Cento anni fa nasceva Piero Della Seta. Dalle borgate la visione della città di tutti

Giovedì 12 maggio, dalle 17 alle 19, alla Protomoteca del Campidoglio si terrà un convegno su Piero Della Seta a cento anni dalla nascita dal titolo “Capire e trasformare la città”. Dopo i saluti del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, il convegno sarà introdotto da Francesco Giasi, direttore della Fondazione Gramsci, seguiranno gli interventi di Michele Colucci su “La città come riscatto”, Grazia Pagnotta su “Le giunte di sinistra”, Silvia Viviani su “Le campagne d’Italia”, le testimonianze di Vezio De Lucia e Walter Tocci.

Vi è un rinnovato impegno della Fondazione Gramsci sul ruolo del PCI nella storia d’Italia e, in particolare, su Roma, anche studiando le personalità che si sono dedicati a temi pionieristici diventati cruciali negli anni a venire. Da questo punto di vista la figura di Piero Della Seta è significativa su almeno due piani: quello del nascente ambientalismo e quello della città intesa come luogo di affermazione dei diritti e terreno delle opportunità. (Colucci, 2022).

La famiglia, le leggi razziali, il Pci

Piero Della Seta era nato a Roma il 2 maggio 1922, il padre Angelo era un commerciante di tessuti all’ingrosso in piazza Giudia, nel 1938 fu espulso dal liceo Visconti a causa delle leggi razziali. Dopo la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, si accostò alle idee comuniste attraverso l’amico fraterno Aldo Natoli. Una parte della sua famiglia, che si era rifugiata in campagna, nel 1944 fu catturata dai fascisti, consegnata ai tedeschi, deportata e trucidata a Auschwitz.

È stato consigliere comunale del PCI a Roma dal 1956 al 1985, da assessore “al tecnologico” fu, con Argan e Petroselli, protagonista del piano di ACEA che portò acqua, luce e fogne nelle borgate romane.

Al lavoro politico, alla fatica del giorno per giorno, affiancava lo studio rigoroso dei problemi, fu autore con Giovanni Berlinguer di Le borgate di Roma (1960). Un libro “mitico – ha scritto Walter Tocci – che ha avuto la fortuna di essere utilizzato come testo di studio all’università e per scrivere volantini nelle lotte di quartiere”.

Giovanni Berlinguer raccontò nel 2001, a pochi giorni dalla morte di Piero come era nata l’idea del libro: “L’idea ci era stata suggerita da Alberto Moravia, che venne con noi nelle borgate quando, nel febbraio 1956, una terribile nevicata isolò per molti giorni dal centro la periferia romana e, oltre che organizzare i soccorsi, il vettovagliamento, i trasporti per i borgatari, ci occupammo di ‘mobilitare gli intellettuali più sensibili’ al loro disagio occasionale e strutturale”. Moravia descriveva allora Roma come “una slabbrata e sgangherata cittadona mediterranea, sede di uno Stato che non è uno stato, capitale di una nazione che non è una nazione”. Ma quella che oggi può apparire come la descrizione impotente di una città ingovernabile, allora era un grido di denuncia, parte di una straordinaria politica di risanamento sociale e urbanistico di cui si volevano protagonisti i borgatari, considerati nella Roma benpensante rappresentata dal Messaggero e dal Tempo come il peggio del peggio, la cintura barbara della città.

Tra battaglia politica e denuncia

Lo stesso intreccio di ricerca, battaglia politica e denuncia si coglie in un libro collettivo di qualche anno prima (1954), Introduzione a Roma contemporanea, edito dal Centro studi su Roma, che fu un tentativo del Gramsci di creare un gruppo di ricerca sulla capitale. Piero Della Seta vi partecipa insieme ad altri studiosi e politici romani (Paolo Basevi, Alberto Caracciolo, Renzo De Felice, Edoardo Perna, Giulietta Vergonbello, Luciano Cafagna, Antonio Bongiorno, Carlo Cicerchia, Diamante Limiti). Aldo Natoli, allora segretario della Federazione comunista romana, scrive nella prefazione: “Noi rifiutiamo la pretesa di quegli zelanti difensori di Roma che si stracciano le vesti per il vilipendio della città millenaria… Ugualmente futile, e per di più interessata, consideriamo la tesi di chi suggerisce che l’ambiente romano, organicamente tarato, prospererebbe grazie ad antichi e recenti privilegi che trarrebbe a spese della comunità nazionale”. Natoli considerava tali argomentazioni come espressione di “gretto municipalismo” a pochi anni dal centenario dell’unità nazionale.

L’intreccio di risorse intellettuali, sociali e politiche che il PCI riusciva a mettere in campo suscitava interesse e rispetto nelle altre forze politiche, soprattutto se impegnate nella trasformazione democratica del paese. Così, per esempio, sempre nel 2001, Vezio De Lucia ricordava a proposito di Della Seta: “Pietro Bucalossi, ministro repubblicano dei lavori pubblici – che aveva il tratto rigoroso di un esponente della destra storica – prima di presentare proposte alla commissione lavori pubblici della Camera, sentiva il parere di Piero Della Seta. Così fu per la legge di riforma urbanistica che da Bucalossi prese il nome”.

