C’è un giudice in Italia,
la vittoria
dei lavoratori GKN

C’è ancora speranza. In Italia c’è un giudice che richiama il rispetto dello Statuto dei lavoratori – il vecchio caro polveroso Statuto indebolito ma sopravvissuto alle picconate del Job act, ai contratti a tutele crescenti, alla demolizione dell’articolo 18 – per revocare 422 licenziamenti decisi dalla Gkn, multinazionale britannica controllata dal fondo Melrose, in spregio alle più elementari regole di relazioni industriali.

Una battaglia esemplare

gknI lavoratori di Campo Bisenzio hanno condotto una battaglia esemplare coinvolgendo il territorio e le istituzioni, costruendo consenso e alleanze, e oggi possono giustamente festeggiare anche se la partita per salvare il posto non è finita. Erano stati licenziati all’inizio di luglio con una mail dell’azienda che aveva usato un trucco con i sindacati per inviare la comunicazione mentre la fabbrica era ferma per problemi produttivi, una giustificazione “pretestuosa e artatamente programmata” secondo la sentenza molto dura pronunciata a Firenze.

In realtà la multinazionale attiva nella componentistica per auto aveva deciso di cessare la produzione e portarla altrove, chiudere l’impianto, licenziare tutti i dipendenti. Nessuna comunicazione ai sindacati, nessun confronto, nessuna informazione, nessun tentativo di seguire un percorso alternativo per prevenire un’emergenza sociale.

La Confindustria e “lo spirito punitivo”

Roba d’altri tempi si potrebbe dire, anche se sono i tempi preferiti da certi imprenditori e da alcune multinazionali che stanno a cuore al presidente della Confindustria Carlo Bonomi che vede uno spirito “punitivo” contro le imprese nelle proposte del ministero del Welfare per frenare le delocalizzazioni e tutelare i lavoratori e le loro famiglie.

Il giudice del lavoro Anita Maria Brigida Davia revoca i licenziamenti Gkn come richiesto dalla Fiom, senza mettere “in discussione la discrezionalità dell’imprenditore rispetto alla decisione di cessare l’attività di impresa (espressione della libertà garantita dall’art.41 della Costituzione)”. Tuttavia, scrive, “la scelta imprenditoriale deve essere attuata con modalità rispettose dei principi di buona fede e correttezza contrattuale, nonché del ruolo e delle prerogative del sindacato”.

L’evidente “violazione dei diritti dei lavoratori” dipendenti della Gkn, che si estende alla ex Embraco, alla Whirpool, alla Gianetti, va contestualizzata in una situazione economica e sociale in cui, dopo la fine del divieto di licenziare rimasto in vigore per circa un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, si sono moltiplicati i casi di chiusure e di licenziamenti senza giustificazioni economiche.

Qual è la regia pubblica del settore?

Il nostro Paese, il tessuto industriale, i distretti produttivi sono nel mezzo di una profonda ristrutturazione alimentata dalla ripresa generalizzata (il governo Draghi punta a un balzo del Pil superiore al 10% in due anni) che richiede nuove attitudini competitive, e spinta dai nuovi investimenti nei processi produttivi, dagli aiuti e dai sostegni pubblici che sono piovuti sulle imprese per puntare sull’innovazione e sulle tecnologie. Questi cambiamenti non sono governati, indirizzati e nemmeno influenzati da una regia pubblica, anche se sono enormi i benefici e i sostegni di Stato piovuti sulle imprese.

Se Fca può accedere a un prestito di 6 miliardi di euro con garanzia dello Stato, il governo può almeno chiedere agli Agnelli di non mettere i lavoratori in cassa integrazione, di garantire la piena produzione nelle fabbriche e di evitare dismissioni di attività strategiche? Tutto si tiene.

Gkn opera nella componentistica per auto, settore di rilevanza strategico per i paesi industrializzati (non parliamo delle semplici batterie, oggi è sempre più il software, il cervello delle nuove auto), e il suo azionista Melrose vuole spostare tutto da Campi Bisenzio perché ha deciso che si può produrre a un costo inferiore in paesi meno garantisti.

Gli eredi Agnelli vendono la Magneti Marelli, un gioiello della componentistica, a un fondo giapponese per incassare qualche miliardo di dividendi in futuro e nessuno dice nulla. Nello stesso tempo Fca si sposa con la francese Psa e diventa importante azionista di Faurecia, gigante francese della componentistica con un fatturato di 17 miliardi di euro.

Difficile pensare che la componentistica italiana sarà tutelata da queste alleanze se l’interesse prevalente è altrove. Ecco a cosa servirebbe la mano pubblica.

Una sfida per la sinistra

E allora a partire dal caso Gkn, tocca alla politica, al governo e alla sinistra – se riuscissimo a individuare un pensiero forte, originale e coraggioso – affrontare con decisione queste sfide che ci stanno scappando dalle mani. Il leader del Pd Enrico Letta aveva denunciato ai primi segnali di licenziamenti selvaggi “l’andazzo” che non poteva essere tollerato, ma non abbiamo ancora sentito una proposta organica, coerente sul lavoro, sui rapporti imprese-dipendenti, sulla funzione sociale dell’impresa nel 2020, sulla tutela e sul rafforzamento dei redditi dei lavoratori proprio ora che l’inflazione riparte.

Ci vogliono grandi gruppi industriali italiani come auspica Romano Prodi oppure ci accontentiamo delle brillanti ma piccole multinazionali tascabili? Quali sono le regole che dobbiamo fissare per attirare gli investimenti stranieri, compresi quelli delle multinazionali che hanno il loro potere decisionale altrove, lontano dalle nostre fabbriche? Che percorso di sviluppo abbiamo davanti? I lavoratori della Gkn e molti altri meritano risposte adeguate, all’altezza dei loro sacrifici e delle loro battaglie.