Caro bollette, la soluzione non sta nelle trivelle

Per un Paese come l’Italia al quale la natura ha fornito un sottosuolo molto povero di risorse quali materie prime e fonti di energia che, però, la storia ha enormemente arricchito dei suoi resti archeologici; in un Paese come questo ogni crisi politica di livello internazionale ha pesanti ricadute sulla disponibilità di fonti di energia. Per lo meno non ai prezzi precedenti la crisi. È quanto avvenne in seguito alla guerra del Kippur (4-5 ottobre 1973) e alla conseguente crisi internazionale delle disponibilità di petrolio ai prezzi stracciati precedenti la crisi. È quanto sta avvenendo circa la disponibilità di gas a causa della crisi nei rapporti con la Russia e i suoi tentativi di opporsi anche con le armi al paventato ingresso dell’Ucraina nella NATO.

Nel 1973-74 si ricorse immediatamente al risparmio energetico, anche se in modo abbastanza folcloristico, con la chiusura anticipata dei programmi televisivi per risparmiare un po’ di luce e col ricorso alla limitazione della circolazione automobilistica con targhe alterne e blocco della circolazione domenicale che incentivò l’uso di biciclette, pattini e cavalli.  Faticosamente si uscì da quella crisi con un prezzo pagato soprattutto dai lavoratori impiegati nell’industria. Comunque non col ricorso ad un Piano Energetico Nazionale che da qualche parte si ipotizzava tutto nucleare.

Raddoppiare la produzione di gas?

Oggi i tentativi di soluzione per intervenire sul “caro bollette” cercano di concentrarsi sull’incremento della produzione del gas cercandone nel sottosuolo nazionale dove si pensa di trovarne un altro po’ in aggiunta a quello che già si utilizza. È perciò che il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (PITESAI) presentato l’11 febbraio si propone l’obiettivo di raddoppiare la produzione di gas da circa 3,5 miliardi di metri cubi a circa 7. E di farlo con nuove trivellazioni verosimilmente in “aree idonee”.

Tanto per capirci, l’Italia ha un fabbisogno annuo di 76 miliardi di metri cubi alla cui copertura contribuiscono soprattutto le importazioni dalla Russia (28,4 miliardi di metri cubi) e dall’Algeria (30 miliardi). Al momento l’autoproduzione incide per circa il 5 per cento e col raddoppio arriverebbe a meno del 10 per cento. Ma non domani. Bensì nel tempo necessario per individuare le aree, ottenere le autorizzazioni alle trivellazioni, estrarre il gas e immetterlo nei gasdotti. Cioè tempi lunghi e costosi per realizzare un obiettivo in palese contrasto con gli accordi di Parigi 2015 volti a ridurre sino a zero l’uso di combustibili fossili per abbattere progressivamente le tendenze all’incremento della temperatura terrestre.

Insomma concordo con Livio De Santoli (Gas italiano, l’inutile piano di Cingolani “il manifesto” del 12 febbraio) secondo il quale “ Il PITESAI è un piano inutile, con tempi di realizzazione lunghi e che introduce una gestione trentennale delle eventuali piattaforme, rallentando di fatto la soluzione vera ai problemi di decarbonizzazione e di costo dell’energia, quella di accelerare con l’installazione di impianti con fonti rinnovabili”.

Meno burocrazia per le energie rinnovabili

L’alternativa, prevista dagli accordi di Parigi dovrebbe essere il ricorso a fonti pulite quali, soprattutto, sole e vento. Anche per le produzioni industriali? Certamente sì perché sole, vento e altre fonti rinnovabili costituiscono l’energia primaria da trasformare, in buona parte, in energia elettrica. Ma non solo.

D’altra parte il problema del caro energia e della insopportabilità economica dei suoi costi, nel mondo della produzione non riguarda tutti allo stesso modo e non sono ipotizzabili per tutti soluzioni immediatamente realizzabili. Voglio dire che certamente la grossa industria intanto che le tariffe si mantengono elevate (ma pare che la cosa non dovrebbe durare più di un anno) paga certamente le bollette più care. Ma sa anche come diluirne la spesa tra i consumatori dei suoi prodotti.

Perciò il problema vero e serio riguarda le piccole e medie imprese che non ce la fanno a sostenere un onere tanto gravoso. Col rischio che, aumentando i costi di produzione e di vendita dei prodotti, perdano posizioni nella competitività internazionale e escano dal mercato. Quindi, anche, di esser progressivamente condannate alla chiusura e al licenziamento dei propri dipendenti.

Il problema sta soprattutto qui ed ha soluzioni più concrete e anche più rapide puntando sull’incremento rapido delle fonti rinnovabili de-burocratizzando gli intralci che ne rallentano lo sviluppo. Ma anche eliminando una volta per tutte i sussidi ai combustibili fossili.

Tutto questo significa che finalmente l’Italia si doti di un Piano Energetico Nazionale che dica che cosa si vuole e deve fare entro il 2030, il 2050, il 2100?