Catalogna, l’insidia
delle piccole patrie

Se si guarda alla carta d’Europa, c’è un solo stato, l’Islanda, che non abbia al suo interno minoranze etniche o linguistiche oppure parti della popolazione che si trovino fuori dai propri confini e sotto l’autorità di altri stati. Ciò significa che viviamo in un continente di minoranze oppresse, di libertà conculcate, di democrazia negata a milioni di individui? Il nostro senso comune ci dice che non è così.

Esistono certo problemi e tensioni, focolai di possibili rivolte e di altrettanto possibili repressioni, ma l’Europa non è un continente di patrie irredente. Lo è stata, in molte parti, in molti momenti della storia. Lo è stata in particolare dopo lo sfaldamento dei grandi imperi alla fine della prima guerra mondiale, quando si è formato, nelle grandi linee, il mosaico degli stati nazionali che con l’ispirazione di un generoso e un po’ ingenuo presidente americano pretese, tragicamente senza riuscirci, di coincidere con quello delle identità linguistiche e culturali.

La storia terribile del XX secolo ci insegna che i nazionalismi che ne sono conseguiti hanno prodotto sofferenze, lutti e, alla fine, una nuova guerra. Hitler aggredì la Cecoslovacchia in nome del diritto all’autodeterminazione dei tedeschi dei Sudeti e l’aggressione alla Polonia, inizio della guerra mondiale, fu spiegata con la necessità di soccorrere i tedeschi di Danzica. Dove il mosaico era davvero più difficile da comporre, come nei Balcani occidentali, lutti, sofferenze e guerra sono arrivati a sfiorare il nostro tempo contemporaneo (e continuano a bruciare sotto la cenere). Qualcosa di simile è avvenuto anche dove la fine del blocco dominato da Mosca ha liberato i nuovi nazionalismi dell’Europa dell’est.

È questa carta d’Europa – e la storia che l’ha disegnata – che dovremmo tenere sotto gli occhi se vogliamo ragionare di ciò che sta accadendo in Catalogna, o meglio tra la Spagna e il suo governo centrale e Barcellona e il suo governo locale. Le grandi proteste in nome della libertà suscitano sempre simpatie, soprattutto a sinistra. Ma la lotta per l’indipendenza statuale è davvero, e fino in fondo, una lotta per la libertà? Ovvero, per dirla in un altro modo, la libertà consiste necessariamente nell’esistere come stato sovrano come, a giudicare dai sondaggi d’opinione e dal parere di molti osservatori, sembra ritenere una grande maggioranza dei cittadini catalani? È lecito dubitarne.

Per quanto riguarda la Spagna, l’assoluta identità nel binomio è esistita in passato, quando lo stato centrale ai catalani e ai baschi negava, con l’autonomia politica e amministrativa, tutte le connotazioni che ragione e sentimenti attribuiscono al concetto di libertà: il diritto a parlare, a leggere, a scrivere e ad essere giudicati dai tribunali nella propria lingua, il diritto di esprimere le proprie idee, di professare le proprie fedi, di coltivare i propri costumi. E, per chi il concetto di libertà lo guarda con occhi di sinistra, il diritto di non essere sfruttati e di aspirare all’eguaglianza. Quei tempi, a Barcellona e dintorni, sono passati da un pezzo. Forse non sono scomparsi subito dopo la fine della dittatura di Franco, ma comunque da qualche decennio.

Perché, allora, i catalani ritengono che l’autonomia non basti? Rispondere a questa domanda è davvero difficile. E bisogna dire che nessuno dei leader dei partiti e dei movimenti che si battono per l’indipendenza da Madrid l’ha fatto in modo convincente. Allora un altro dubbio è lecito. Che non sia la libertà dei diritti civili e sociali la vera posta in gioco, né un confuso, inafferrabile, potenzialmente mistificatorio diritto all’”identità”, ma un altro diritto: quello al proprio benessere. Noi italiani abbiamo l’esperienza della Lega (quella dura e pura pre-Salvini non il pasticcio xenofobo-sovranista lepeneggiante attuale), ma anche altre regioni d’Europa hanno conosciuto e conoscono movimenti d’opinione fondati sul proposito di salvaguardare ricchezze che non si vuole, non si vuole più, vengano condivise nell’ambito più grande dello stato nazionale.

I cechi e gli slovacchi si separarono, all’inizio degli anni ’90, perché gli uni ritenevano gli altri un peso e un freno allo sviluppo. La Slovenia fu la prima a lasciare la federazione jugoslava perché era più ricca e per i suoi traffici guardava al Centro Europa. Molti bavaresi farebbero a meno del resto della Germania e non a caso nella regione esiste un partito, la CSU, che non sempre marcia in solido con la sorella federale, la CDU. In altre regioni ricche, specie in quelle in cui il benessere è relativamente recente, la Savoia, certi cantoni della Svizzera, e poi – lo sappiamo – il Nordest italiano, la Lombardia, si affermano movimenti il cui slogan è via dallo stato e le nostre tasse rimangano a noi.

C’è un regionalismo, in Europa (ma non solo in Europa) animato, in fondo, dallo stesso spirito egoistico di autoaffermazione del nazionalismo degli stati. Un “nazionalismo regionale”, se l’ossimoro è lecito. Un lupo affamato di risorse che si maschera da agnello quando si nasconde dietro a concetti ambigui come l’”Europa delle regioni”, come se by-passare gli stati nazionali nell’Unione e la pretesa di un rapporto diretto con Bruxelles, secondo una delle formule recitate di questi tempi a Barcellona e dintorni, rendesse politicamente corretto l’egoismo delle pretese.

C’è questo dietro alla grande spinta indipendentista della Catalogna che riempie in queste ore di folla le vie di Barcellona? Forse è eccessivo pensarlo, ma non è certamente sbagliato dire che c’è anche questo, accanto a ragioni meno primitive e certamente più nobili, come l’idea che la repubblica sia un istituto comunque più democratico d’un regime monarchico (con un’immagine oltretutto alquanto compromessa) e come il richiamo alle belle memorie dell’eroica difesa dell’autonomismo durante il franchismo. E purtroppo la storia ci insegna che quando si inaspriscono i conflitti le ragioni degli egoismi tendono sempre a prendere il sopravvento sui buoni sentimenti e le buone intenzioni.