Centrosinistra, farsi la guerra serve solo a rafforzare la destra

Un tempo non tanto lontano c’era il “campo largo”, ricordate? In quel perimetro si ritrovavano i partiti del cosiddetto centrosinistra che supponevano di avere qualche fondamentale tratto in comune. Poi quel campo si è via via ristretto a causa di astrusi motivi legati a una misteriosa agenda e ci si è avviati alle elezioni anticipate del 25 settembre ciascuno per proprio conto. Da una parte il Pd, allargato ad Articolo 1, alla Sinistra verde di Fratoianni e Bonelli e a +Europa di Emma Bonino, con una piccola coalizione che sta faticando in un percorso quasi tutto in salita. Da un’altra la coppia più pazza del mondo di Calenda e Renzi che hanno dovuto rabbonire (chissà per quanto) i loro spiritelli egocentrici. Dall’altra ancora il Movimento Cinque stelle di Giuseppe Conte che si è scoperto così di sinistra che quasi quasi arriva a riproporre i soviet. E infine l’Unione popolare guidata da De Magistris, il quale si è talmente innamorato dell’idea di una sinistra dura e pura da sentirsi il Mélenchon italiano.

Che sia stato un errore politico rilevante arrivare a questa frantumazione difronte a una destra che è agguerrita e combattiva nonostante le divisioni, mi pare non ci siano molti dubbi. In questo modo si è resa la partita molto ma molto difficile, per non dire impossibile. Però, è andata così e ormai non ci si può più fare nulla.

Però, che la campagna elettorale delle suddette forze che fanno parte di questa generica area di centrosinistra o di opposizione alla destra si stia concentrando negli ultimi giorni in una guerra dell’uno contro l’altro è un fatto che lascia senza parole. Si è innescato una specie di cupio dissolvi nel quale ciascuno si illude di ricavare qualche zero virgola insultando e dileggiando l’altro.

Conte, per il quale destra e sinistra non esistevano, ora scopre le “zone rosse” d’Italia e contende al Pd lo spazio progressista accusando il suo ex alleato di “cinismo e opportunismo”: mai più con loro, sentenzia. Letta ribatte accusando il leader del M5S di essere un “progressista della domenica” che sta a destra o a sinistra a seconda della convenienza, mentre altri del Pd gli rimproverano, dopo averci fatto un governo insieme, di aver sostenuto i vergognosi decreti sicurezza di Salvini. La egocoppia Calenda-Renzi attacca i dem un giorno sì e l’altro pure accusandoli delle peggiori nefandezze, dalla riscoperta del comunismo al sostegno all’esercito di Putin fino al tradimento del riformismo. De Magistris e i suoi compagni di Unione popolare considerano tutti gli altri esponenti indistinti della destra, considerandosi unici depositari della verità rivoluzionaria. Alè.

La domanda è: a che serve questa guerra di tutti contro tutti? Sicuramente non a contrastare la destra, che infatti naviga felice verso la riva di Palazzo Chigi. Serve solo a dividersi le spoglie di un centrosinistra che poteva essere e non è stato: qualche voto in più o in meno, qualche seggio in più o in meno, magari qualche potere di veto in più o in meno in un Parlamento nel quale alla fine gli avversari della Meloni rischiano di essere ridotti al lumicino. È appunto una guerra che non vincerà nessuno, perché il risultato finale sarà una pesante sconfitta che lascerà sul terreno troppe macerie e troppi morti e feriti per poter consentire poi di ricominciare facilmente da capo. Qualcuno pensa che distruggersi a vicenda sia catartico e possa far nascere qualcosa di nuovo a sinistra. Ma non sarà così, statene certi. Non ci sarà alcuna catarsi, alcuna purificazione in grado di rimettere insieme i pezzi distrutti. Non ci sarà alcuna araba fenice che risorgerà dalle ceneri.

Al 25 settembre mancano due settimane. Forse si è ancora in tempo per fermare questo assurdo e insensato regolamento di conti e per consentire all’elettore di centrosinistra di fare la scelta più utile per impedire che la destra dilaghi nelle nostre istituzioni democratiche. Aspettiamo fiduciosi.