C’era una volta Czernowitz. Memorie di una città distrutta dal nazionalismo

Qui i russi forse non arriveranno. A meno che non decidano di occupare tutta l’Ucraina, anche le regioni dell’ovest più lontane dalla loro guerra, o non risalgano da Odessa attraverso la Moldova. Černivci è nella Bucovina del nord, qualche decina di chilometri più su del confine rumeno: gli effetti della spezoperatija di Putin li ha avvertiti finora solo per il passaggio dei profughi che sono scappati dall’est martoriato per raggiungere la Romania, la Moldova o Leopoli, verso la Galizia, e poi la Polonia. Scrivemmo di questa città su strisciarossa nell’ottobre del 2017 (leggi qui). C’erano già state la rivolta del Maidan e l’occupazione della Crimea, ma certo nessuno poteva immaginare quello che sta accadendo in questi giorni.

Tutti i nomi di Černivci

Raccontavamo, quattro anni e mezzo fa, che  Černivci non si è chiamata sempre così. In rumeno è stata Cernăuti, in russo Černowcij, in polacco Czerniowce. Ma i più, lontano da qui, la conoscono con il nome tedesco e yiddish: Czernowitz. In realtà, se i topografi dell’imperatrice Maria Teresa fossero stati precisi fino in fondo, nel dare il nome alla città strappata nel 1775 ai turchi con tutta la Bucovina avrebbero dovuto chiamarla Tschernowitz, traslitterando alla tedesca il suono russo e rumeno, ma forse anche a loro parve un po’ troppo ostico quell’accumularsi di consonanti e così optarono per un compromesso con la fonetica slava.

Un compromesso. Molti pensano che sia una brutta parola ma in questa parte del mondo, per tanto tempo, non lo è stata affatto. La città dai tanti nomi prosperò proprio perché era l’epifania d’un compromesso: era tante cose in una e nessuna prevaleva sulle altre. Era tedesca, ucraina, russa, rutena, polacca, ungherese, moldava. E soprattutto ebraica: secondo i censimenti dei primi del ‘900 gli ebrei erano poco o più o poco meno della metà dei 110-120 mila residenti in città; nel 1930 erano ancora 42 mila su 112 mila. C’erano poi molti greci e ancora qualche turco, per cui accanto alle sinagoghe, le chiese cattoliche, quelle ortodosse (russe e costantinopolitane) e una parrocchia luterana c’era anche una moschea. Si leggeva e si scriveva in tre alfabeti e spesso si parlavano lingue diverse anche in famiglia. È stato proprio per questo che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Secolo Breve, prima che le guerre e le rivoluzioni congelassero confini e rancori nelle pianure aperte tra i Carpazi e gli Urali, Czernowitz, la città forse più cosmopolita di Kakania, l’imperialregia koiné tenuta insieme dagli Asburgo, visse una stagione d’oro.

Per quanto fossero lontani due giorni di treno dalla capitale, gli abitanti di Czernowitz non si sentivano alla periferia dell’impero. La loro era una città ricca di traffici commerciali e di industrie, avevano un’università importante, un teatro di prosa tedesco in cui recitavano le compagnie più famose, teatri lirici e d’operetta, café chantant in cui si faceva baldoria in tutte le lingue, una delle prime sale cinematografiche di tutto l’impero. Il primo tram elettrico cominciò a correre per le strade nel 1897, lo stesso anno che a Vienna e le società sportive (una per ogni nazionalità e due ebraiche) si facevano un nome in tutto l’impero. Czernowitz era una Kulturmetropole, un centro di irradiamento della cultura tedesca nelle terre dell’est, fino alla lontana Russia, ma anche una delle porte attraverso le quali entrava in occidente, in Francia, in Austria, in Prussia e poi con l’emigrazione anche in America, quel miscuglio di esperienze delle culture dell’oriente europeo, fortemente influenzate dall’ebraismo ashkenazita, di stili e di stimoli artistici che avrebbero avuto una grande influenza da Berlino a Parigi a New York fino agli anni Trenta del Novecento.

Il declino

Tutto questo finì con l’avvento delle Nazioni e dei nazionalismi. Quando l’impero degli Asburgo fu smembrato in nome della dottrina affermata dalla Società delle Nazioni e del wilsonismo, quella per cui alle nazionalità dovevano corrispondere gli stati, la Bucovina del nord fu unita a quella del sud. Non sempre, anzi quasi mai, quel criterio era davvero applicabile laddove i popoli s’erano mischiati per secoli. Tant’è che pur se non era più rumena che austriaca, ucraina, russa o ebraica, Czernowitz finì nella Grande Romania creata dal trattato di Versailles e diventò Cernăuti.

