Brexit, un referendum
confermativo
per uscire dal caos

Sulle montagne russe della Brexit non è sempre facile tenersi forte. Non ci si annoia mai, ma sono tempi pericolosi e buttarla in farsa comincia a suonare male: indebolire adesso l’Europa è un’opzione piena di conseguenze. A ridosso del summit europeo per decidere un’inevitabile estensione del periodo transitorio, la novità è la decisione del leader laburista Jeremy Corbyn, finora tiepido nei confronti di un nuovo referendum, di sostenere in parlamento un emendamento che ridarà la parola ai cittadini. È stato scritto, con l’appoggio trasversale di molti conservatori, dai deputati laburisti Peter Kyle e Phil Wilson.

Il nuovo voto popolare offrirebbe una chiara scelta: confermare la decisione di lasciare l’Europa approvando l’intesa raggiunta dalla May,oppure restare nell’Unione. L’iniziativa potrebbe finalmente rompere l’impasse politica e ha il sostegno di tory di peso, come Sarah Wollaston, Dominic Grieve e Anna Soubry. Diverrebbe insomma vincolante la condizione di passare attraverso l’approvazione dei cittadini britannici, con un secondo referendum, stavolta confermativo. Se il risultato fosse un no al patto raggiunto dalla prima ministra Theresa May con l’Unione Europea, il Regno Unito automaticamente si ritroverà, senza altri passaggi, nuovamente membro a pieno titolo dell’Unione Europea. Domenica Corbyn ha dichiarato che, dopo aver esaminato con Wilson e Kyle l’emendamento che restituirebbe l’ultima parola al popolo, “siamo d’accordo e lo sosterremo”. Quando gli è stato chiesto se è entusiasta all’idea di un secondo referendum Corbyn ha risposto “sono entusiasta di raggiungere con l’Europa un’intesa che ci garantisca le relazioni commerciali, protegga i posti di lavoro e l’industria di questo Paese. Credo che il popolo debba poter avere una scelta”. Infine, quando Sophie Ridge di Sky gli ha chiesto come voterebbe, Corbyn ha risposto:” Dipende dalla scelta che abbiamo di fronte”.


Intanto l’Unione Europea può solo sperare che vi sia un vero fatto nuovo, e l’indizione di un referendum certo lo sarebbe, per dare un senso al prolungamento dell’articolo 50. I 27 Paesi membri non si fanno alcuna illusione che un cambio della guardia a Downing Street possa aiutare a disinnescare la Brexit, divenuta oramai un ordigno politico fuori controllo (altro che “riprendiamoci il controllo”, come diceva lo slogan dei favorevoli all’uscita!). Martin Selmayr, conosciuto come un maestro di strategia, secondo i verbali di una riunione tra ambasciatori dell’Unione e dirigenti di Bruxelles, ha chiesto ai suoi colleghi: “Immaginiamo che scelgano un nuovo segretario alla Brexit e un nuovo primo ministro. E allora? L’articolo 50 è stato concordato e l’intero processo è finito. Deve essere chiaro che il punto di partenza non è una rinegoziazione dell’accordo”.
Le cose insomma sono ormai andate talmente avanti che solo un referendum potrebbe togliere il chiavistello dalla gabbia in cui si sono messi i negoziatori britannici. In un articolo sul Sunday Telegraph, Theresa May chiede ora “un onorevole compronesso”, mentre Corbyn sta scrivendo ai singoli parlamentari di tutti i partiti “per discutere un compromesso politicamente trasversale”. Non si vede a cos’altro possano ragionevolmente pensare i due avversari se non un a referendum confermativo, visto che le altre opzioni sono le seguenti : andarsene (o essere accompagnati all’uscita) senza alcun accordo, nuove elezioni o la nomina parlamentare di un neo-primo ministro che erediterebbe una situazione ormai cristallizzata, una rinegoziazione considerata risibile da Bruxelles dopo tre anni di tira e molla o, infine, un voto di sfiducia che, come in un gioco dell’oca, farebbe tornare a girare tutte le ipotesi elencate. E, a questo punto, la conversazione del tè del Cappellaio Matto in Alice nel Paese della Meraviglie sembrerebbe di una coerenza adamantina.
L’emendamento Kyle-Wilson è il solo che può restituire lucidità alla conversazione politica britannica. Per tre anni si è preferito ignorare che gli accordi del Venerdì Santo del 1998, che misero fine a una guerra orrenda in Irlanda, presuppongono sempre e comunque un confine aperto con l’Europa. Questo implica evidentemente, piaccia o meno, un’unione doganale di fatto, quindi tariffe e standard in ogni caso allineati con l’UE. Chi accusa, anche con ragione, l’Unione Europa di essere ancora solamente un’alleanza difensiva, di mero mantenimento della pace nel continente,dovrà rendersi conto che anche questo primo, finora scontato passo sarebbe messo in forse se si rinchiudesse di nuovo l’Irlanda in confini rigidi, alla mercé di fantasmi del passato.
Ora c’è una via d’uscita, un referendum confermativo. Valgono ancor di più oggi le quattro righe, all’epoca inascoltate, scritte da 300 storici prima del referendum del 2016: “Pensiamo che la Gran Bretagna abbia avuto nel passato e avrà in futuro un ruolo insostituibile in Europa. Abbiamo di fronte una scelta: stringerci in un angolo, condannando noi all’irrilevanza e l’Europa alle divisioni e alla debolezza; oppure riaffermare il nostro impegno con l’UE e rafforzare la coesione in un mondo pericoloso”.