L’azzardo finale
di Barcellona

Era nell’aria da giorni, troppi i segnali e la presenza della Guardia Civil. Ieri l’ultimo atto dell’escalation, con l’irruzione negli uffici del governo catalano. Quattordici gli arrestati, tra loro Josep Maria Jové, braccio destro del vice presidente catalano. In manette ci sarebbero anche diversi tra funzionari ed esponenti dell’esecutivo locale. La Guardia Civile è intervenuta anche al Centro Telecomunicazioni regionale. Il governo catalano riunito d’urgenza, il premier spagnolo Rajoy difende la sua scelta come un atto inevitabile. Ma Barcellona non torna indietro sulla decisione di svolgere il referendum del 1° ottobre. E in piazza si annunciano proteste di massa.

I catalani erano scesi a manifestare in centinaia di migliaia nella capitale catalana anche lo scorso 11 settembre, per il sesto anno consecutivo in occasione della Diada, la festa nazionale della Catalogna. Per rivendicare il diritto a decidere del proprio futuro, dando appuntamento al referendum sull’indipendenza convocato dal governo catalano. Un referendum unilaterale voluto dalla maggioranza parlamentare indipendentista di Junts pel Sí e la CUP, approvato con il sistema abbreviato del nuovo regolamento, generando perciò un duro scontro con l’opposizione. E immediatamente sospeso dal Tribunal Constitucional in accoglimento del ricorso del governo spagnolo.

La via unilaterale era stata prevista un anno fa dal presidente della Generalitat Carles Puigdemont, quando annunciò che la soluzione alla domanda di autodeterminazione del popolo catalano passava per il “referendum o referendum”, ossia per la celebrazione di una consultazione referendaria, meglio se concordata con il governo spagnolo. Ma la politica spagnola ha voluto credere fino all’ultimo che il governo non sarebbe andato fino in fondo. Il governo spagnolo si è negato ad ogni dialogo, sordo al clamore della piazza si è schermito dietro leggi e tribunali, dando ogni volta linfa nuova all’indipendentismo. Ed oggi, a pochi giorni dalla consultazione, per impedirla usa una strategia di repressione, commissariando le finanze della Generalitat, minacciando penalmente sindaci, deputati, ministri, cariche pubbliche, giornalisti, perfino quei cittadini che intendano andare a votare il 1° ottobre o facciano parte dei collegi elettorali, fa entrare la polizia nelle redazioni dei giornali, sospende atti pubblici.
Come si è arrivati a questo punto?

L’indipendentismo degli ultimi anni nasce nel 2010, quando il Tribunal Constitucional, accogliendo un ricorso del PP, annullò le formulazioni più innovative del nuovo Estatut, approvato dai parlamenti spagnolo e catalano e ratificato con un referendum popolare in Catalogna. La manifestazione di quell’anno fu la prima a fare proprio a livello di massa lo slogan “indipendenza”. Cominciava il cosiddetto procés per il diritto a decidere del popolo catalano, un movimento di massa che ha obbligato il mondo politico locale a prendere posizione, portando tutta la sinistra non socialista, l’attuale PDeCat (ex- Convergència Democràtica de Catalunya) e tutto l’associazionismo democratico a rivendicare un referendum concordato con il governo spagnolo. Fino alle soglie dell’estate, con il Pacte Nacional pel Referèndum su cui sono state raccolte oltre 400.000 firme. Perché l’80% della popolazione catalana vuole poter decidere in una consultazione popolare il futuro del proprio paese, rivendica il diritto all’autodeterminazione e lo fa pacificamente, mettendo al centro della politica la questione democratica.

Sul sentimento indipendentista pesano ragioni d’indole economica, specie con la crisi, per un finanziamento iniquo da parte dello Stato rispetto a quanto ceduto in termini fiscali. Ma la crisi pesa anche per aver messo in discussione il patto costituzionale del ’78, il bipartitismo, il regime monarchico e l’assetto territoriale derivanti. Negli anni duri della crisi ed oggi, con il marcio del PP riconosciuto nei tribunali e la monarchia coinvolta in affari con dittature che finanziano il terrorismo, l’opzione indipendentista offre un progetto di futuro e parla di repubblica. Contano le ragioni di carattere identitario – sentirsi una nazione, avere una cultura ed una lingua propria e antica di secoli – ma mai di tipo etnico, perché catalani sono tutti quelli che vivono in Catalogna e il popolo catalano è integratore, aperto e profondamente europeista e conta la sottovalutazione di questa peculiarità da parte dal resto della Spagna.

Mentre i socialisti non riconoscono il referendum dell’1 di ottobre e vi si oppongono, rinviando a una futura riforma della costituzione in senso federale, Podemos e l’area dei Comuns costruita attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, hanno sciolto le riserve. Il referendum unilaterale non è la loro opzione, né l’indipendenza, perché pensano possibile un differente “incastro” della Catalogna nella Spagna. Ma hanno sempre sostenuto l’idea di un referendum concordato con lo Stato, riconoscendo il diritto a decidere del popolo catalano.

Col passare del tempo, ancor più di fronte alla reazione anti-democratica del governo spagnolo, hanno deciso di esserci l’1 di ottobre, chiamando alla partecipazione, per quella che considerano una mobilitazione politica contro il governo di Rajoy. E, oggi, l’immagine delle istituzioni catalane è quella di “un sol poble”, con il presidente e il vicepresidente della Generalitat Puigdemont e Junqueras, la presidente del parlamento Forcadell e la sindaca Colau ad accogliere gli oltre 700 sindaci indagati dalla procura generale per permettere che i catalani possano votare il 1˚ ottobre. Con una certezza: che qualunque sia l’esito di quel giorno sul quesito dell’indipendenza, avrà effetti non solo sulla Catalogna, ma sull’insieme dello Stato e sul governo spagnolo.