutto hanno pesato elementi di pura fallacia conoscitiva: è frutto di una conoscenza molto approssimativa delle dinamiche elettorali pensare che l’appello al «voto utile» contro la destra potesse funzionare in assenza del pre-requisito fondamentale per un qualsivoglia comportamento di voto definibile (più propriamente) come «strategico»: ossia, l’incertezza sull’esito del voto. Solo quando un elettore percepisce il carattere aperto della competizione[..] può decidere di rinunciare alla propria prima preferenza per un partito a favore di un altro partito, considerato in posizione migliore per battere l’avversario principale. Altrimenti, gli elettori votano semplicemente sulla base della propria opinione politica, prendendo come guida per lo più quella che viene definita una «scorciatoia cognitiva»: il simbolo del partito o il candidato di cui ci si fida.

Nel nostro caso, era chiaro sin dall’inizio che solo una coalizione molto larga poteva risultare competitiva nei confronti della destra, e perciò la presenza del M5S era decisiva: aver escluso in modo tranchant tale alleanza, anche solo nella forma di un accordo elettorale per concordare nei collegi uninominali candidati comuni tra il maggior numero possibile di forze politiche ostili alla destra, ha trasmesso subito un messaggio divisivo, di resa preventiva, e ha creato sconcerto, smobilitazione, sfiducia, ripiegamento. Ed è questo messaggio, peraltro, una delle cause della crescita inusitata dell’astensionismo, […].

Antonio Floridia
Antonio Floridia

Nel momento stesso in cui non è più apparso credibile un risultato che potesse battere, o quanto meno, frenare la destra, il voto “utile”, il richiamo binario al rosso e al nero, non hanno più funzionato, non potevano funzionare; hanno probabilmente frenato ulteriori emorragie di voto, ma certo non suonava come un appello in positivo, espansivo, capace di parlare ad un vasto elettorato: era un richiamo difensivo […]. Tant’è che un’indagine successiva alle elezioni, condotta da Alessandra Ghisleri (“La Stampa”, 2 ottobre 2022), ha mostrato come,, ad una precisa domanda («lei ha votato il suo partito ‘convintamente’ o ‘turandosi il naso’»?)  gli elettori del Pd siano stati quelli che in maggior misura si sono dichiarati, diciamo così, molto “poco entusiasti” del proprio voto, ben il 30%.

Gli elettori hanno scelto sulla base della loro opinione politica, del giudizio retrospettivo e/o prospettico sui diversi partiti e sulle loro promesse mantenute o non mantenute, ecc. E il Pd, da questo punto di vista, si trovava in grande imbarazzo: doveva o no rivendicare i risultati del Governo Conte II, o doveva prevalere la polemica contro l’»irresponsabile» Conte? E, soprattutto, è stata una buona idea farsi identificare come il partito più «leale» verso Draghi, pensando che questo, di per sé, lo avrebbe premiato? E come atteggiarsi verso le scelte di governi ancora precedenti, a guida Pd, su questioni «politicamente molto sensibili» come la scuola e le politiche del lavoro?

In oltre dieci anni, il Pd ha quasi sempre governato, con l’eccezione del governo giallo-verde (dal 1° giugno 2018 al 5 settembre 2019): e, obiettivamente, risultava molto plausibile l’argomento polemico usato dalla Destra, ossia che il Pd aveva sempre governato «senza mai aver vinto un’elezione». E in effetti, il Pd ha governato con il governo tecnico di Monti;  poi con Letta e con Renzi (maggioranze, ricordiamolo, che comprendevano il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, Scelta civica di Monti e l’Udc) e con Gentiloni (che aveva una maggioranza variopinta;) solo una volta, in questo decennio, il Pd ha governato con una maggioranza parlamentare, quella giallo-rossa del Conte II, che avrebbe potuto configurarsi come la base di una possibile coalizione politica, in grado di proiettarsi alle successive elezioni con una proposta di governo. Non è accaduto.

Il brano è estratto estratto dal volume “PD. Un partito da rifare? Le ragioni di una crisi” di Antonio Floridia. Per gentile concessione di Castelvecchi editore. © 2022 Lit edizioni s.a.s.