Tutto questo non impediva né errori né sconfitte, la potenza degli interessi in campo nella rendita derivante dalla proprietà dei suoli era ed è tale che ancora oggi Roma deve farci i conti. Aveva, però, il doppio effetto di tenere coesi mondi diversi, contrastando l’insorgere dei populismi, e di mantenere viva la libertà di pensiero che consente di procedere nella ricerca rigorosa ed efficace.

Della Seta scrive con il figlio Roberto I suoli di Roma e, con Edoardo Salzano, L’Italia a sacco, sposta – negli anni più recenti – l’attenzione dalla città alla campagna. “PCI, PDS, DS, avevano – riflette Fulvia Bandoli – al loro interno competenze e capacità politiche che hanno dato contributi fondamentali alla cultura ambientalista”.

Protagonista delle battaglie per la casa negli anni Sessanta e Settanta, ragiona Walter Tocci, “fu il primo del PCI romano ad accorgersi che “dentro il fenomeno abusivo stava emergendo il fattore speculativo e corruttivo, che si rendeva necessaria una politica molto più rigorosa e coraggiosa”.
Significativo è anche l’impegno internazionale di Piero Della Seta che, dolorosamente, ruppe con la comunità ebraica romana nel 1967, a causa della “guerra dei sei giorni”.

Il ricordo di Giovanni Berlinguer

Quello che segue è un ampio passo dal discorso tenuto in occasione della commemorazione di Piero Della Seta nel 2001.

Il primo incontro fu nell’autunno del 1944, nella Roma da poco liberata, dove ci trasferimmo: mio padre Mario, incaricato dal Governo del tentativo di punire con regolare processo i responsabili dei più gravi delitti fascisti, Enrico per collaborare alla direzione dei giovani comunisti, e io per proseguire gli studi di medicina. Ci trasferimmo e ci accampammo, per la grave penuria degli alloggi, a casa dello zio Stefano Siglienti (da poco nominato ministro delle Finanze), di zia Ynes e dei loro quattro figli, in un piccolo appartamento in Prati, Via di Carlo Poma n. 2.

Conobbi subito Piero all’Università, e ci impegnammo insieme nel primo movimento studentesco, nel tentativo di introdurre la democrazia nell’Università che era stata profondamente, anche se non dovunque, inquinata e logorata dal fascismo. Ci affratellammo presto e dopo breve tempo, venuto a trovarmi e visto come eravamo accatastati in Via Poma, mi disse: “Perché non vieni a casa mia?”.

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Là in Corso Vittorio mi accolsero, finché non trovammo una sistemazione migliore, la signora Jole e la cara sorella Giovanna. Là trovai generosità, accoglienza e opulenza, tre parole che raramente si incontrano nello stesso luogo e nelle stesse persone. Mi parlò a lungo della sua determinazione di dedicarsi, anziché a seguire la via tracciata dalla tradizione famigliare, al lavoro politico a tempo pieno, nel quale ha espresso le sue migliori qualità superando anche, con la sua lealtà e il suo entusiasmo, qualche diffidenza dei compagni verso la sua “origine di classe”, e contribuendo a quel lavoro di educazione alla democrazia che ha rappresentato il maggiore merito del PCI, soprattutto a Roma.

Questa era una “capitale infetta”, un centro circondato da un’immensa periferia nella quale si erano riversati immigrati da tutte le regioni del centro e del Sud, e verso la quale erano stati deportati lavoratori e poveri, abitanti nelle zone del centro devastate dagli sventramenti, perché la loro presenza urtava contro l’immagine mussoliniana della Roma imperiale. Era sorta così una cintura di borgate abitata da edili, da tranvieri, da netturbini, ma soprattutto da lunpenproletariat, da sottoproletari.

È con loro che dalla Federazione romana del PCI, che aveva sede in Piazza Sant’Andrea della Valle n. 3, come pure dalla Camera del Lavoro e dalle altre organizzazioni popolari, si lavorò insieme a costruire una capitale moderna e democratica.
Fu questa la prima eresia. Il Manifesto del Partito comunista, scritto da Marx ed Engels, sul sottoproletariato era stato chiaro. Esso “rappresenta la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società… per le sue stesse condizioni di vita sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettere al servizio di mire reazionarie”. Non era solo un dogma teorico: così era accaduto sempre. Anche in Italia, a Napoli, dopo la vittoria della Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946 la plebe era stata spinta nelle strade e aveva assaltato la federazione del PCI, costringendo i compagni a difendersi anche con le armi. Ma fu proprio partendo dalle loro condizioni di vita, trasformando la loro disperazione in lotta comune, piegando la politica alle loro sofferenze, chiedendo elementari diritti quali la casa, l’acqua, le fogne i trasporti, che le plebi della periferia romana diventarono protagoniste della loro sorte e della vita civile della città.

