Caro Buffon, è ora
di dire basta

Riavvolgere il nastro, prego. Le lacrime che rientrano negli occhi, il tempo che non è più tiranno e il dispiacere di lasciare così la nazionale dopo vent’anni non ci sarà. Perché Gigi Buffon non lascia anzi continua. Con la nazionale. Con la Juve chissà. Perché, come è noto, questo non è un paese per giovani.

Pare proprio che il vecchio Gigi non abbandoni il club azzurro, nonostante il drammone andato in scena nel novembre scorso alla fine della partita con la Svezia, quella che decretò l’eliminazione dell’Italia dai mondiali di Russia della prossima estate. Gigi (sì, anche lui Gigi) Di Biagio – che tiene in caldo la panchina dell’Italia in attesa che venga il vero allenatore (Conte?) – lo ha richiamato per le amichevoli che l’Italia disputerà a marzo (con Argentina e Inghilterra in terra britannica) e a giugno (con Francia a Nizza e Olanda a Torino).

Lo sventurato rispose. Lui pensava di andarsene in vacanza ma se la nazionale chiama, bisogna dire obbedisco. E’ un periodo di transizione, serve esperienza. Poi si vedrà, ha aggiunto.
La nuova Italia del calcio parte da Buffon dunque. Quarant’anni celebratissimi alla fine di gennaio passato, una carriera come numero 1 al mondo, un fagotto di scudetti con la Juventus, un titolo mondiale con Lippi in Germania: Gigi Buffon è una leggenda del calcio.

Adesso però è venuto il momento di dirgli basta. Non si può continuare con lui. Questo accanimento terapeutico che tanti grandi dello sport praticano verso se stessi produce, spesso, sgradevoli conseguenze. Si finisce per sbiadire un’immagine, compromettere la figura del campione capace delle imprese più grandi che restano nell’immaginario collettivo. Ha detto Buffon: “Per chi ha vissuto e vive delle emozioni forti del campo, smettere in età di giovane uomo non è semplice, è un po’ come una prima morte, un momento scioccante. Sono sicuro che deciderò di fare ciò che sentirò dentro al momento adatto”. La decisione da prendere va bene discuterla con la Juve (che ha evitato fin qui di trattarlo alla Del Piero, un altro simbolo preso però a pesci in faccia). Non va bene con la nazionale.

In un momento di forte crisi di tutto un movimento, e quindi di necessario rinnovamento, il segnale che arriva va in senso contrario. In un ruolo delicatissimo poi, come è quello del portiere. E’ già da qualche tempo che le prestazioni di Buffon lasciano molti dubbi. Con la Juve e con l’Italia. I tifosi della Juve hanno digerito male ad esempio le sue defaillance in Champions contro il Tottenham. Trattandosi di un monumento sono critiche mosse quasi sottovoce. Da tifosi e stampa. Non per questo ingrate e fuori luogo, a volte. Buffon è capace di qualche pasticcio e di salvare il risultato nella partita successiva. Certo è che il ritorno in nazionale ha suscitato reazioni prevalentemente negative sui social. E vagonate di ironia.

E’ difficile smettere nello sport. Nonostante gli alti e bassi nel rendimento. E’ successo con Totti. Che poteva farsi da parte già qualche stagione fa. Invece ha condizionato per troppo tempo un intero ambiente. In cambio di qualche sprazzo della vecchia, immensa classe. Accade con Valentino Rossi che continua a regalarci emozioni quando scende in pista ma non riesce più ad essere da anni il numero 1. E per chi esibisce un Roger Federer risorto e intramontabile, viene da chiedere quanto breve sia stata la vita di tanti altri campioni del tennis, logorati nella mente e nel fisico da tornei e tornei infiniti.

C’è solo un motivo che rende giustificata questa richiamata nella nazionale: quello di rendere il giusto omaggio alla storia azzurra di un fuoriclasse che non poteva finire con le lacrime di San Siro. A dire il vero, la convocazione sembra seguire una sceneggiatura scritta e studiata per un happy end. A giugno con una ovazione allo Stadium di Torino, il suo stadio, quando con l’Olanda si chiuderà questo giro di partite consolatorie dell’Italia prima che le altre nazionali si mettano a giocare sul serio tra Mosca e dintorni. Una partita d’addio che potrebbe avere un senso e che sancisca il definitivo (e già tardivo) passaggio di consegne con un altro quasi Gigi, Gigio Donnarumma.