Che fine ha fatto
il realismo dei nostri
liberaldemocratici?

Ho sempre pensato che i liberaldemocratici fossero degli impenitenti realisti e molto ben disposti verso scelte pragmatiche, una qualità importante nella politica parlamentare. La convention dei lib-dem che si è chiusa a Bologna pochi giorni fa incrina questa convinzione. Diciamo subito che non da oggi la posizione dei liberaldemocratici è stata sempre minoritaria nel nostro paese, troppo poco laico nella cultura civile e dove la politica ha quasi sempre transitato all’interno di ideologie ben strutturate (ideologie alle quali molti degli odierni lib-dem si sono in passato ben adattati). Comunque, oggi, i liberaldemicratici italiani non hanno una casa loro e sono sparsi tra Forza Italia, PD e Italia Viva. La convention bolognese è stata promossa dal gruppo interno al PD e ha avanzato due proposte: il PD dovrebbe intestarsi il governo Draghi, il migliore che abbiamo da qualche decennio in qua; il PD deve impegnarsi a formare un’alleanza con le sparse membra liberademocratiche, ed evitare assolutamente ogni alleanza – anche strumentale o elettorale—con i pentastellati (meglio far vincere un candidato Lega, come a Torino?). Nella sua relazione introduttiva, il leader della corrente Enrico Morando, ha chiesto “al Pd e ai partiti minori del centro-sinistra un consapevole sforzo di convincere quella maggioranza di italiani che valuta positivamente l’esperienza Draghi e desidererebbero che essa proseguisse e ritengono  che l’unico partito/schieramento in grado di impegnarsi in modo esplicito e credibile per garantire loro il conseguimento di questo obiettivo sia il Pd/centrosinistra».

Mi è venuto il dubbio, leggendo queste parole, di non vivere in Italia, ma in un paese dove mettendo insiene le forze sparse di liberaldemocratici sia ragionevole aspirare a una fetta di voti abbastanza larga per governare. Nella lettura dei lib-dem, i partiiti “minori del centro-sinistra” sono certamente Liberi e Uguali e Italia Viva. Insieme con il PD potrebbero a fatica partorire un 20/22%. “Potrebbero” — poichè vi è di che dubitare che chi vota LeU sia disposto a votare una congregazione che includa Italia Viva e che, soprattutto, si schieri al centro.

Per dare idealità al progetto, dalla convention è anche venuta la proposta di mettere Draghi in testa a questa lista. L’idea non è assurda, visto che l’aggregazione liberademocratica non sembra in grado di proporre nessun leader autorevole e soprattutto attraente o popolare. Senza un tal leader, il centro liberaldemocratico è un anacronismo in un’età di populismi e demagogie. Il centro è una chimera. E il volontarismo dei lib-dem (“un consapevole sforzo per convincere la maggioranza degli italiani”) ne è come la confessione.

Sul realismo dei lib-dem ci si deve dunque ricredere. Il senso della realtà, che è un bagno di secolarismo senza nostalgie, ci dice – oggi— che se il PD vuole avere una qualche fondata speranza di ambire a competere per la maggioranza (a competere, si badi, non a vincere con certezza) deve cercare un’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Ma l’ostilità nei contronti di questo movimento, e di Giuseppe Conte in particolare, è più forte della ragione pragmatica. Ed è frutto di un pregiudizio che unisce tutti i liberaldemocratici, dentro e fuori del PD. I quali sono oggi la componente più ideologica e meno permeabile al principio di realtà. E l’appello al volontarismo ne è una prova, il segno di una reazione (anche nobile) di fronte a una realtà che non piace e non viene accettata. Hic Rhodus, hic saltus!