Ciò suscitò furibonde e scomposte reazioni, che è opportuno ricordare. Quando vi furono manifestazioni per la pace, come nel luglio del 1958, il ministro degli Interni Tambroni bollò i dimostranti come “i peggiori e più pericolosi pregiudicati”, “oziosi di mestiere, violenti per occupazione e spregevoli sfruttatori di donne”, i quali provenivano “dalle borgate più malfamate della capitale”. Negli stessi giorni Il Messaggero parlava della “disonorevole Casbah che circonda Roma”, affermando che “attorno alla Roma civile che vive e lavora onestamente v’è una Roma barbara, un anello di criminalità e di anarchia sociale che desta apprensione”. Quando il Consiglio comunale (22 ottobre 1957) aveva esaminato la proposta di costruire un lotto di case popolari per senza tetto e baraccati a Ostia Antica, il parroco della località padre Alberto Benedetti aveva scritto al sindaco Tupini: “Mi permetto di far presente alla Eccellenza Vostra che in Ostia Antica sono in programma di costruzione degli alloggi per accogliere sfrattati, cavernicoli e simili della periferia di Roma… Il paese verrebbe ad essere deformato e turbato nell’ordine psicologico e sociale, in quanto i nuovi venuti sarebbero un’ibrida accozzaglia di gente, col pericolo di inquinare moralmente la popolazione compatta e affiatata sul piano del reciproco morale rispetto”.

Fu anche per contrastare queste tesi (che con espressioni analoghe si ripresentano oggi, verso nuovi bersagli delle offese e delle discriminazioni) che con Piero scrivemmo Borgate di Roma (1960). L’ idea ci era stata suggerita da Alberto Moravia, che venne con noi nelle borgate quando, nel febbraio del 1956, una terribile nevicata isolò per molti giorni dal centro la periferia romana, e oltre che organizzare i soccorsi, il vettovagliamento, i trasporti per i borgatari ci occupammo di “mobilitare gli intellettuali” più sensibili al loro disagio occasionale e strutturale.

Ma ci fu anche una seconda eresia, di cui Piero fu protagonista insieme ad Aldo Natoli (che ci è stato maestro in questo e in altri campi), ad Antonio Cederna, a Edoardo Salzano, a Vezio De Lucia, a tanti dirigenti politici e urbanisti. L’ambiente? L’arte e i monumenti? I piani regolatori? Il verde e i parchi? Erano considerate utopie intellettuali, temi estranei alla politica che si occupava di economia, di relazioni internazionali, dei rapporti fra partiti e istituzioni. E intanto le forze della speculazione governavano ponendo in atto un nuovo “sacco di Roma”, più profondo di quello compiuto dai lanzichenecchi nel 1527, e ben più persistente perché costruito col cemento.

A portare aria nuova nella politica, a spalancare le porte a questi temi che riguardano al tempo stesso la condizione quotidiana e le prospettive del vivere collettivo, Piero ha dato per decenni un rilevante contributo come militante, come amministratore e come studioso: con le sue riflessioni storiche su Le ville di Roma, con il libro su I suoli di Roma, frutto della collaborazione con Roberto, con L’Italia a sacco, scritto con Salzano per documentare l’intreccio fra la speculazione edilizia, la devastazione urbana e le malefatte di tangentopoli. Ricerche proiettate in avanti, orientamenti che hanno guidato i piani regolatori, mosso le ruspe contro gli abusi, contribuito a rendere più bella e più vivibile Roma, e che sono tornati purtroppo d’attualità da quando la mafia si è convertita all’intervento sugli appalti e sulle opere pubbliche, da quando si è ricominciato in Sicilia e altrove a saccheggiare il territorio, da quando si è profilato il rischio di un’inversione di tendenza nella politica nazionale.

Piero ci ha insegnato a non mollare, a mantenere la capacità di indignarsi e di trasmettere al tempo stesso indignazione e progetti, e non solo sigle politiche e ragionamenti per politici. Negli ultimi anni, Piero col suo spirito libero e critico è stato distanziato dalla politica, ma egli aveva continuato ad appassionarsi ai grandi temi internazionali, alla pace e a quella convivenza fra i popoli che aveva coraggiosamente auspicato soprattutto per il Medio Oriente. Aveva anche voluto farmi leggere i materiali per un saggio sulla globalizzazione dell’economia, ricco di idee stimolanti ma rimasto purtroppo incompiuto.

Non ho parlato del carattere di Piero, dei suoi sentimenti, delle sue qualità. Schiettezza, intelligenza, originalità, generosità di impegno sono le sue doti da tutti riconosciute. Comprenderete che ho molto più di quel che ho detto e che dirò, nel mio bagaglio di memorie. Mi perdonerete se lo tengo per me, come un regalo da lui ricevuto e ricambiato con altrettanto affetto. Molti altri qui presenti, e moltissimi cittadini di Roma, hanno anch’essi nel loro intimo qualcosa di suo. Ciò che abbiamo in comune è l’incrollabile speranza in un mondo migliore su questa terra.