C’è un’altra malattia
con cui fare i conti:
il digital divide

Le nuove tecnologie sono divenute elemento di estrema importanza per le società odierne. In un momento emergenziale come quello che stiamo vivendo, su Internet poggiano alcune attività essenziali, tanto per utilizzare un termine a cui siamo diventati avvezzi, come l’istruzione e la sicurezza. Per quel che concerne il primo aspetto – l’istruzione – grazie alla didattica online gli studenti italiani possono usufruire del prezioso insegnamento dei docenti anche da casa. Questa, benché non sia in grado di sostituire in toto le lezioni in aula, è un’ottima soluzione per far fronte all’emergenza covid19 che vede costretta la popolazione dei giovani entro le mura domestiche. Tuttavia, vi è un problema in seno alla copertura della rete nella società neocapitalista che viene esacerbata, e resa ancor più visibile, in caso d’emergenza. Non tutti possono beneficiare della didattica online perché molte famiglie non sono munite di una rete a banda larga, hanno un solo pc per tutta la famiglia o, più semplicemente, non possiedono le competenze necessarie per accedere alle piattaforme virtuali. È il digital divide che esaspera, come se ce ne fosse stato bisogno, le già marcate e preesistenti diseguaglianze che permeano la nostra società. Così, se la didattica online mostra delle lacune pedagogiche in sé, tutto questo passa quasi in secondo pieno se non tutti possono accedere a questo tipo di educazione, lo ripetiamo, provvisorio ma necessario. Anche il divario tra nord e sud vede acuire il gap in fatto di didattica online perché nel meridione molti più ragazzi rispetto a quelli del nord non riescono, per svariati motivi, a usufruire degli strumenti didattici offerti dalla rete. Sono i momenti critici a determinare la bontà o meno di certo sistema o società. Se oggi le disparità vengono così a galla, significa che le radici su cui esso si poggia sono marce e l’albero, da un momento all’altro, potrebbe cadere; in testa dei più poveri, sia chiaro. Un mezzo come Internet dovrebbe essere alla portata di tutti.

Il capitalismo delle piattaforme

Così come per l’istruzione, anche il tema della sicurezza verte sulle nuove tecnologie. In tempi non sospetti il compianto giornalista del “Il manifesto” Benedetto Vecchi, parlò di “capitalismo delle piattaforme”, additando i colossi della rete – Twitter e Facebook tanto per fare due nomi, come responsabili di un meccanismo che tende a considerare i dati personali dei propri utenti alla stregua delle merci e utilizzarli come moneta di scambio a favore dell’accesso gratuito e limitato alle proprie piattaforme.  Altro termine in voga in questi ultimi anni è quello di “capitalismo della sorveglianza” – questo è il titolo che la sociologa Shoashanna Zuboff sceglie per il suo libro uscito nell’ottobre del 2019.  Con l’emergenza covid19, per garantire la sicurezza dei cittadini, si sente parlare spesso di sorveglianza digitale e di emulare il modello cinese. Ora che strumenti come la geolocalizzazione, l’implementazione di una app che indichi agli altri chi ha contratto il virus, o effettuare il test sierologico e modalità di verifica della salute che limiti, nel caso ce ne fosse bisogno, i movimenti, si prefigura uno scenario che merita perlomeno un dibattito a sinistra. Tali strumenti sono, in uno stadio di emergenza, utili e, alcuni, necessari. Tuttavia, la sorveglianza può sfociare in autoritarismo; difatti essa può portare, soprattutto quando la pandemia sarà debellata, a pratiche di invasione della privacy personale degli individui, a scopi, pensiamo, di profitto.