Emergenza democratica:
il maggioritario
nel Parlamento ridotto

L’errore più grande del governo giallorosso è stato forse quello di non aver portato a compimento (anzi di non aver neppure avviato) la riforma proporzionale del sistema elettorale. Può sembrare una questione astrusa in tempi dominati dalla pandemia e dal dibattito sull’utilizzo delle risorse del Next Generation Eu. Invece si tratta di un tema cruciale della nostra democrazia. Tanto più dopo il demenziale (e soprattutto pericoloso) taglio dei parlamentari, ovvero lo scalpo di circa un terzo dei seggi del Parlamento che il Movimento 5 Stelle doveva esibire al suo elettorato e ai suoi sostenitori (anche nell’estabilishment) sotto la bandiera populista. Populismo tutt’altro che gentile, evidentemente.

La questione sarà con ogni probabilità affrontata prima o poi dalla Corte Costituzionale che segnalerà i rischi del “combinato disposto” di un Parlamento non più in grado di rappresentare interi territori e della distorsione maggioritaria della legge elettorale vigente (il Rosatellum) con il rischio che chi prevarrà alle urne possa prendersi tutto, dal governo (come è normale) alle autorità di controllo e di garanzia (come avviene invece nei sistemi istituzionali più autoritari, Turchia e Polonia in testa). Seguiranno sentenze e raccomandazioni, ma il danno sarà fatto: basta ricordare quanti pronunciamenti e quanto tempo (anni) sono stati necessari per cancellare il famigerato Porcellum.

Proprio la necessità di riequilibrare il sistema istituzionale dopo la riforma della riduzione dei parlamentari (votata pressoché da tutti) con una legge elettorale proporzionale era alla base del patto di governo tra 5 Stelle, Pd, Leu e renziani che diede vita al cosidetto Conte-bis. Il fattore-tempo era determinante, ma ancora una volta prevalsero furbizie e tentennamenti. Da parte dei 5 Stelle, per cominciare, troppo presi dai festeggiamenti per il taglio della democrazia per poter ammettere che occorreva rimediare al vulnus con una nuova legge elettorale. Da parte del premier Conte, che una volta riottenuta la residenza a Palazzo Chigi demandava in modo quasi neutrale tutta la questione al Parlamento, dimenticando di essere stato scelto come leader di una coalizione. Dal primo dei voltafaccia di Matteo Renzi, una volta preso atto attraverso sondaggi ripetuti e concordi che il proporzionale (con sbarramento) non conveniva a un partitino del 2 virgola (o anche meno) e che avrebbe potuto lucrare assai di più con la quota maggioritaria di una coalizione, a centrosinistra o al centro si vedrà. E da parte dello stesso Pd che mostrò nell’occasione la stessa mancanza di determinazione e di coraggio manifestata per lo ius soli, quando alla guida di due governi (con Renzi e con Gentiloni) non riuscì a portare a casa una riforma di civiltà per il timore di affrontare la contrarietà dell’alleato Alfano e di qualche sondaggio.

Il fattore tempo ha seppellito di fatto i diritti di cittadinanza dei bambini migranti che sono nati e hanno studiato in Italia e il fattore tempo rischia oggi di seppellire ogni tentativo di riforma proporzionalista (e democratica) del sistema elettorale. Oltretutto la nuova leadership democratica di Enrico Letta, di matrice ulivista, ha dato inizialmente indicazioni di segno opposto rilanciando il maggioritario del cosidetto Mattarellum, con l’argomento piuttosto trito che “gli elettori hanno diritto di sapere la sera del voto da chi saranno governati”: poco importa se al governo ci saranno delle coalizioni posticce dove i ricatti dei più piccoli peseranno più del consenso dei più grandi o che saranno comunque pronte a sfaldarsi al primo cambio di casacca. Nelle ultime settimane il segretario del Pd sembra aver mitigato la sua posizione, forse anche per il punto di vista opposto di esponenti dem di primo piano, come il ministro Orlando e il vicesegretario Provenzano. La nuova frontiera ora è il superamento delle liste bloccate, ma anche in questo caso bisognerà vedere se c’è una maggioranza in Parlamento disposta a mettere mano alla materia. Più probabile che si rivelerà anche questo tema da Consulta.

Eppure, al di là del suo scarsissimo appeal, la questione della riforma elettorale dice molto del carattere dei partiti politici, soprattutto a sinistra. Formazioni “liquide”, pronte a sciogliersi in coalizioni più ampie o formazioni strutturate con al centro gli iscritti e gli organismi dirigenti? Cartelli elettorali che prendono forma e consistenza in prossimità delle urne o organizzazioni radicate sul territorio? Partiti dei gazebo o delle sezioni? Insomma, l’ideologia del maggioritario o quella del proporzionale? Quello che appare sempre più evidente è che fare un mix non solo non risolve i problemi ma li confonde ulteriormente. Come nel pasticcio delle cosidette “primarie aperte” (dove cioè possono votare tutti) chiamate a decidere negli anni non solo i candidati delle coalizioni per la guida di una città, di una Regione o per il governo del Paese, ma anche per i segretari di un partito – il Pd – dal livello più alto a quello del più piccolo Comune. Un paradosso che sconcertava un grande vecchio della sinistra come Emanuele Macaluso, da sempre critico con lo strumento principe dell’era maggioritaria. Chissà cosa avrebbe detto sentendo l’altro giorno l’ex premier Giuseppe Conte augurare il successo dei candidati del centro-sinistra più vicini al Movimento 5 Stelle, a un partito cioè che ha scelto di competere quasi ovunque con il Pd ma che allo stesso tempo può stare in campo per scegliersi l’avversario più accomodante…