Bruxelles
manda Varsavia
in tribunale

Il governo sovranista di Mateusz Morawiecki rischia di buttare dalla finestra i 53 miliardi di euro che il Next Generation EU destina alla Polonia. Nei giorni scorsi infatti la Commissione europea ha avviato la procedura d’infrazione contro Varsavia per le due sentenze con cui la Corte costituzionale, addomesticata dal governo, il 20 luglio e il 7 ottobre ha preteso di affermare la preminenza del diritto nazionale polacco sul diritto comunitario sancito dai Trattati.

Mateuisz Morawiecki

La questione, ora, verrà sottoposta alla Corte di Giustizia europea, la quale dovrà stabilire l’entità della pena che il governo Morawiecki sarà chiamato a pagare. Una sanzione pecuniaria, anche pesante, è scontata, ma non è da escludere che si arrivi al congelamento della quota dei fondi di pertinenza della Polonia nel NGEU. Come qualcuno ricorderà, infatti, quando le istituzioni di Bruxelles approvarono gli stanziamenti di quello che allora si chiamava Recovery Fund l’attribuzione delle sovvenzioni a Varsavia e a Budapest fu condizionata al rispetto da parte dei loro governi dei canoni dello stato di diritto. Grazie alla mediazione dell’alllora cancelliera tedesca Angela Merkel, il blocco venne temporaneamente sospeso, ma si demandò proprio alla Corte di Giustizia il giudizio definitivo.  Le sentenze della Corte costituzionale polacca, frutto di interferenze e manipolazioni del governo contro l’indipendenza della Corte stessa, nonché più in generale le continue intromissioni del governo e del partito di Morawiecki, il PiS, nelle nomine e negli atti dei giudici, costituiscono gravi ed evidenti violazioni dei canoni dello stato di diritto.

Un “ricatto”?

A Varsavia commentatori e osservatori vicini al governo strepitano contro quello che definiscono un “ricatto”, ma la posizione giuridica della Commissione è estremamente chiara: chi vuole stare nell’Unione europea deve accettare tutti gli aspetti dei Trattati che ha a suo tempo liberamente firmato e il Trattato in vigore non consente dubbi in merito al principio della preminenza del diritto comunitario su quello degli stati nazionali. E non si tratta solo di una questione di principio. I giuristi dell’Unione sottolineano il fatto che se dovesse passare il fatto che ogni stato si arroga il diritto di giudicare in proprio su questioni che riguardano la comunità degli stati dell’Unione si creerebbe il caos e cadrebbero tutte le politiche comunitarie, a cominciare dal mercato unico.

Vignetta di Voxeurop

Questa posizione della Commissione era stata ribadita dalla presidente in ottobre, proprio all’indomani della seconda sentenza “ribelle” della Corte polacca e già allora Ursula von der Leyen aveva preannunciato di avere l’intenzione di “ricorrere a tutti gli strumenti consentiti dai Trattati” per ristabilire la legalità.

Nelle settimane scorse, quando si è profilato lo scontro, i media vicini al regime e quelli che anche all’estero simpatizzano con il sovranismo dell’attuale regime polacco hanno cominciato ad agitare lo spauracchio della Polexit. Ma si tratta di un’arma spuntata: la situazione a Varsavia e dintorni è ben diversa da quella che si configurò a suo tempo in Gran Bretagna. Secondo tutti gli istituti di ricerca, la stragrande maggioranza dei polacchi non avrebbe la benché minima intenzione di uscire dall’Unione europea e un eventuale referendum sarebbe un bagno di sangue per il governo.