Cari azzurri,
alzatela al cielo:
hanno vinto i migliori

Azzurro è il cielo sopra Wembley. E sempre e per sempre viva l’11 luglio, data da scolpire: nell’82 il Mondiale spagnolo, ora l’Europeo. Ma che cuore ha questa Nazionale, questo gruppo dei manciniani? Subisce quasi tutto il primo tempo della finalissima prendendo all’inizio un gol (bello, di Shaw al volo di controbalzo), patendo la bolgia nella tana inglese: pochissimi i biglietti per i tifosi italiani, un’antisportività sciovinista risultata inutile. Poi ripartiamo coraggiosamente con veemenza nella seconda frazione, col pareggio di Bonucci sotto misura e una personalità squillante. E sono i supplementari e i rigori vincenti. Campioni d’Europa per la seconda volta, dopo il lontano successo del ’68 e sempre imponendo gioco a testa alta, ricamando manovra e regalando gol stellari, da Barella a Chiesa, fino all’ultimo, emozionantissimo atto, arrivato dopo i tempi supplementari con l’Austria agli ottavi e i tempi supplementari più rigori con la Spagna in semifinale. Una scalata dura, ma questa è una bella banda che suona calcio sopraffino e sa soffrire quando occorre. Tutti uniti attorno all’esperienza del duo Bonucci-Chiellini, sontuosi vecchietti, e aggrappati alle manine sante di Donnarumma, premiato come miglior giocatore dell’Europeo. Ci resteranno a lungo nel cuore, e a breve c’è un Mondiale da giocare.

I precedenti

Boris Johnson non avrà di che gongolare e di che “vendersi” una vittoria. Quarantasette anni di coabitazione europea e Inghilterra a becco asciutto, qualche mese di Brexit ed ecco la coppa… Niente da fare. D’altra parte, si potrebbe leggere il nostro meritato trionfo come una lezione dell’Europa alla tracotanza inglese. Parole più labili della schiuma del mare davanti alla storia sportiva narrata sul campo.

Tocca a un vecchio suiveur vedere l’Inghilterra, tra muraglie di gente amica, difendersi col catenaccio puro davanti alle folate azzurre. Incredibile. Esaltante. Chapeau comunque al tecnico Southgate: pochi arrembaggi, anzi prudenza, controffensive ficcanti sulle fasce per un gruppo giovane e zeppo di talenti. Italia-Inghilterra è stato un degno atto finale, l’ennesima rappresentazione di una sfida antica, nobilissima. Gli annali ricordano, tra gli altri, il match del novembre ‘34 a Londra tra gli azzurri freschi campioni del mondo e i Maestri inglesi, che, usciti dalla Fifa nel ’28, per rientrarci solo nel ’46 (benedetto isolazionismo!) ai mondiali non avevano partecipato. Finì 3-2 per loro, ma giocammo buona parte del tempo in dieci causa l’infortunio-pestaggio ai danni di Luisito Monti. Sotto di tre gol, tra fango e nebbia, eravamo risaliti con due reti di Meazza, che per un pelo non riuscì a pareggiare nelle battute finali. Gli italiani si conquistarono sul campo l’appellativo di “Leoni di Highbury”. Tanto evanescenti in trasferta, gli inglesi si trasformavano sul suolo amico, una regola che a Euro 2020 non ha funzionato. Non meno memorabile la vittoria azzurra a Wembley nel novembre del ’73, 1-0 con gol di Capello, ma se si cercano similitudini calzanti tra passato e presente è giusto citare il 2-2 nel maggio del ‘59: anche allora le porte di Wembley si erano aperte per un’Italia reduce dalla clamorosa, mancata partecipazione ai Mondiali del ’58, e però con tanta voglia di riscatto, dimostrata coi fatti. I giornali sottolinearono la nostra notevole prova, segno indubbio di un risveglio azzurro, ora coronato dal trionfo.

