Cara sinistra, i vincoli
di Bruxelles
non sono un tabù

Quale risposta deve dare la sinistra alla politica economica del governo Salvini-Di Maio-(Conte) e alla scelta di “disobbedire” alla disciplina di bilancio imposta dall’Europa?

Le reazioni che vengono in queste ore dalle istituzioni europee alla decisione di portare al 2,4% il rapporto tra deficit e PIL sono forti quasi quanto le legnate che si abbattono sulle Borse e sullo spread. Nelle prossime settimane l’Italia verrà messa sur la sellette a Bruxelles: Salvini e Di Maio, col loro reggitor di coda Giuseppe Conte, verranno processati davanti al tribunale dei Conti Sempre in Ordine, insieme con il povero e (quasi) incolpevole Giovanni Tria, il quale avrà l’ingratissimo compito di sostenere a Bruxelles la scelta che si è dannato per evitare a Roma. E però è bene che si sappia che le condanne non serviranno a un granché: gli strumenti di cui dispongono le autorità UE per riportare alla ragione il governo italiano sono velleitari e poco efficaci. Con le procedure di infrazione il nostro paese ha una lunga e poco onorevole consuetudine e non sarà certo la minaccia di inanellarne un’altra che spaventerà gli attuali governanti di Roma. D’altra parte, l’impotenza strutturale delle istituzioni europee a far valere le ragioni comunitarie contro quelle dei singoli paesi non è che un difetto, forse il più grave, della costruzione europea com’è avvenuta per volontà dei governi nazionali. Tant’è che non si potrà far nulla neppure delle condanne politiche, forti, che il Parlamento europeo ha comminato ai dirigenti di Ungheria e Polonia perché gli uni e gli altri ricorreranno reciprocamente al veto facendo mancare l’unanimità imposta a suo tempo (dai governi) alla procedura per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato.

Le condanne non serviranno a un granché, dunque, ma saranno un’arma formidabile per la propaganda dei pentaleghisti, tant’è che non è affatto peregrino il sospetto che quel 2,4% sia stato buttato là proprio per provocare Bruxelles e preparare la trincea per quando si dovrà spiegare agli elettori perché i provvedimenti miracolosi del “contratto” non arriveranno o non funzioneranno: “Noi volevamo fare…avremmo fatto…stavamo facendo, ma gli euroburocrati…”

Basterebbe questo, ci pare, per ritenere che non sia proprio il caso, per la sinistra, di schiacciarsi sulle posizioni della Commissione europea e soprattutto del Consiglio. Ma non c’è solo questo. Di fronte alla linea della disciplina di bilancio i progressisti e gli europeisti dovrebbero riflettere con un’autonomia e un coraggio che finora sono quasi sempre mancati. L’austerity dura e pura, alla tedesca (nel senso della Bundesbank e meno nel senso della cancelliera Merkel), è stata ridimensionata dopo gli evidenti fallimenti del passato, che – sia detto per inciso – hanno contribuito notevolmente a diffondere per l’Europa le velenose semplificazioni di populisti e sovranisti, ma è ancora l’unica dottrina di fatto che ha corso politico e istituzionale a Bruxelles. Quando ne denunciano gli effetti, perfino i cinquestelle e i leghisti, con le loro polemiche sui “numerini”, hanno qualche ragione, pur se poi la soffocano nella insopportabile retorica delle loro iperboli propagandistiche: “manovra del popolo”, “sconfitta la povertà”, “sovranità ritrovata” e via populisteggiando.

Ebbene, di fronte a questa austerity, la sinistra non deve gridare allo scandalo se c’è chi propone misure in deficit spending. Non deve essere un tabù, neppure in un paese che ha un debito alto come il nostro. Si tratta di vedere quali politiche si vogliono fare e con quali risorse. La politica economica dei Salvini e dei Di Maio non è criticabile perché (o comunque non solo perché) non ha le “coperture” e accresce il debito, ma perché è costituita da proposte che non creano lavoro (reddito di cittadinanza, riforma delle pensioni) e creano ulteriori diseguaglianze (flat tax e condono fiscale).

Quali risorse? Dovrebbe essere arrivato il momento per la sinistra di riprendere l’iniziativa perché le grandi politiche per gli investimenti che creano lavoro, per la formazione, per la lotta alla povertà vengano promosse dall’Unione con i soldi del bilancio europeo, che potrebbe e dovrebbe essere fortemente aumentato con contributi più importanti da parte degli stati e della Banca europea per gli investimenti. È un’utopia? Non tanto se solo si considerano i dati della realtà al di là delle dottrine. Non è vero che i soldi non ci sono: l’Europa è una delle aree del mondo in cui maggiore è la ricchezza privata.

C’è poi un’altra reazione d’istinto che le persone di sinistra dovrebbero evitare di fronte all’arroganza con cui i nostri attuali governanti si sono arrampicati al loro 2,4. Quella di affidare la “vendetta” ai mercati: gioire se la Borsa crolla e tifare per lo spread. Affidarsi ai mercati perché puniscano le politiche sbagliate significa in realtà aderire, più o meno consapevolmente, alla piattezza della grande corrente di pensiero secondo la quale sono proprio i mercati i veri padroni dell’economia e compito della politica è solo quello di garantire la loro libertà. Una buona parte della sinistra occidentale l’ha fatto per almeno due decenni, da Gerhard Schröder con la sua Agenda 2010 in poi passando per Billy Clinton, Tony Blair, Massimo D’Alema e i risultati li abbiamo sotto gli occhi. Anche per questa conversione di gran parte della sinistra è potuto accadere che le battaglie contro il pensiero unico economico e contro le prepotenze distorsive dei mercati finanziari siano diventate appannaggio della destra sovranista.

La sinistra dovrebbe riprendere e sostenere tutte le iniziative di regolamentazione del mercato finanziario, sfuggendo all’illusione, tipica della destra, di una “naturale” autoregolamentazione che non c’è mai stata e c’è ora meno che mai. Tant’è che sempre più economisti sono convinti che si stiano creando tutte le condizioni per l’esplosione di una nuova crisi come quella del 2008.