Centrodestra, la storia
dei separati in casa

Stessa situazione dei separati in casa. Per necessità, per calcolo, per convenienza, gli umani restano insieme oltre l’amore che non ce l’ha fatta a trasformarsi in affetto o, almeno, rispetto. Anche se in certi momenti ci si odia, si fa di necessità virtù. Portate queste considerazioni in politica appare evidente che, al di là di una sintonia a tutto tondo esibita ancor più in questo caso per calcolo, convenienza e necessità, i più separati in casa tra tutti sono i leader del centrodestra. Berlusconi e Salvini che si contendono fino all’ultimo voto la possibilità di varcare il portone di Palazzo Chigi. In prima persona, nel caso del leghista senza nord per fare l’occhiolino al centro e al sud del Paese. Per interposta ma influenzabile persona se si tratta dell’ex cavaliere. Entrambi esaltati dai sondaggi se la stanno giocando tra di loro, dimentichi del ruolo del Quirinale, lasciando ai margini la terza componente del gruppo che per ora parla poco ma troneggia su giganteschi manifesti da cui sciorina perle di saggezza in poche parole. Meloni si spende per i giovani, e va bene, inneggia ad un abbassamento delle tasse, e va bene anche questo, e poi difende la famiglia tradizionale dimenticando che i due di cui sopra di famiglie ne hanno avute un bel po’. Contraddizioni. La quarta gamba al momento sembra sia stata inglobata e messa lì solo per tenere in piedi un ipotetico tavolino anche se gli esponenti più noti di essa, Raffaele Fitto in testa, non nascondono di avere l’obbiettivo 6 per cento e, quindi, di avere voce in capitolo.

Questioni loro. Intanto si mostrano compatti i centrodestri. Gli altri si scindono, si contrappongono anche in modo aspro, e loro esibiscono agli italiani sconcertati che quasi per la metà pensano di non andare a votare, la loro granitica unità per arrivare trionfanti dal 5 marzo. Solo che, a guardar bene, questa coalizione più elettorale che di governo non riesce a trovare un solo punto su cui i due leader la pensano allo stesso modo. Ovviamente a cominciare dalle rispettive future collocazioni e quindi se Berlusconi vedrebbe in Salvini un buon ministro dell’Interno, non di più, l’altro lo spedirebbe alla Farnesina e, questa volta, non ad interim. E poi c’è sempre lo specchietto del Quirinale da agitare davanti all’ambizioso uomo di Arcore. Ma troppe cose dovrebbero accadere a cominciare dalla decisione di Strasburgo o anche il buon fine di una richiesta di riabilitazione che potrebbe essere presentata dal prossimo 8 marzo (a tre anni dall’aver scontato la pena) al Tribunale di Milano, perché tra qualche anno un’aspirazione di questo tipo possa avvicinarsi anche lontanamente alla realtà. Nuovi processi permettendo. La presidenza della Repubblica come ipotetica merce di scambio comunque sgomenta.

Il programma comune è stato firmato nell’opulenza di Arcore con Giorgia Meloni lì a reggerlo per la foto di rito e il gatto e la volpe già all’attacco dietro il sorriso di circostanza. Dieci punti condivisi e una grande stretta di mano. Subito dopo sono cominciati i distinguo e le precisazioni.

Silvio Berlusconi si è fatto un giro a Bruxelles per rassicurare l’Europa sulle estemporanee uscite del suo partner. Nessun timore di derive a destra e men che mai la messa in discussione lo sforamento di quel 3 per cento che Salvini, invece, con vemenza attacca, eccome. “Se danneggia i risparmi, il lavoro, le famiglie, per noi non esiste”. Se del referendum sulla permanenza nell’euro non se ne parla più è anche vero che nelle fila dei candidati della Lega stanno trovando posto fior di anti Europa. E a Bruxelles hanno apprezzato la visita ma restano sospettosi e preoccupati.

Sembra andare meglio sulla flat tax, per l’attuale ministro dell’Economia una sorta di bacchetta magica come quella della fatina di Pinocchio. Il concetto della riduzione della tassazione è comune. Ma i due si perdono già sulla percentuale, uno vuole il 15, la Lega, l’altro si impegna per il 23. Nessuno dice con quali coperture si potrà fare. Basta promettere.

La legge Fornero, la grande nemica di Salvini che ha sventolato appena uscito da Arcore il programma in cui c’è scritto “azzeramento”. Immaginando in modo rozzo che per la fine di marzo di quella legge che molti problemi ha creato ma forse qualcuno lo ha tenuto a bada, non resterà più nulla. In più occasioni Berlusconi invece ha ribadito che quelle norme vanno modificate ma non con la tempistica leghista. D’altra parte nel medesimo programma subito dopo “azzeramento” c’è scritto che bisognerà arrivare a nuove regole. I tempi, dunque, non sono quelli auspicati a via Bellerio. Stessa diversità di posizioni anche sulla questione dell’immigrazione. Fosse per Salvini tutti a casa, e senza nessuna cautela e accordo con i paesi di provenienza. Esodi al contrario senza garanzie e umanità? Berlusconi mette le mani avanti. Anche su un’altra questione la distanza è palese. L’obbligatorietà dei vaccini è una forzatura per Salvini, l’altro non è d’accordo. Certo l’autorevolezza e la credibilità di Berlusconi crolla quando parla con veemenza di carcere per gli evasori fiscali. Ma proprio lui?