Che brutto vivere in città dove il verde è solo sui semafori, se non sono rossi

Lunedì 17 gennaio, “giornata mondiale della pizza”, non v’è stato giornale, telegiornale e giornale radio che non abbia celebrato questa ricorrenza. Ma, passando in rassegna eventi, cose e persone che quasi quotidianamente si celebrano in ogni giorno dell’anno, apprendo anche che in quel giorno gli ebrei festeggiano Tu BiShvat (o Rosh Hashana Lailanot) che è una festività chiamata Capodanno degli alberi. Come se non bastasse il 17 gennaio è anche S. Antonio Abate “protettore del fuoco e dei pizzaiuoli” e in questo giorno, in più luoghi specialmente del Mezzogiorno d’Italia, si usa fare la festa agli alberi. Nel senso che in roghi più o meno folti (cippi), si bruciano alberi, generalmente secchi e provenienti dalle passate festività natalizie. A Napoli, che conosco meglio di altri luoghi, la ricorrenza viene celebrata (o, meglio ancora, veniva celebrata a causa dei ricorrenti divieti) da circa trecento anni con diecine di falò nelle strade perchè “Sant’Antonio  se tenut o’ vecchio e c’a riat o’ nnuov”

Insomma ce n’è abbastanza per parlare ancora di alberi e della loro incontrastata importanza. Come sempre me ne offre l’occasione Stefano Mancuso che domenica 2 gennaio ha scritto su “L’anno che verrà“ di “Repubblica” un articolo titolato “Una città a misura di alberi” .

Quattro miliardi vivono nelle metropoli

Ripetersi può essere anche noioso e magari, contrariamente a quanto sostenevano i latini, nemmeno giova. Tuttavia come fa Stefano Mancuso scrivendo e riscrivendo di alberi, lo faccio anche io seguendolo a ruota.

Città a misura di alberi significa che la maggior parte della Terra deve esserlo, a misura, se si considera che ben oltre il 50% degli otto miliardi dei suoi abitanti vivono in città. E, paradossalmente, proprio nelle città che in molte aree del pianeta sono cresciute e ampliate proprio tagliando alberi e urbanizzando lo spazio così ricavato. Tanto che sono soprattutto gli urbanisti a farsi sostenitori della importante presenza del verde urbano. Per esempio Stefano Boeri con la realizzazione del “Bosco verticale” nel quartiere Isola a Milano e Renzo Piano come sostenitore della riforestazione delle città perchè “le piante depurano l’aria, abbassano la temperatura, aiutano a vivere” .

La città, com’è…

Parliamo ancora di alberi, dunque. Siamo a gennaio e l’inverno è cominciato da meno di un mese. Tra poco più di due sarà primavera. “Primavera” è il titolo di una bella filastrocca di Gianni Rodari: “Conosco una città/ dove la primavera / arriva e se ne va/ senza trovare un albero/ da rinverdire,/ un ramo da far fiorire/ di rosa o di lillà.
 Per quelle strade murate/ come prigioni/ la poveretta s’aggira/ con le migliori intenzioni:/ appende un po’ di verde/ ai fili del tram, ai lampioni,/ sparge dei fiori/ davanti ai portoni/(e dopo un momentino/ se li prende il netturbino…)/.
Altro da fare/ non le rimane,/ per settimane e settimane,/ che dirigere il traffico/ delle rondini, in alto,/ dove la gente/ non le vede e non le sente/.
Di verde in quella città/(dirvi il suo nome non posso)/ ci sono soltanto i semafori/ quando non segnano il rosso.
”.

…e come potrebbe essere

Per correttezza Rodari scrive di non poter dire il nome di quella città. Ma si sa che sono non poche le città il cui nome potrebbe inserirsi nella filastrocca. Napoli, per esempio, (sempre per guardare a casa mia) è stata per anni la città nella quale la primavera trovava il verde soprattutto nei semafori.  Col passare degli anni, diciamo una quarantina, lo è sempre meno. Nuovi parchi sono nati; altri già esistenti sono stati rinverditi. Ma poiché la primavera deve fare i conti non solo con esseri umani poco rispettosi della natura nella quale comunque vivono e che sempre più si chiama città; poiché deve fare i conti anche con altre stagioni che, più o meno inconsapevolmente, hanno manifestazioni della loro esistenza che possono essere dannose per il verde perfino più delle malefatte umane; poiché tutto questo può accadere e a Napoli (né solo qui) è accaduto con tempeste di vento che hanno fatto cadere alberi e di moltissimi altri hanno messo in pericolo l’esistenza sollecitandone il taglio. Insomma a causa di tutto ciò, come in molti abbiamo scritto e lamentato, la parte alta della collina di Posillipo è stata quasi completamente spogliata del suo patrimonio alberato. Così facendo si è verosimilmente reso più sicuro il passaggio di automobili e pedoni nei viali ex alberati. Ma… Ma ‘o Capo ‘e Pusilleco non è più quello di una volta. Non è più quello cantato nei versi di Ernesto Murolo per la musica di Salvatore Gambardella. Qui c’era “nu pergulato d’uva rosa/ E nu barcone cu ‘e mellune appise/…’Ncoppo ‘o Capo ‘e Pusìlleco addiruso/E nu canario canta ‘na canzone/’A dint’a na cajola appesa fore/E ll’èllera s’attacca a stu barcone”
(Per i non napoletani non sciacquo questi versi in Arno, ma opportunamente dico solo che “barcone” sta per balcone).

Pensiamo alla primavera

Naturalmente non sto auspicando il ritorno a quel passato posillipino che vale per tutte le altre città che in un centinaio di anni hanno perso nel loro paesaggio pergolati d’uva, l’edera rampicante sulle pareti e meloni appesi a maturare fuori ai balconi. Ma siamo a gennaio, abbiamo tre mesi per il ritorno della primavera e sarebbe opera buona e confortevole cominciare a mettere a dimora alberi sicuri per consentire a quella stagione di non dirigere solo il traffico delle rondini. E a tutti noi di disporre di meno anidride carbonica e più ossigeno.

Se ne è già ripetutamente scritto su queste pagine. Ma repetita…