Braibanti, poteva essere un bel film
ma Amelio lo ha rovinato con il falso sull’Unità

Confesso che sono andato a vedere “Il signore delle formiche” di Gianni Amelio (qui la recensione di Alberto Crespi) con una buona predisposizione a rivedere il giudizio negativo che mi aveva suscitato la lettura delle recensioni. Speravo che, vedendolo, si potesse ridimensionare il caso che si era creato attorno al ruolo svolto dall’Unità e dal suo direttore in quella assurda e tragica vicenda. Magari è solo un passaggio del film, pensavo, magari qualche critico ha esagerato. Invece no, sono uscito dal cinema abbastanza irritato. Diciamo la verità; abbastanza indignato per come il giornale nel quale ho lavorato per quasi quarant’anni viene raccontato nel film. Falsificando completamente la realtà dei fatti, le posizioni dei protagonisti, la cultura che esprimeva all’epoca il quotidiano dei comunisti italiani.

Elio Germano è Paolo Gambescia

Trailer su YouTube, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=9486051

Il personaggio del cronista dell’Unità, interpretato da un bravissimo Elio Germano, non ha una parte secondaria nel film che racconta la vicenda di Aldo Braibanti. È abbastanza centrale, soprattutto nella seconda parte. Così come centrale è il suo rapporto con il direttore del giornale comunista, descritto come uno squallido avvoltoio che se ne frega di Braibanti e anzi lo considera un “vizioso”. Durante tutto il processo il cronista Germano segue il caso con passione, con empatia, riesce persino a stabilire un rapporto di fiducia e di amicizia con Braibanti incarcerato. Ma i suoi articoli, si narra, vengono sempre corretti, tagliati, modificati. Ed è costretto, pensate un po’, anche a inserire ogni volta, in un articolo di giudiziaria, l’elogio del “grande partito della classe operaia”. Quasi una macchietta. Alla fine, il povero giornalista viene maltrattato dal direttore – intento, ovviamente, a intrattenere una delegazione sovietica in visita al giornale – e cacciato dall’Unità: licenziato. La sua colpa è aver parteggiato per Braibanti.

Ora, tutta questa storia è un clamoroso falso. Quel cronista interpretato da Germano nella vita vera corrisponde a Paolo Gambescia che in quel lontano 1968 seguì il processo Braibanti scrivendo articoli molto critici con l’impianto accusatorio definito da “caccia alle streghe”. Ma Gambescia, ovviamente, non è mai stato licenziato dall’Unità, dove invece ha lavorato per moltissimi anni ancora, per poi andare al Messaggero e ritornare successivamente – pensate come era stato maltrattato – in qualità di direttore.

Il direttore era Maurizio Ferrara

Ma non è tutto: il direttore reale dell’Unità in quel 1968 era Maurizio Ferrara, il papà di Giuliano, che era un moderato, uno della destra del partito per intenderci, un giornalista di razza. Grazie a lui l’Unità riuscì a capire quello che in quell’anno stava modificando la società italiana e che avrebbe lasciato un segno forte: il movimento degli studenti. Schierò il giornale dalla loro parte, a volte anche in contrasto con le idee di qualche dirigente di Botteghe Oscure, perché era convinto che fossero potenti le “ragioni degli studenti”.

Un falso storico

Bene, Maurizio Ferrara, in occasione del caso Braibanti non solo non maltrattò il cronista, non solo non lo licenziò, ma scrisse un editoriale in prima pagina intitolato “Un processo aberrante”. In quell’articolo il vero direttore dell’Unità non parlava di “viziosi”, ma scriveva che il reato di plagio era “lanciato addosso al prof. Braibanti per proteggere ciò che nella torva borghesia clericale di Piacenza si considerano i ‘buoni costumi’”. E aggiungeva: “Ne è nato un processo aberrante, un rilancio dei temi dell’Inquisizione, una chiassata avvocatesca di tipo razzista contro il terzo sesso”.Nemmeno sotto l’imperio del regime fascista – accusava – la lotta in difesa del conformismo razzista che voleva i giovani tutti “fusti”, tutti rasati a zero, e tutti ignoranti (per poi mandarli meglio a morire ammazzati in Russia o in Africa) era giunta a tanto”. Continuava parlando di “caccia alle streghe”, di “ferocia razzista”, di “moralismo oscurantista” così “spietato” da attestarsi su “una “tradizione” benpensante marcia fino alle midolla”.

Sfido chiunque a interpretare questo editoriale (che potete leggere integralmente qui) come il pensiero di un becero comunista che se ne frega non solo di Braibanti e degli omosessuali, ma anche dei diritti, dell’umanità, del cambiamento dei costumi.

Sulla prima pagina del giornale diretto da Ferrara dopo la condanna a quattordici anni di Braibanti il titolo fu: “Sentenza da caccia alle streghe. Vivaci proteste contro i giudici”. E il giorno dopo, in un corsivo che criticava duramente il giornale Il Tempo, che ovviamente esultata per la condanna, l’Unità sosteneva che quella sentenza “apre la strada ai più inquietanti arbitri interpretativi e alle intrusioni censorie nella sfera privata del cittadino”. Per questo, concludeva, “stupisce e allarma chi crede nella giustizia e nella democrazia”.

Una brutta storia volgare mai esistita

Questi sono i fatti. Qualcuno può dire: ma il film di Amelio è liberamente ispirato alla storia. Ma non ci si può liberamente ispirare alla storia quando i riferimenti sono così chiari: nel film quel giornale si chiama l’Unità, non ha un nome di fantasia, e Germano è il cronista del quotidiano del Pci. Il motivo per il quale Amelio è ricorso a questo falso è abbastanza oscuro, almeno per me, considerando che prima di scrivere il copione si sarà avvalso, spero, della consulenza storica di qualcuno che se lo sarà fatto un giro negli archivi.

In ogni caso si tratta di un falso gratuito e irritante, che rovina un film che poteva essere un bel film. E che, fatto ancor più grave, racconta ai tanti spettatori che lo hanno visto o lo vedranno – e che non avranno né il tempo né la voglia di andarsi a cercare la verità – una brutta e volgare Unità che non è mai esistita e che chi ha lavorato nel quotidiano del Pci non ha mai vissuto.