E conviene non dimenticare mai che non un secolo fa, bensì nell’agosto del 2018, ai tempi della vergognosissima mancata qualificazione ai Mondiali della Nazionale (non) guidata da Gian Piero Ventura, eravamo precipitati al 21º posto nel ranking UEFA. Con tutto il rispetto, roba da Cipro o Bulgaria. Mancini, lucido visionario, è stata la miccia di una rinascita autentica, ha piantato semi che non smetteranno di fruttificare, nella mentalità, nell’assetto tattico, nella maturazione di una generazione intera di calciatori azzurri e azzurrabili. Possiamo permetterci di non abbassare la cresta, siamo arrivati in cima a un percorso lungo il quale si sono perdute Germania e Francia, Croazia e Belgio, Spagna e Olanda, più il Portogallo campione nel 2016. È stata una grande, nuova, appassionante Italia, cui va il merito di aver arricchito un Europeo stracarico di pathos e suggestioni tattiche.

I grandi temi tattici

La prima è che oggi ormai è imprescindibile una costruzione del gioco dal basso, col portiere pienamente inserito nella manovra, tutti si concedono fraseggi fin dalla propria area, con ovvie differenze in velocità, cambi di passo, sfruttamento dell’ampiezza del campo e visione complessiva del gioco. Perfino l’Inghilterra, culla, un tempo non troppo lontano, del “calcia e corri”, ha assorbito pienamente il nuovo dogma e più di qualcosa ha contato la contaminazione con i diversi tecnici italiani (Conte, Sarri, Ranieri, Ancelotti e lo stesso Mancini) vincenti in Premier League. In quest’ambito l’Italia ha fornito molte belle lezioni, riuscendo a coniugare, nel corso del torneo, efficacia e bellezza: una quadratura del cerchio che riesce quando talenti e collettivo viaggiano in piena armonia e spesso i manciniani hanno liberato uno spettacolo di piena consapevolezza, di gioia, di forti valori e solido temperamento (vedi i rigori contro la Spagna e in finale). Un’Italia più europea, verrebbe da dire.

Certo, nel calcio inventare qualcosa ex novo è difficile, se non impossibile, e la marea-squadra che avanza e si ritira all’unisono è figlia legittima del totaalvoetbal, il calcio totale olandese anni Settanta di Krol, Suurbier, Rensenbrink, Neeskens e in cima alla lista l’onnivalente Cruijff, uno di quei pochi diamanti che il calcio non lo interpretano soltanto, ma lo cambiano per sempre. E il falso nueve alla Guardiola (nel suo Manchester City provvede nel ruolo un centrocampista, Gündoğan)? Parliamo non del nostro Immobile (che in azzurro si trasforma da cecchino in nueve falsissimo), bensì dell’atipico centravanti piazzato solo nominalmente in mezzo all’attacco, in effetti trequartista, assist man, triangolatore e puntero. Agli Europei si è ammirato in quella chiave lo spagnolo Dani Olmo, 23 anni di maturità: in semifinale contro l’Italia ci ha un po’ strapazzati, creando superiorità numerica nella zona nevralgica del gioco. Anche in questo caso, la storia un po’ si ripete se pensiamo a Nandor HIdegkuti, strepitoso centravanti arretrato dell’ Aranycsapat, la Squadra d’Oro ungherese di Puskas, Kocsis e Czibor, sfortunata finalista contro la Germania nei Mondiali svizzeri del ’54. Oddio, sfortunata, ancora oggi si discute del gioco molto… anfetaminico dei tedeschi.

