Catalogna, il tempo
e il piano segreto

Né sì né no. Da Barcellona non è arrivata quella risposta netta che Mariano Rajoy aveva chiesto dopo la dichiarazione di indipendenza catalana durata appena una manciata di secondi e subito sospesa dal presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, in nome del dialogo. Due ore prima dello scoccare del termine concesso da Madrid per chiarire se la Catalogna avesse o meno dichiarato l’indipendenza, un burofax di quattro pagine ha invocato più tempo, due mesi, per la mediazione e una riunione urgente tra Puigdemont e Rajoy. Riunione tra pari, per esplorare i “primi accordi”, perché “guardando il problema in faccia, sono sicuro che troveremo una soluzione”, così scrive il presidente della Generalitat.

Non era quello che aveva chiesto Madrid, anche se Puigdemont indica come priorità del suo governo la ricerca della via del dialogo, da indagare anche con l’aiuto internazionale. Il governo Rajoy aveva sottolineato che una risposta non definitiva sarebbe stata considerata come un sì, condizione ritenuta sufficiente per ricorrere all’art. 155 della Costituzione e sopprimere l’autonomia catalana. E infatti le prime reazioni del governo spagnolo vanno in questo senso.

La Generalitat ha ancora margine per correggere il tiro fino a giovedì prossimo, seconda tappa dell’ultimatum in due tempi lanciato da Rajoy prima di avventurarsi sul terreno tuttora inesplorato dell’art.155. Nulla lascia immaginare che Puigdemont lo farà. La posizione in cui si è messo non è semplice, ma gli consente di presentarsi come il lato dialogante della crisi, anche se rischia di veder sgretolare la sua maggioranza dove la sinistra nazionalista della Cup dichiara apertamente la propria insofferenza e lo sollecita ad uscire dall’ambiguità. Per il presidente della Generalitat e il suo partito, il dilemma è tra andare avanti su questa strada e tentare di portare a casa un qualche risultato – fosse anche un’autonomia potenziata – o frenare e perdere tutto, compreso il proprio futuro politico. La Cup lo accusa di puntare ad elezioni anticipate, dove grazie all’emotività del momento potrebbe incassare una maggioranza più solida dell’attuale e soprattutto più compatta.

Anche Madrid che ha scelto la via della chiusura – e non dal 1° ottobre ma assai prima, quando ha teleguidato la bocciatura del nuovo Statut catalano da parte della Corte suprema e ripetutamente in seguito respingendo ogni ipotesi di dialogo – si trova ora su un terreno assai scivoloso. Puigdemont non ha risposto con la chiarezza voluta, ma anche il ricorso all’articolo 155 è una strada piena di incognite. Il governo spagnolo punterebbe al controllo immediato delle finanze e soprattutto degli interni, consapevole che svuotare l’autonomia catalana aprirebbe un rischio immediato di ordine pubblico, tanto più se l’Alta corte decidesse l’incriminazione del capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, e dei leader delle organizzazioni indipendentiste Anc e Omnium, accusati di sedizione – su questo Puigdemont ha chiesto ieri a Madrid di tornare indietro, mettendo fine alla repressione come condizione di dialogo.

Le ombre del franchismo tante volte evocate in questi giorni, amplificate dalla violenza delle forse dell’ordine spagnole per impedire il referendum del 1° ottobre, non semplificano le scelte di Rajoy, che pure si sente spalleggiato dall’Unione europea nella linea della fermezza. Per evitare lo scontro frontale e i disordini, la via più diretta e più razionale sarebbe anche per Madrid quella di un ricorso alle elezioni, che riporti la crisi su un terreno democratico. Anche il Psoe vede un’opportunità nel voto, ma vorrebbe evitare che lo scioglimento dell’Assemblea catalana fosse deciso a Madrid, per non inasprire lo scontro e non fornire nuove armi agli indipendentisti. I socialisti sperano che la chiamata al voto arrivi dallo stesso Puigdemont, che però avrebbe maggiori vantaggi politici da un’azione d’autorità da parte di Madrid.

Barcellona chiede tempo. E sembrerebbe ragionevole una mediazione per trovare una via d’uscita quanto più condivisa. Ma l’incertezza porta con sé altri rischi. A dar fede al dossier che sarebbe stato trovato dalla Guardia Civil spagnola negli uffici della Generalitat – secondo quanto riferisce El Paìs – ci sarebbe stato un piano segreto per poter negoziare un referendum sull’indipendenza o arrivare direttamente alla secessione puntando sul deterioramento delle situazione economica innescata da una protratta crisi catalana. Già ora Madrid ha messo in conto una revisione delle stime di crescita del Pil dal 2,6 previsto al ribasso, in relazione ai tempi di risoluzione della crisi. Si pronunciano parole come “decelerazione” e persino “recessione”. Una crisi alla moviola non sarebbe a detta di Madrid la strada migliore per scongiurare una nuova stagione di instabilità economica.