C’erano una volta le giunte rosse. E la generazione dei giovani assessori

Le interviste realizzate da Andrea Ambrogetti a 10 amministratori delle giunte rosse fra gli anni Sessanta e gli anni Novanta (più una a Onide Donati, cronista de l’Unità dell’Emilia Romagna) nelle regioni di insediamento storico del Pci (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche) sono parte di un progetto di ricerca più ampio su quello che l’autore definisce “uno dei più significativi casi di buon governo del nostro dopoguerra” ed anche il terreno privilegiato di formazione di una classe dirigente riformista, nel tempo della contrapposizione ideologica e della conventio ad excludendum: (Andrea Ambrogetti, “Giunte Rosse. Interviste sul buon governo“, 2022, Gambini Editore, Attigliano, pp. 141).

Le pratiche del buon governo

Fabio Martini, nella prefazione, mette in rilievo che quella “stagione politica e storica è spesso evocata, poco raccontata e finora mai adeguatamente collocata nella Grande Storia. E cioè in quella più generale modernizzazione del paese che, dalla metà degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta ha impresso all’Italia una crescita economica, sociale e civile senza precedenti”.
Attraverso le domande, Ambrogetti indaga il peso che nelle buone pratiche di governo hanno avuto le tradizioni civiche locali e l’apporto di movimenti, come quelli femminista e giovanile, dei partiti alleati e dei cattolici orientati al dialogo, nel governo delle città e delle regioni, con le sinistre. E, naturalmente, le fratture che si sono prodotte nell’ultimo decennio del secolo scorso e nei primi di questo, intorno alle quali è utile ragionare nelle tristi circostanze attuali.
Emerge così per esempio il ruolo delle Misericordie in Toscana (Paolo Nicchi – Arezzo), l’importanza della cultura laica repubblicana ad Ancona (Vittorio Salmoni).
Alle origini c’è l’Italia povera e contadina del dopoguerra, mezzadrile e bracciantile, della lotta di classe nei confronti di agrari presenti e attivi (non gli assenteisti del latifondo meridionale), che erano stati una parte significativa della base sociale del fascismo. Nel cinquantennio successivo la riforma agraria, l’insediamento delle industrie, poi il prevalere del terziario dei servizi segnano altrettante tappe di modernizzazione.

Forte il legame con le radici

Tre generazioni che nelle trasformazioni mantengono il legame con le radici: “Nel passare dal mezzadro che aveva fatto la quinta elementare al figlio laureato, c’era una prosecuzione delle radici del padre. Infatti tra le generazioni dei ‘primi che della razza mia aveva studiato’ ne sono usciti insegnanti che hanno creato generazioni di classi dirigenti, che ancora si ricordano dei loro maestri. Questo meccanismo si è interrotto recentemente” (Stefano Cimicchi, Orvieto).

La gran parte degli intervistati sono stati giovani assessori fra gli anni Settanta e Ottanta, quando nella tenaglia fra dipendenza dalle droghe e lotta armata, una parte del mondo giovanile scelse l’impegno politico, anche critico, nel Pci. Colpisce, in tutte le testimonianze, la conoscenza profonda della storia e della vocazione dei territori, una cultura diffusa nella classe dirigente che spesso aveva origini in un mondo contadino dove il grado di istruzione era la licenza elementare. Cimicchi: “Mi spiegarono che per diventare dirigente la prima cosa che dovevo fare era imparare a conoscere il territorio, l’urbanistica e le politiche dei beni culturali. Prima di diventare consigliere ho fatto parte per 5 anni della commissione urbanistica, come apprendistato”.

Il movimento e i diritti delle donne

Molto più complicato il rapporto con i movimenti delle donne e il femminismo. Nelle testimonianze delle assessore, Mara Quadraccia (Amelia), Felicia Bottino (Bologna), Maria Rosa Franzoni (Imola), Simonetta Romagna (Pesaro) emergono le difficoltà e i fallimenti nel cercare di far passare le idee di autonomia delle donne: “Era più facile avere la fiducia degli uomini in quanto persone, piuttosto che il riconoscimento come dirigenti politiche portatrici di un pensiero autonomo” (Maria Rosa Franzoni, Imola).

C’era, però, nelle tradizioni del movimento operaio, l’emancipazione, la parità di salario e la lotta per ottenere gli asili nido e le scuole per l’infanzia che consentissero alle donne di lavorare. Nelle giunte entravano donne che erano state partigiane o che venivano dalla fabbrica e dal sindacato. Fra loro Adriana Lodi, mitica assessora delle giunte di Dozza e Fanti a Bologna, alla quale si devono i primi asili nido e poi la legge sugli asili nido in Italia. Maria Rosa Franzoni: “Mettere insieme interessi diversi – i diritti dei bambini a crescere, delle mamme di disporre di spazi sicuri ed educativi, di nuova occupazione – ha creato coesione sociale. Questo si può tranquillamente affermare di tutte le città e regioni in cui la sinistra ha governato”.

Urbanistica e cultura

Urbanistica e cultura sono le due chiavi di volta delle giunte rosse, che accompagnano le trasformazioni economiche e sociali fino ai primi anni 2000. Felicia Bottino (assessora in Emilia Romagna alla cultura, beni culturali e urbanistica fra il 1985 e il 1995) ripercorre nella sua forza innovativa l’urbanistica bolognese e l’influenza nazionale e internazionale esercitata in questo campo dalla città delle Due Torri, fino a quando, negli anni 80, la deregulation si è imposta in Europa e anche, seppur meno che altrove, nell’Emilia Rossa.

È interessante riscoprire che, all’origine, l’urbanistica è servita a superare il conflitto capitale-lavoro che era alla base della dottrina marxista. Onide Donati: “Il ceto medio individuato da Togliatti per non ripetere le fratture sociali nelle quali si era incuneato il fascismo, è stato il motore della crescita emiliano-romagnola … un patto semplice ed efficace: la politica ci dia una cornice di agibilità e nel contempo risponda ai bisogni primari della popolazione, poi a riempire il quadro ci pensiamo noi”.

Gli intellettuali e i professionisti

Un altro aspetto di grande interesse sta nel contributo tecnico e politico di intellettuali e professionisti, chiamati a governare nelle giunte di sinistra. Racconta Fabio Maria Ciuffini, che ha inventato a Perugia, città verticale, il sistema di ascensori e scale mobili che ha consentito di liberare la città antica dalle automobili: “La selezione della classe dirigente avvenne sempre per scelta del Partito, che teneva d’occhio i migliori (i più ligi è il risvolto negativo), i più preparati e li candidava. E, soprattutto, non candidava sé stessa. Questa selezione dall’alto, operata da chi si sentiva eticamente impegnato a non candidarsi, lo rendeva aperto alle spinte che arrivavano da una società in continua evoluzione”.