Brasile, la posta in gioco al ballottaggio presidenziale

Il risultato delle elezioni presidenziali del 2 ottobre 2022 in Brasile ha sorpreso per la magra vittoria di Lula (48%) su Bolsonaro (43%), quando tutti i sondaggi ufficiali indicavano una differenza molto maggiore e alcuni addirittura la vittoria di Lula al primo turno. La disputa ora si estenderà fino al prossimo 30 ottobre, quando si terrà il secondo turno. L’affermazione elettorale della volontà di superare un governo che si presentava come una minaccia per il percorso di democratizzazione che la società ha intrapreso da più di 30 anni è stata rimandata e ora non si sa se, di fatto, prevarrà nelle urne.
Lula è arrivato al primo posto perché non ha permesso che la sua campagna elettorale diventasse di sinistra pura e perché è riuscito a ottenere qualche sostegno da personalità della società civile, del mondo della cultura, dell’impresa e dei sindacati. Stabilendo Geraldo Alckmin come suo vice, Lula ha avviato un moto di indebolimento organico di un avversario tradizionale, il Psdb, già vacillante per problemi e divisioni interne.

Bolsonaro ha radicalizzato la sua campagna

È stato un colpo efficacemente assestato, come dimostrano i risultati. Ma questo non ha nulla a che vedere con l’idea di un “ampio fronte” contro il fascismo, come è stato strombazzato in occasione di ogni sostegno che ha ricevuto la candidatura di Lula. Con Bolsonaro che radicalizzava le sue posizioni e minacciava quotidianamente le elezioni e il rispetto dei loro risultati, quello che è successo è che Lula è rimasto un polo di attrazione basato sulla sua aspettativa di vittoria, che è rimasta robusta nei sondaggi. Ma ciò non è stato sufficiente per oltrepassare la soglia cruciale del 50%.
La resilienza di Bolsonaro si è rivelata maggiore del previsto ed è stata soprattutto una dimostrazione di forza per le vittorie ottenute alle elezioni per diversi governi statali, per il Senato della Repubblica e nell’ampliamento dei banchi dei sostenitori alla Camera dei Deputati – il suo partito, il Partito Liberale (Pl), è avanzato a quasi 100 deputati che, aggiunti ai loro alleati del Centrão, costituiranno una maggioranza sicura al Congresso. Il fatto degno di nota è che Bolsonaro ottiene un notevole successo eleggendo sostenitori più in sintonia con i suoi scopi ideologici rispetto al 2018, quando tale sostegno era ancora scarso.

Le radici dell’estrema destra

Foto di Marcos da Pixabay

Se si prendono in considerazione tutti i risultati, è chiaro che l’estrema destra ha messo radici nella scena politica brasiliana, una situazione storicamente nuova. Se Lula vincerà il secondo turno, le difficoltà di governo saranno enormi a causa della composizione del Congresso, che avrà sicuramente una maggioranza orientata al bolsonarismo e al Centrão. D’altra parte, se Bolsonaro vincerà, il percorso verso cambiamenti illiberali nelle istituzioni politiche del Paese sarà facilitato, in particolare nel sistema giudiziario. Pertanto, i risultati emersi dalle urne non sono stati di poco conto.
Il voto di Lula esprime certamente la sua sagacia politica e popolarità. Ma mostra anche un leader immensamente più grande del suo partito e bloccato in un tipo di politica dal profilo personalista, poco avvezzo ad articolazioni costruite su programmi di partito o ampie coalizioni. Da questo punto di vista si registra una coincidenza con Bolsonaro, che non crede nei partiti politici, non è stato in grado di costruirne uno che potesse controllare pienamente, ma ha dimostrato la capacità di portare avanti la tipica politica del Centrão che opera alleanze specifiche e mirate in cui il sostegno parlamentare viene contrattato per garantirsi determinati provvedimenti e benefici.

