Caso Regeni:
così la realpolitik
soffoca ancora la verità

La diplomazia “privatizzata” e appaltata alle lobby non porta lontano, anzi, probabilmente non porta da nessuna parte.  Strisciarossa lo scriveva più di un anno  fa, per la penna di Guido Rampoldi (https://www.strisciarossa.it/renzi-e-i-suoi-quattro-amici-nemici-dei-diritti-umani/). L’ argomento è tornato d’attualità dopo che l’Egitto ha negato per la quarta volta di fornire al governo italiano gli indirizzi degli   ufficiali della National Security Agency accusati di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni. Il processo per l’omicidio del giovane di ricercatore è bloccato dalla mancata elezione di domicilio degli imputati. Senza indirizzi, niente notifiche agli imputati; senza notifiche, niente processo. Da qui il rinvio della prima udienza al 10 ottobre, che in caso di nuovi rifiuti delle autorità egiziane, potrebbe slittare di altri sei mesi,  e così via.

Per questo i genitori di Giulio hanno chiamato direttamente in causa il governo italiano. “Stare fermi ora, permettere al regime di Al Sisi di bloccare questo processo faticosamente istruito, consentirebbe l’impunità degli assassini ed equivarrebbe ad essere loro complici”, hanno detto attraverso il loro avvocato.   Parole durissime, che attribuiscono al  governo Draghi la stessa “realpolitik” che ha caratterizzato anche i suoi predecessori. In nome dell’”interesse  nazionale”, si è preferito chiudere un occhio (o forse tutti e due) sui diritti umani, eleggendo a baluardo contro l’estremismo islamico governi come quello di Al-Sisi o dell’arabo-saudita Mohamed bin Salman, specialisti nella repressione sanguinosa di ogni forma di dissenso. Il secondo è stato accreditato come protagonista di un fantasioso “rinascimento”, il secondo, un anno prima che il cadavere di Giulio Regeni fosse trovato nei pressi di un cavalcavia dell’Alexandria Desert Road,   era  il “nuovo architetto del Mediterraneo”. Il copyright è in entrambi i casi di Matteo Renzi, oggi leader di Italia Viva , ma non bisogna dimenticare  che altri si sono accodati alla sottovalutazione dei rischi legati al rapporto stretto con regimi autoritari, che difficilmente possono essere considerati fonte di stabilità nelle aree di loro pertinenza. E soprattutto non garantiscono giustizia e trasparenza nei rapporti bilaterali.

Colpo di stato

Abd al-Fattah al-Sisi, per rimanere all’Egitto, è andato al potere con un colpo di stato, premurandosi di reprimere nel sangue la protesta dei Fratelli Musulmani, successivamente incarcerati a migliaia  – o fatti semplicemente sparire –  perché, a dire del regime, complici della jihad o conniventi della stessa. Nel  frattempo, nel Sinai, la jihad  di Daesh procede, se non indisturbata, sicuramente mal contrastata. Una  corrente di pensiero molto accomodante con Al Sisi ha impedito, fino alla sparizione e all’omicidio di Giulio Regeni (trovato senza vita il 3 febbraio 2016), che  le violazioni dei diritti umani approdassero sui nostri media. Laura Cappon, una giornalista italiana, pubblicò il 4 febbraio, il giorno dopo il ritrovamento del corpo martoriato di Giulio Regeni, un articolo dal titolo  “Torture nelle carceri di al-Sisi”, presentandolo così su Facebook: “Queste sono alcune storie che ho raccolto al Cairo. Sino ad ora non ero mai riuscita a pubblicarle su un giornale italiano”.

L’atroce morte di Regeni ha aperto una finestra su fatti sconvolgenti avvenuti sull’altra sponda del Mediterraneo, ma per il processo Regeni i canali politico-diplomatici non sembrano essere stati sempre all’altezza della nuova consapevolezza acquisita sulla realtà dell’area. L’ambasciatore Maurizio Massari, che ai primi di  febbraio del 2016 osò sfidare il silenzio dei ministri egiziani, pretendendo che gli fosse mostrato il corpo di Giulio – la sua testimonianza fu decisiva per capire cosa fosse accaduto – fu  richiamato in patria dal governo Renzi. Quando i rapporti tra Italia ed Egitto si normalizzarono, fu sostituito dal governo Gentiloni con l’ambasciatore Giampaolo Cantini. Un avvicendamento che verosimilmente al Cairo fu interpretato come un segnale di distensione. Così , mentre le indagini, condotte dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco e da un efficientissimo pool  interforze, gettavano luce sulle responsabilità e i depistaggi dei servizi segreti egiziani, rogatorie e richieste di collaborazione andavano a sbattere sul muro di gomma innalzato da al-Sisi, che peraltro poteva contare su un Europa che procedeva  in ordine sparso. Basti ricordare che, proprio nei giorni in cui il braccio di ferro tra Italia ed Egitto si faceva più duro, la Francia si affrettava a fornire aerei caccia Dassault-Rafale all’amico al-Sisi. All’insegna di “the business must go on”, gli affari devono andare avanti.

Il ruolo dell’Eni

Del resto anche l’Eni procedeva con successo, negli stessi anni, con le prove di estrazione di gas nei giacimenti offshore scoperti nel 2015 in Egitto.    Il primo marzo, su Repubblica, apparve un articolo dal titolo: “Regeni, l’Eni ai genitori: ‘Noi al vostro fianco per scoprire la verità’” . La famiglia del ricercatore, veniva ricordato, si è rivolta attraverso Amnesty a un colosso che ha i piedi saldamente piantati in Egitto, con un affare del valore di circa sette miliardi di euro. Non si sa esattamente come l’Eni si sia mossa presso i ministeri egiziani, ma i risultati non sembrano diversi da quelli ottenuti dai governi italiani succedutisi in questi anni. Sicuramente la linea adottata dall’esecutivo Gentiloni in avanti, la ripresa piena dei rapporti diplomatici, è apparsa più compatibile delle precedenti con le esigenze dell’Ente nazionale idrocarburi, peraltro socio del governo egiziano in alcune campagne di estrazione. Tanto che appare inevitabile chiedersi a chi davvero spetti decidere in temi delicatissimi di politica estera, soprattutto quando di mezzo, come in questo caso, ci sono i diritti umani.