Cade dalla finestra durante un controllo. Il silenzio sul volo di Hasib

Un controllo domiciliare, un’azione di polizia verosimilmente non autorizzata né dalla magistratura né dai superiori. Un giovane disabile che vola dalla finestra e finisce all’ospedale in coma vigile e con diverse fratture. Una relazione di servizio che non spiega tutto, anzi sembra lasciare aperti molti interrogativi. Un caso apparentemente semplice, che in teoria dovrebbe essere già stato risolto. Perché da una parte c’è Hasib Omerovic, 36 anni, con gravi problemi all’udito e incensurato, ricoverato dal 25 luglio scorso. Dall’altra quattro agenti che avrebbero il dovere di chiarire la dinamica dell’incidente e , in pratica, tutto l’interesse a evitare un’indagine per tentato omicidio che ora la Procura sembra intenzionata ad aprire.

Eppure tutto tace fino a pochi giorni fa, quando la storia di Hasib finisce in un’interrogazione di Riccardo Magi, esponente di “+Europa” al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e da qui sui giornali. Poco più di cinquanta giorni ha impiegato lo strano destino di quest’uomo per forare una formidabile cappa di silenzio, una cecità burocratica forse dovuta alle sue origini Rom, o forse alla “colpa” di vivere in un quartiere difficile alla periferia di Roma, Primavalle, insieme a molti altri invisibili. Forse a entrambe le cose. Resta una certezza: se i familiari di Hasib non avessero contattato un parlamentare, di questa storia non si saprebbe ancora nulla.

Il volo di Hasib dal primo piano è, fino a prova di qualcosa di diverso, soprattutto una questione di tempo e silenzio. Si può ancora sperare che non si tratti di un nuovo caso Cucchi, il giovane romano malmenato in una caserma dei carabinieri e morto per le botte e la criminale disattenzione di qualche medico. Possiamo augurarci di non dover rammentare ancora una volta il nome di Federico Aldrovandi, morto a Ferrara durante un controllo di polizia. Prima di tutto perché Hasib è fortunatamente ancora vivo e poi perché non spetta a chi questi fatti li commenta emettere sentenze.

Cinquanta giorni di silenzio

Tutto può essere accaduto in quella casa alla periferia ovest di Roma, ma visto l’epilogo, tutto merita di essere spiegato tempestivamente e senza sbavature. Ripercorriamo brevemente i fatti. In un torrido pomeriggio estivo, quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna, tutti in borghese, bussano alla porta di Hasib. Contro di lui non c’è nessuna denuncia ma , pare, solo un post di Facebook che lo accusa di molestare le ragazze del quartiere. In casi del genere, si convoca di solito il soggetto interessato al commissariato, si cerca di capire se esistano elementi che possono dare corpo ad accuse a suo carico, gli si fa capire che il suo comportamento, ancora solo presunto, non è passato inosservato.

Invece gli agenti entrano in casa Omerovic, a quanto pare scattano delle fotografie a Hasib, poi la scena si sposta nella camera da letto del giovane rom e l’unica cosa chiara è che lui viene ritrovato in strada, nove metri più sotto, gravemente ferito. La sorella di Hasib, Sonita, presente al momento di quella che non si può nemmeno definire una perquisizione, visto che nessuno l’ha disposta, dice che gli agenti lo hanno picchiato e spinto giù dalla finestra. Anche Sonita è disabile, affetta da un ritardo mentale. Il suo racconto viene comunque ritenuto attendibile, anche perché nella stanza di Hasib sono stati trovati un lenzuolo sporco di sangue e un bastone di scopa spezzato.

Ilaria Cucchi

Un controllo domiciliare, soprattutto in un caso di molestie presunte, può prevenire, nelle intenzioni di chi lo compie, abusi e violenze di genere, e può quindi essere considerato un’azione legittima anche se formalmente non ineccepibile. Anche per questo cinquanta giorni sembrano tanti, troppi per dare pubblicità a un avvenimento che comunque dovrà essere chiarito. Dai mattinali di polizia ai giornali arrivano quotidianamente notizie molto meno gravi. E’ evidente che un fatto del genere rischia di gettare una luce negativa sulle forze dell’ordine, ma proprio per questo l’unica scelta da non fare era quella di un silenzio prolungato.