Il fronte democratico non si è ancora concretizzato

Se a destra Bolsonaro fa una politica del “vale tutto”, nel campo della sinistra la proposta di un “fronte democratico” non si è mai affermata come formula produttiva dal punto di vista elettorale, restando piuttosto nell’ambito della retorica; in ogni caso si è giunti a un unico punto positivo, ovvero l’identificazione tra il “fronte democratico” e la difesa della democrazia. Lula e il Pt hanno impostato la strategia elettorale esclusivamente in questi termini.
In effetti, il pluralismo politico che caratterizza la società, l’adesione alla competizione politica come legittima sfera democratica e il predominio della cosiddetta “democrazia del pubblico” (o audienza), sono alcuni degli elementi che hanno ostacolato la possibilità di successo della formula del “fronte democratico”, primo dal punto di vista politico e dopo elettorale.

E’ stata questa impossibilità a far naufragare la candidatura del centro politico, rendendo più facile per Lula far passare l’idea della identificazione tra la sua candidatura e la “salvezza” della democrazia di fronte alla minaccia di continuità di Bolsonaro. Ma, d’altra parte, ha fatto perdere a quello stesso centro politico la capacità di espandere la propria influenza sull’elettorato di centrodestra o di destra moderata che ha finito col propendere per Bolsonaro, accrescendo in modo significativo i consensi verso una sua rielezione.
Come ho affermato in un precedente articolo (qui il link), il ritorno di Lula e la polarizzazione che si è instaurata con Bolsonaro hanno finito per condizionare i termini della disputa elettorale, divenuta un confronto tra opzioni nette e non comunicanti: “noi contro loro”; “bene contro male”.

L’alternativa democratica non si è strutturata

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In tale situazione, l’unica alternativa per le forze del centro politico sarebbe consistita nella strutturazione di un “nuovo polo elettorale”, con l’obiettivo di cambiare la direzione assunta dalla disputa politica, di stemperare il clima di scontro frontale e senza compromessi. E ciò non significava, come alcuni hanno capito, allontanarsi dalla difesa della democrazia. Questo “nuovo polo” avrebbe potuto rappresentare una vera e propria “alternativa democratica e progressista” all’attuale polarizzazione che appare dannosa per la democrazia brasiliana.
Un polo al centro che sarebbe stato, in un certo senso, “eccentrico”, con diversi esiti amministrativi per mostrare e attirare elettori attraverso una proiezione di questi risultati nell’immediato futuro. E ancora tra i suoi obiettivi: spostare il discorso e la lotta politica su un terreno che non fosse solo democrazia contro fascismo e presentasse temi più legati alla valutazione oggettiva e soggettiva dei progressi del capitalismo brasiliano e delle sue potenzialità legate alle dimensioni dell’impegno sociale, dell’innovazione tecnologica e della modernità ecologica. In questi tre campi Bolsonaro e Lula appaiono entrambi come leader precari e poco convincenti.

La polarizzazione sui due leader

Ma nulla di tutto ciò è accaduto e la disputa elettorale ha finito col ridursi allo scontro di due miti, Lula e Bolsonaro. Secondo il giornalista politico Luiz Carlos Azedo, del Correio Braziliense, Lula “è il leader metallurgico che è arrivato lì, ha passato il pane che il diavolo ha impastato dopo aver lasciato il potere ed è rinato dalle ceneri, come una fenice. Bolsonaro è il ‘mito’ che ha sfidato il sistema, costruito una carriera politica controcorrente, si è lanciato alla corsa alla presidenza con personalità e coraggio, è sopravvissuto all’attentato che lo ha lasciato tra la vita e la morte nella fase finale della campagna del 2018”.

Il primo cerca il suo “ritorno al potere, con il peso degli scandali del suo governo e un’eredità di conquiste sociali”, mentre il secondo cerca la rielezione, “con un’agenda conservatrice e il peso di un governo goffo, una mancanza di empatia e una maleducazione misogina”.
Tale polarizzazione si è rivelata una condanna che ora portiamo al secondo turno. Il paese che Lula e Bolsonaro si stanno contendendo sta attraversando una crisi che si osserva a occhio nudo. Secondo un recente editoriale dello Estado de São Paulo, “la fame è tornata a perseguitare milioni di brasiliani. La nostra immagine internazionale è un disastro. Il quadro fiscale è stato devastato. I programmi di welfare sono stati sostituiti da pretese elettorali. L’inflazione si è ritirata solo a colpi di mazza per contenere i prezzi del carburante. Le politiche pubbliche nei settori della salute, dell’istruzione, dell’ambiente, della cultura e della scienza sono state distrutte per accogliere gli emendamenti elettorali miliardari dei parlamentari”.