Tattica, va bene. Poi nulla si crea e s’imprime nella memoria dell’afición – insieme al collettivo autentico degli atleti azzurri, lo sfortunato Spinazzola su tutti – come i colpi di classe e d’ingegno scesi dal cielo alto dove abitano i piedibuoni. Il football vive e respira di gesti insoliti, colpi pregiati, a partire dallo scardinamento di una difesa intera operato da Barella (riceve da Verratti, elude un giandone belga, un altro si avvicina in ritardo e non osa toccarlo perché corre il rischio di causare un penalty, si piega e si fa piccolo per sgusciare – calamitando il pallone – verso un pezzetto di campo aperto e lì, defilato a destra, si rialza e stocca al volo di destro, collo pieno, infilando Courtois) al tiro a giro di Insigne, sempre col Belgio, al ricamo di Chiesa contro l’Austria, che con la Spagna si affiderà alla balistica fine (a giro, naturalmente) appena dentro l’area per chiudere una magistrale, azione di ripartenza a tutto campo varata dalla manona di Donnarumma. E quando, come il ventitreenne Federico, si va a segno in partite così, for adults only, si può parlare tranquillamente di un campione, Dimenticare il sinuoso siluro del francese Pogba sparato di destro da trenta metri e a bersaglio nel sette contro la Svizzera? Impossibile. E la parabola arcuatissima della punizione vincente di Damsgaard contro l’Inghilterra? Il danese ha ventun’anni e un potenziale alto di crescita.

Giusto la Danimarca, insieme alla Svizzera, ha ben figurato, nobilitando il torneo. La seconda ha sfoderato il temperamento di Xhaka, centrocampista senza difetti, a parte il carattere, mentre non era certo da scoprire a Euro 2020 Alaba, difensore, incursore e crossatore dell’Austria, appena passato dal Bayern al Real Madrid, il giocatore totale che tutti gli allenatori si sognano e che Florentino Pérez si compra. Le serpentine di Sterling e l’acume del poderoso Kane hanno deliziato, lo spagnolo Pedri, a soli diciott’anni, ha presentato un catalogo completo di tecnica danzando tra centrocampo e attacco: un predestinato.

Cari azzurri, alzatela al cielo!

Abbiamo riascoltato il boato del pubblico negli stadi e rivisto piazze piene, sciami di adolescenti e ragazzi a festeggiare l’incedere entusiasmante dell’Italia e una fetta di libertà ritrovata, con tutti gli eccessi del caso. Milioni di altri hanno buttato l’occhio alla tv per vedere come andava o covato sorrisi in compagnia, esultato, patito. È il calcio, che ci ha rapito una volta e ci rapisce anche adesso, l’oceano di emozioni, l’allegria del popolo, allegria scomposta talvolta, forse banale, perfino truce, addirittura pericolosa in epoca Covid. E mettiamo tra parentesi, per favore, le colate di retorica sparse su giornali e tv. In una delle più bieche, su Sky, alla vigilia della finale, in un montato di immagini tra tifo e gol italiani, con commento epico da Termopili, si son visti il presidente Mattarella che sale all’Altare della Patria, e le Frecce Tricolori sul cielo di Roma: mancava solo il défilé della Folgore. Dal canto suo una squadriglia della Raf ha volato nel giorno della finale sul cielo di Londra componendo, magistralmente, la scritta augurale “It’s coming home”, “sta tornando a casa”, s’intende il calcio, nato in Inghilterra: sarà per la prossima volta. Il football oggi, oltre che supershow mediatico, è una chiave del soft power, forma l’immagine di un Paese. Non è più un semplice sport.

Alegria do povo”, in Brasile avevano ribattezzato così Mané Garrincha. Un poco strabico, la spina dorsale deforme e le ginocchia sbilenche, era stato un bambino povero, cresciuto senza certezza di pranzo e cena in un posto sperduto dello Stato di Rio e con l’auriverde aveva vinto, da sontuosa, immarcabile ala destra, due mondiali, Svezia ’58 e Cile ’62.

Dateci un prato e un pallone, in fondo vogliamo solo una fettina di sogni “impossibili” e si spera sempre che diventino realtà. Da domani torneremo a dividerci tra i mille colori del nostro Strapaese calcistico, sapendo bene che Europei e Mondiali hanno un sapore diverso, sono un’altra cosa. Sta lì la culla vera di un vagheggiato splendore sportivo, che abbiamo strepitosamente raggiunto. Cari ragazzi Azzurri, alzatela in alto quella Coppa e date un abbraccio speciale a Vialli. Stavolta hanno vinto i migliori.