Caro centrosinistra, attento alle insidie della Meloni

Non sappiamo al momento con quale sistema elettorale andremo a votare nel 2023. Le chance del proporzionale paiono in ribasso. Vuoi perché, stante la divisione tra i partiti e in alcuni casi nei partiti, pare improbabile un ritorno di tal tipo. Vuoi perché la cultura maggioritaria resta forte nel Pd a cominciare dal suo leader Letta. E infine perché, malgrado le sue divisioni, il centrodestra appare allo stato la coalizione vincente se si dovesse votare con il Rosatellum. Separata da almeno 5 punti dal centrosinistra tutto, esclusi i centristi di Azione e Italia viva. Esigui e frammentati internamente, a partire dalla contrapposizione insuperabile tra Calenda e Renzi.

Se si vota con il Rosatellum

Ovviamente la riduzione del numero dei parlamentari imporrebbe una riduzione della quota maggioritaria del Rosatellum. Ma nell’insieme la sua forte componente maggioritaria resterà, e determinerà alleanze ed equilibri nonostante i contrasti interni dei due campi.

Dunque, restiamo al centrodestra, il campo a tutti gli effetti oggi favorito. Lo dicono con chiarezza i sondaggi, e a nostro avviso anche un “sentiment” che domina le preoccupazioni degli italiani. Difatti la guerra e le sue conseguenze incidono. E il nesso tra inflazione, carenza di materie prime, costi della riconversione energetica e sanzioni alla Russia, non sfugge ad una pubblica opinione reduce dalla pandemia, e sospesa su nuove incertezze. Come pure incidono le perdite di quote di export che colpiscono tante piccole e medie imprese, già’ detentrici di spazi di mercato rilevanti in Russia, con privilegio di energia a basso costo. Oggi il meccanismo sanzionatorio con i suoi divieti molteplici colpisce la catena distributiva, costi alla fonte, e introiti del turismo direttamente e indirettamente legati all’interscambio con la Russia. Ma è in generale lo spettro della guerra che spaventa gli italiani contrari per tre quarti all’invio di armi e all’aumento di spesa che ne deriva. In una prospettiva nebulosa di fine guerra mai. E di inflazione e recessione minacciose.

Già il carrello della spesa è un banco di prova irrefragabile di tutto questo. E la coesione sociale è a rischio. Con l’ombra di nuove ondate migratorie. Di qui tensioni corporative e populiste che la destra cavalca da sempre. Dal rifiuto delle norme sulla concorrenza alla polemica sul protrarsi delle norme anti covid. Dalla denuncia sul fisco che accompagna potenzialmente il ricalcolo catastate fino alla ripulsa micro imprenditoriale del reddito di cittadinanza, alla rivolta dei salari rimasti indietro, e alle grida sulla rottamazione delle cartelle esattoriali, cavallo di battaglia della destra che sogna la flat tax.

Ebbene, tutto sulla carta pare favorire la destra, nel clima psicologico della guerra europea senza fine con le sue ricadute sopra descritte. Tutto. Salvo un inciampo non da poco. Ovvero la primazia politica ed elettorale di Giorgia Meloni, invisa ancora alle cancellerie europee che contano. Per il suo passato recente lepenista. Ancora oggi rinverdito dalle polemiche sulla concorrenza e sul ruolo della golden share sulle industrie strategiche. Per i legami con Orbán e il sovranismo polacco. Fino alla battaglia no vax contro il regime sanitario, ancora fresca nella memoria dell’establishment Ue.

Le sterzate della leader di Fratelli d’Italia

Lasciamo da parte il tratto populista antropologico non certo da statista che connota ancora la Meloni. Unito a visibili deficit di cultura economica e improvvisazioni davvero imbarazzanti, tipo la richiesta di prestiti del FMI al posto dei soldi del Recovery. Acqua passata certo, ma acqua pesante. Sta di fatto che oggi la leader di Fratelli d’Italia svetta nei sondaggi, e di questo il centro destra non può non tenere conto, malgrado ogni divisione e controindicazione. Quindi, escluso ogni protrarsi o rinnovarsi della solidarietà nazionale – lo dice anche Letta – resta al momento la leadership della Meloni. Il suo partito è ormai primo ad una incollatura dal Pd ma potenzialmente favorito dalla logica coalizionale del Rosatellum, dai sondaggi e dal clima generale. E con un plusvalore ulteriore oggi: la posizione super atlantista di Giorgia. Che la abilita, sul piano internazionale Ue e Nato, ad ascendere alla presidenza del consiglio. Il che certo è un atout. E insieme un possibile handicap viste le propensioni “pacifiste”, anti armi e negoziali della destra di Salvini e Berlusconi, senza dubbio non priva di crepe centriste anch’essa, ma proclive a far blocco con Fdi in vista di una vittoria netta alle politiche.

E’ una “equazione” difficile quella della destra potenzialmente unita, specie dopo la guerra del Quirinale, ma non impossibile da risolvere. Tutto dipenderà dalla capacità di mediazione della Meloni. Che potrebbe persino accettare di restare prima azionista della nuova maggioranza. Cedendo il passo nella scelta del premier a una figura di destra meno connotata.

Oppure potrebbe sterzare su alcuni contenuti e riuscire ad ottenere la candidatura a premier. In primo luogo Meloni potrebbe sterzare sulla guerra. Oggi la sua posizione pare senza smagliature: Nato, Biden, e roll back contro la Russia. E però già oggi si intravedono rilevanti distinguo. Primo distinguo, i costi economici. Dice Meloni: non possiamo pagare tutto noi mentre gli USA non pagano dazio nel conflitto. Che intende? Compensazioni? Piano Marshall? Ci riserviamo di smarcarci, pare dire, specie se non tutti gli Stati – come Germania o Ungheria – non si attengono alle sanzioni. Altro distinguo: una Force de frappe Ue che sia davvero Europea, e non già doppione della Nato. Posizione trumpista quella meloniana. Tipo Italia First, benché ad oggi in tutto e per tutto atlantista. E in realtà non vanno dimenticate al riguardo le pulsioni sovraniste e anti americane di larga parte della base sociale post fascista. Oltre ai segnali di senso comune cinico e pragmatico che trapelano in due importanti megafoni di Fdi. Ad esempio: Vittorio Feltri che più volte ha invitato a mollare Zelensky, a smetterla con la pretesa di farlo vincere; oppure Guido Crosetto, concreto esponente di quella piccola impresa moderata e nordista che vorrebbe la fine delle sanzioni e della guerra, come che sia. Lo dice apertamente il gigante buono preferito dalla Meloni.

Giorgia Meloni con Orbán

In conclusione, malgrado le divisioni della destra e il conflitto interno con Meloni, è il centro destra che sembra avere in mano il pallino del prossimo giro elettorale. Dipenderà anche dalla capacità della leader di Fdi di fornire una sintesi che la metta in sintonia con l’umore popolare anti guerra del paese, una volta pagato il suo prezzo per legittimarsi di fronte alla Ue e ai paesi del patto atlantico. E i segnali di questo aggiustamento neo sovranista e post bellicista già affiorano, come abbiamo visto.

Quanto al centrosinistra, se vuole competere davvero, deve aggiustare di non poco la sua linea. Fuoriuscire dalla disciplina del blocco Atlantico e mostrare una autonoma volontà di pace e di negoziato. Su una linea contiguamente attiva a quella di Francia e Germania. Altrimenti sarà diluvio, sconfitta e spaccature. Ma questa sarebbe un’altra storia. Tutta da scrivere. O meglio sabber meglio non doverla scrivere. E fare di tutto per scongiurarla.