Come governare l’economia? come fermare la corruzione?

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E non saranno parole al vento a convincere gli elettori che a fine mese torneranno alle urne. Per questo, come afferma Marcelo Godoy, giornalista dello Estado de São Paulo, è inquietante vedere che nessuno sappia come Lula, a differenza del 2002, intende affrontare le questioni economiche in un mondo segnato da nuovi conflitti geopolitici e vecchie sfide, come la disuguaglianza nel paese; o come si comporterà nel senso di prevenire la corruzione e relazionarsi con un Congresso ostile, che controlla il 50% degli investimenti di bilancio.

Queste sono solo alcune domande, ma ci sono altre preoccupazioni. Finora le alleanze indicate dal Pt restano all’interno del tradizionale campo di sinistra. Basta avere occhi per vedere che, con l’approssimarsi del secondo turno, Lula e il Pt saranno sfidati a pensare e a costruire una più ampia coalizione se vorranno vincere le elezioni e poi governare.
Gli elettori hanno posto alla sinistra brasiliana una sfida insolita che può essere risolta solo andando oltre il famoso dilemma socratico che prevedeva il “conosci te stesso”, aggiornandolo a una formula più semplice: “reinventa te stesso” qui e ora.

E se Lula perdesse?

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L’eventuale vittoria di Bolsonaro al secondo turno rappresenterebbe il blocco definitivo del progresso democratico che la società brasiliana sta vivendo dalle elezioni del 1974, all’inizio della lotta politico-istituzionale contro la dittatura. Come ha affermato l’economista Sérgio Buarque, “se Bolsonaro vince le elezioni, ha pronto l’itinerario per smantellare le istituzioni democratiche, presidiare l’STF e controllare il Congresso, promuovere cambiamenti nella Costituzione che accrescono il suo potere e strangolano la stampa. Dopo il disastro sociale, economico e ambientale del suo governo e il degrado dell’immagine internazionale del Brasile, Bolsonaro non ha mai nascosto il suo progetto di instaurare un regime autocratico e ora avrebbe una base politica più solida al Congresso. Pertanto, per salvare la democrazia brasiliana, è necessario impedire la rielezione di Jair Bolsonaro”.

Se Lula vincesse sarebbe possibile una ripresa democratica

La probabile vittoria di Lula rappresenterebbe una sopravvivenza di quello stesso moto pluridecennale di sviluppo della democrazia. Come afferma il politologo Luiz Werneck Vianna, sarebbe l’apertura di una possibilità per il Paese di riscoprire il “filo della matassa” – nel senso di “sbrogliare la matassa” – perso con gli errori passati dei governi del Pt, in particolare di Dilma, del suo impeachment, del governo Temer e, infine, degli ultimi difficili anni sotto Bolsonaro.

Questo “filo della matassa” ha una doppia dimensione.

  1.  A livello più generale e storico, il massimo sforzo per superare una società formata sulla base dei latifondi e della schiavitù. Questo superamento, insomma, sarebbe il nome di “socialismo” nelle terre brasiliane; è ciò che starebbe alla base del movimento democratico di cui sopra;
  2. A livello più direttamente politico, rappresenterebbe la possibile ripresa del “trasformismo positivo” (Luiz Werneck Vianna) che ha caratterizzato la storia brasiliana a partire dalla ridemocratizzazione del paese, un processo tortuoso ma ascendente che sarebbe minacciato da Bolsonaro e dal suo programma regressivo e distruttivo.

Bolsonaro rieletto sarebbe l’espressione più brutale e compiuta del ritorno del “trasformismo negativo” da sempre presente nel processo di modernizzazione autoritaria che segna il percorso verso la modernità del Brasile. La disputa per la direzione intellettuale e morale che si esprime nell’attuale battaglia elettorale ha come sfondo queste due dimensioni.