Lo scrittore “austriaco” Gregor von Rezzori (austriaco solo perché scriveva in tedesco ed era nato suddito di Francesco Giuseppe, ma discendeva da una famiglia d’origine siciliana e parlava tutte e otto le lingue dei luoghi dove visse) raccontò molti anni dopo in “Tracce nella neve, ritratti per un’autobiografia che non scriverò mai” il caleidoscopio della sua infanzia, un mondo galleggiante tra le lingue e le culture di cui l’amata balia Cassandra, nella sua rozzezza contadina, rappresentava un po’ la sintesi nelle favole raccontate in un improbabile lingua slava che le mischiava tutte. La nostalgia degli affetti fa tutt’uno nel libro con il rimpianto di una persa ricchezza di comunità.

Con Cernăuti cominciò d il declino di Czernowitz. Cominciò perché i potenti che avevano strappato il dominio di quella parte d’Europa, salendo e scendendo sulla scala delle fortune politiche, pretesero che la città si adeguasse all’unicità del loro potere. E le culture si spensero insieme con i divieti, i cambiamenti dei nomi delle strade, la lingua che parlavano le maestre della scuola, i cartelloni dei teatri, i giornali… Quella degli ebrei era ancora la comunità più numerosa e l’yiddish e il tedesco erano le lingue più parlate. Ma in privato, non negli atti ufficiali o nei tribunali.

Il nazionalismo non è aggressivo soltanto verso gli altri stati e gli altri popoli: è nemico anche della nazione di cui vuole costruire le fortune: la chiude in se stessa, la impoverisce, e insieme con la sua molteplicità ne soffoca anche la vitalità. È quello che successe a Czernowitz.

Il senso dell’appartenenza, la ricerca ostinata di radici che non esistevano, o erano talmente aggrovigliate che riconoscerle era un’impresa impossibile e vana, spensero nel giro di pochi anni il carattere cosmopolita della città, che veniva sentito come un pericolo dai dominatori che si susseguivano. “Cosmopolita”, non a caso, era un insulto, un marchio d’infamia, nei paesi con un regime totalitario, fossero la Germania di Hitler, la Russia di Stalin o la monarchia autoritaria della Grande Romania, insidiata già dal fascismo, che pure, per paradosso, aveva inglobato una quantità di altre nazionalità: ucraini, ruteni, magiari, tedeschi, alla bella faccia dei princìpi di Wilson.

Rosa e Mathias

Con il patto Molotov-Ribbentropp arrivarono i sovietici e la Bucovina del nord, che pure non figurava nei protocolli segreti di spartizione fra il Reich e la Russia dei Soviet, dopo qualche scaramuccia con i rumeni fu occupata dall’armata di Stalin. Cernăuti, con il nome russo di Černowcij trascorse in pace e in tristezza i 22 mesi che mancavano all’inizio dell’Operazione Barbarossa, l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. Quando arrivarono i soldati della Wehrmacht, nell’estate del ’41, il numero degli ebrei in città era già diminuito: i rumeni negli anni precedenti ne avevano deportati molti nella Transnistria e molti altri erano riusciti a fuggire nelle foreste o verso Kiev e poi la Russia appena in tempo. Per quelli che erano rimasti fu istituito un ghetto che però si svuotò presto. Una gran parte degli ebrei di Černowcij fu sterminata dalle Einsatzgruppen, le unità speciali incaricate della “pulizia razziale” dei territori dell’est, gli altri finirono nei campi di sterminio della Polonia. Alle razzie, purtroppo, parteciparono anche le milizie ucraine che si erano alleate ai nazisti nella guerra ai russi.

Quando la città fu liberata dall’Armata Rossa, nella primavera del ’44, dei 40 mila ebrei dei primi anni ’30 ne erano rimasti qualche decina. Fra loro Rosa Roth-Zuckermann e Mathias Zwilling che sarebbero stati i protagonisti, molti e molti anni dopo, alla fine del secolo, del film-documentario del regista tedesco Volker Koepp che ha per titolo i loro nomi: “Herr Zwilling und Frau Zuckermann”. Nel film i due protagonisti, sono aggrappati l’uno all’altra e tutti e due alle memorie degli anni d’oro di Czernowitz, che lei, ultranovantenne, ha fatto appena in tempo a vivere e lui, settantenne, rimpiange come se li avesse vissuti. Herr Zwilling e Frau Zuckermann stanno insieme tutte le sere, guardano insieme la tv, commentano gli avvenimenti del mondo, rievocano i grandi della letteratura ucraina e russa che lei ha tradotto in inglese e di giorno attraversano una città grigia, che non ha nulla dell’antico splendore: le scale malmesse d’un vecchio palazzo, i viali e le piazze annerite dallo smog, quel che resta della vecchia sinagoga, il cimitero ebraico soffocato dalle erbacce. Lei è una donna forte, che non si è fatta stroncare dalle orribili circostanze che la storia le ha fatto attraversare. Siamo sopravvissuti a tante tragedie – dice – che cosa può farci ancora del male? Lui non si consola con le speranze: No. Non possiamo stare tranquilli. Del male può toccarci ancora, magari chissà, un inverno più freddo…

Oppure una guerra, signor Zwilling.