Cantare e suonare
alla finestra: l’Italia si dà
coraggio e torna nazione

Il silenzio, questo sconosciuto. Ha fatto la sua ricomparsa nelle città non più assediate dalle macchine e nelle vie, dove è già tanto se si avvertono i rari passanti. Il silenzio ha creato una nuova situazione, che possiamo definire artificiale. “Cambia il paesaggio sonoro delle città e in questa nuova situazione artificiale il suono di una chitarra, di un flauto, di un tamburello dimostra che il silenzio può essere attraversato eche si possono creare nuove forme di contatto poiché quelle abituali ci sono proibite”. E’ l’originale parere di un amico antropologo dell’Università di Siena,Fabio Mugnaini. D’altra parte è naturale chiedere agli antropologi lumi su ciò che sta accadendo.

Se il contagio tiene lontane le persone, costrette ad abbandonare ogni forma abituale di scambio relazionale, allora l’affacciarsi alla finestra, o il cantare dal balcone, diventa la forma concreta nella quale si manifesta il bisogno di socializzare e di stare insieme. Una nuova forma di contatto. Il suono e la musica hanno da sempre questo potere. Ecco l’Italia che s’è affacciata, oggi, alla stessa ora, alle finestre e come in un immenso coro verdiano, magari un po’ meno armonico, ha cantato e creato l’unità nazionale sonora. Non si contano più iniziative di questo tipo. Nelle diverse città assumono forme specifiche e si legano, spesso, alle tradizioni popolari del luogo nel quale questo bisogno di manifesta.

Il potere apotropaico del suono che allontana il male è un’antica pratica. Nei tanti diversi modi in cui s’è manifestato. Il canto liturgico, quelle delle processioni, con il quale si chiedeva l’intervento del Santo protettore per avere pioggia, se c’era la siccità, o da chiedere la fine della carestia o la sconfitta della peste. Il canto come invocazione della protezione divina e come richiesta corale sulla benevolenza del fato. Si canta, da sempre, perché la fusione delle voci è una delle esperienze sensoriali nelle quali si esprime la dimensione collettiva; quella dimensione che è stata nostra e che ora ci manca. Si cantava, si pregava, si manifestava. Tutti insieme. I gesti oltre le parole. Oggi non si può. Non si può stare insieme; siamo costretti a restar soli nella nostra casa. Con gli altri possiamo scambiarci solo parole o vederci con le moderne tecnologie. Effetto del contagio: ci dicono i filologici, che il vocabolo è l’unione, nel latino, di cum (con) e del verbo tagium (toccare). Cioè toccare, entrare in contatto. La contaminazione presuppone il contatto, quel contatto che oggi, lori petono ogni istante, utilmente, fino a snervarci, dobbiamo impedircelo.

Non viene meno, però, il bisogno delle persone di rimanere in contatto e quello che sta accadendo dimostra che possono esistere altre forme di contatto e di socializzazione.

Ognuno lo fa a modo suo. Alcuni ragazzi di Benevento si sono ritrovati sui balconi delle rispettive abitazioni trovando proprio nella musica, guarda caso una tammuriata, un mezzo abbattere le distanze. A Siena, le diciassette Contrade del Palio faranno qualcosa di unico: la prossima domenica, quando alle ventuno, dopo l’ultimo rintocco del Sunto – la grande campana che suona nei momenti alti della vita cittadina – faranno risuonare in città un unico canto: la marcia del Palio. Si spalancheranno tutte le finestre negli antichi rioni e nei nuovi quartieri e un unico canto si leverà nel cielo della città medievale per antonomasia.

Non ci dimentichiamo che questo stesso paese che oggi inneggia alla solidarietà e alla comunanza è quello stesso che negli ultimi tempi aveva visto prevalere di individualismi esasperati con una caduta verticale della sfera pubblica. Oggi abbiamo visto un paese mai visto. La musica di Verdi contribuì a trasformare il Risorgimento da fatto che riguardava ristrette élite a fenomeno collettivo, a impresa popolare. Oggi la musica fa dell’Italia, finalmente, una nazione.