Cambridge Analytica:
la politica e i Big data

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico nella vicenda Cambridge Analytica, lo scandalo che ha travolto Facebook e minato la nostra (ostinata) fiducia nelle libere elezioni. Antico è il tentativo di attirare consensi a fini politici in ogni modo e con ogni mezzo. Ma nuovo, anzi nuovissimo, è lo strumento tecnologico utilizzato. Antico è il Contratto con gli italiani firmato da Berlusconi nel 2001, copiato dal Contract with America presentato dai Repubblicani nel 1994: venne ideato da Frank Luntz, scienziato cognitivo molto apprezzato e impiegato dai conservatori d’oltreoceano e, proprio per questo, chiamato alla corte di Arcore per la stesura della versione italiana. Già, il Contratto con gli americani esibito da Trump nel 2016,  da molti indicato come un copia e incolla delle italiche promesse del Cavaliere, fu in realtà una riedizione di quella “antica” idea americana. Più nuovo, ma ancora antico, il Progetto Narwhal utilizzato da Obama nel 2012 per riscaldare i cuori e le menti dei possibili elettori democratici attraverso una intensa azione di mail bombing: quella che a molti apparve come un intromissione ai limiti dello stalking, venne alla fine accettata come una prova del vento nuovo portato da un giovane avvocato di colore molto attento alle tecnologie della Rete e all’importanza di trasformare gli elettori in attori protagonisti del cambiamento (Yes, we can).

Nuovo, anzi nuovissimo è invece lo strumento realizzato da Cambridge Analytica utilizzando la distrazione (o il compiacente silenzio?) di Facebook. E qui la storia cambia. Perché a differenza dei contratti repubblicani e delle mail democratiche, lo strumento chiave non è più una promessa allettante o un coinvolgimento pressante, ma lo studio accurato, approfondito della tua personalità. Anziché lanciare il cappello in aria sperando che qualcuno lo raccolga, gli stregoni di Cambridge Analytica studiano le teste, tutte le teste. E producono cappelli su misura. Se vi sembra impossibile è perché, giustamente, non siete (non siamo) ancora a nostro agio con il mondo dei grandi numeri, quel gigantesco oceano di informazioni che sotto il generico nome di Big Data raccoglie le nostre abitudini, le nostre emozioni, i nostri affetti, le nostre curiosità. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo diceva Montale. Ecco, è l’esatto contrario: nei database di Menlo Park c’è scritto, per filo e per segno, quello che siamo e quello che vogliamo. O che almeno sogniamo. E’ da qui che nasce il Progetto Alamo (guarda caso lo stesso nome del quartier generale elettorale di Trump), basato sulle idee di un ricercatore bielorusso naturalizzato americano, ma abbracciato immediatamente da Steve Bannon, eminenza grigia, anzi nera, dell’ultradestra americana e stratega della campagna elettorale di Donald Trump. E’ lui il primo a capire che i Democratici, con Obama, avevano imboccato l’autostrada delle nuove tecnologie applicate alla politica. Anziché fermarsi a nuovi mezzi di comunicazione (mail bombing, appunto) Bannon vuole nuovi strumenti di persuasione. Ed è qui che entra in ballo Cambridge Analityca.

La società viene fondata nel 2013 da Robert Mercer, miliardario ultraconservatore e tra i finanziatori di Breitbart News, il sito di estrema destra dello stesso Bannon. Lo scopo è raccogliere dati dai social media, elaborarli con le tecniche della psicometria e infine, attraverso appositi modelli e algoritmi, creare profili emotivi e di comportamento di ogni singolo utente a cui mandare messaggi e comunicazioni su misura. Si raccoglie tutto e si analizza tutto: i siti visitati, i filmati scaricati, gli acquisti effettuati, ma anche, anzi soprattutto, i commenti, i tweet, i “like” che vengono messi e sotto quali post e su quali argomenti.

Alla base di tutto ci sarebbe un algoritmo elaborato da un ricercatore di Cambridge (da qui il nome della società, anche se l’università non ha nessun legame con l’azienda di Mercer): si chiama Michal Kosinski e sostiene che bastano 70 “Mi piace” messi su Facebook per cominciare a conoscere la personalità di un utente. Più alto il numero di Like, maggiori i dettagli che vengono messi a fuoco.

Da dove vengono i dati? All’inizio da apposite società (broker di dati) che li raccolgono e li vendono, quasi sempre in forma aggregata e senza riferimenti diretti (nome e cognome) del singolo utente. E’ qualcosa, ma non basta. Ci vogliono molti più dati e molti più dettagli. E qui spunta un altro ricercatore di Cambridge: si chiama Aleksandr Kogan, di origini bielorusse, e nel 2014 elabora una applicazione chiamata ThisIsYourDigitalLife: lo scopo è raccogliere dati per ricerche accademiche, in cambio promette a chi la utilizza di conoscere il proprio profilo psicologico partendo dalle attività svolte in rete. Un giochino come tanti di quelli che spuntano su siti e telefonini: è gratuito, ma solo in apparenza. Perché per iscriversi bisogna utilizzare le credenziali usate per Facebook e questo consente a Kogan di accedere a tutte le informazioni su quell’utente presenti nei server di Menlo Park. Al giochino si iscrivono 270 mila persone che, dunque, accettano di condividere con altri tutte le informazioni contenute nel proprio profilo Facebook. Il guaio è che tra queste ci sono anche quelle relative ai propri amici. Ed è qui che Kogan stappa lo spumante: perché i 270 mila dati raccolti lievitano rapidamente. Secondo i calcoli del New York Times e del Guardian sarebbero 50 milioni gli utenti che, senza nemmeno saperlo, finiscono nei server e negli algoritmi di Cambridge Analytica. Già, perché Kogan, che aveva promesso a Facebook di custodire gelosamente i dati e di utilizzarli solo per le proprie ricerche, in realtà passa immediatamente quel bendidio alla società di Mercer di cui Bannon, nel frattempo, diventa vicepresidente.

A questo punto Cambridge Analytica cambia peso e accelera il passo: quella che prima era una società che “prometteva” di raccogliere dati ed elaborare comunicazioni su misura, è adesso un gigantesco database con le informazioni dettagliate su circa un terzo del corpo elettorale americano.

I fatti, ricostruiti dalle inchieste del Guardian e del New York Times, finiscono qui.

Il resto, nonostante quello che è stato detto e scritto, sono soltanto ipotesi che lasciano ovviamente spazio a una serie di domande imbarazzanti.

La prima: Cambridge Analytica ha davvero favorito la vittoria di Donald Trump in America e il successo dei ProBrexit in Gran Bretagna? Diversi studiosi sostengono che, a meno di una campagna iniziata da molto tempo, è difficile che una serie di messaggi, per quanto mirati e su misura, siano così efficaci da farti cambiare idea a ridosso delle elezioni: semmai possono rafforzare una posizione già presente. La sottile linea rossa che ha segnato la la differenza tra una vittoria e la sconfitta (nel caso di Trump si parla di 80.000 voti in tre Stati chiave, per la Brexit di una differenza di soli due punti percentuali) lascia tuttavia spazio al sospetto che una campagna di pressione mirata potrebbe avere avuto il suo peso. Questo almeno è quello che andava ripetendo con orgoglio Alexander Nix, amministratore delegato della Cambridge Analytica, rimosso pochi giorni fa dopo una intervista “rubata” da Channel4 in cui spiegava che i tra i mezzi impiegati dalla società per aiutare i candidati che si erano rivolti a loro, c’era anche un lavoro meno informatico e tecnologico, come la creazione di finti dossier o il coinvolgimento di “bellissime prostitute ucraine” come trappole sessuali per screditare gli avversari.

La seconda domanda riguarda ovviamente Facebook: davvero il colosso di Menlo Park non sapeva, come ha detto ieri Zuckerberg, che Kogan avrebbe passato i dati a Cambridge Analytica? E cosa sarebbe successo senza il pentimento di Christopher  Wylie, ex ricercatore dell’azienda di Mercer che ha spifferato tutta la faccenda al Guardian e al New York Times: saremmo venuti lo stesso a conoscenza della fuga di dati? E ancora: possiamo escludere che ci siano altre aziende con i dati raccolti segretamente da Facebook?

E qui si arriva alla terza domanda: esiste un modo per usare la Rete senza finire nei server dei Bannon di turno? Certo, utenti più accorti avrebbero evitato di utilizzare app dove si richiedono le credenziali di Facebook (a proposito, evitate di farlo) ma la sostanza non cambia: la tutela della privacy, chiodo fisso di Stefano Rodotà, non era e non è una fissazione da giuristi. Se la Rete, piaccia o meno, è diventata parte integrante della nostra giornata, del nostro lavoro e della nostra vita sociale è inevitabile chiedere, anzi pretendere norme che garantiscano, nella pratica e non a parole, la protezione dei dati. Il 25 maggio entrerà in vigore nei Paesi Ue il Gdpr, il nuovo regolamento europeo sulla privacy che prevede misure più stringenti e sanzioni fino al 4% del fatturato. Il nuovo regolamento non ha valore retroattivo ma, tanto per farsi un’idea, una violazione commessa da Facebook nel 2016, che quell’anno raggiunse un fatturato di 27,64 miliardi, costerebbe a Zuckerberg una multa da un miliardo di dollari. Basterà a fermare la nascita di nuove Cambridge Analytica? Difficile crederlo. Anche perché senza una forte presa di coscienza da parte dei nuovi e vecchi cittadini digitali è inevitabile che la Rete, bene pubblico gestito da pochi e ricchissimi privati, possa sempre riservare spiacevoli sorprese. Non sarebbe il caso di parlarne?

Il fatto grave, quello su cui tutti dovremmo riflettere, è ciò che la politica rischia di diventare nell’era, ormai inarrestabile, dei Big Data: non più l’arte di risolvere i problemi di una comunità, ma l’utilizzo della comunità per risolvere i problemi di una, sempre più ristretta, classe dirigente. E’ questo quello che ci aspetta?