Carlo Bonomi
e il revanchismo
del capitalismo

Chiamato a riaffermare la storica funzione di guida del Paese dell’industria del Nord, Carlo Bonomi, neo presidente della Confindustria, probabilmente dovrà cambiare direzione e calmare gli spiriti di rivincita dei suoi associati verso il governo, la politica e la burocrazia romana per fronteggiare, invece, una nuova grande depressione. Se la pandemia Covid-19 farà crollare il Pil del 9% quest’anno, come stima il Fondo Monetario Internazionale, ci sarà ben poco da contestare anche per gli imprenditori. Bisognerà rimboccarsi le maniche e collaborare con il governo e il mondo del lavoro per salvare la baracca. La nuova fase di emergenza può essere anche un’occasione di riscatto per i corpi intermedi come Confindustria e i sindacati vittime del decisionismo politico, da Berlusconi a Renzi, e della disintermediazione tanto di moda quanto inutile degli ultimi anni.

Piccolo imprenditore del settore biomedicale, le sue imprese fatturano circa 17 milioni di euro l’anno, Bonomi è presidente di Assolombarda e proprio la forza della prima organizzazione territoriale delle imprese lo ha portato ai vertici di Confindustria doppiando i voti della concorrente torinese Licia Mattioli. Bonomi è fortunato: Confindustria è ridotta malissimo, può solo risalire. C’è stato lo scandalo delle copie gonfiate del Sole24Ore, l’ex vicepresidente per la legalità Antonio Montante è stato indagato e condannato per associazione a delinquere, il presidente uscente Vincenzo Boccia è passato senza lasciare tracce se non il quasi fallimento della sua azienda Arti Grafiche. Bonomi si è distinto per un tratto deciso, chiaro nei confronti della politica, ha una buona capacità mediatica, ma tra gli industriali non è un peso massimo, ha poca storia, non è Gianfelice Rocca, Marco Tronchetti Provera, Diana Bracco che, forse, avrebbero dovuto responsabilmente mettersi in campo in questo momento così delicato per il Paese. Il nuovo presidente ha usato il successo economico di Milano e la Lombardia per farsi spazio e trovare i necessari consensi, ma dovrà dire qualcosa sulle distorsioni, le diseguaglianze crescenti e le mancanze del modello lombardo (a partire dalla gestione anche privata della sanità, fallimentare nella pandemia) e sulla strada da perseguire in futuro. Alcuni suoi colleghi di Bergamo, Brescia, Milano volevano mantenere aperte le fabbriche nel pieno dell’emergenza e anche oggi cercano scorciatoie per ripartire mostrando così quanto sia importante il profitto rispetto alla salute.

Bonomi ha davanti un interrogativo che riguarda tutto il Paese, non solo gli industriali. L’economia può ripartire come se non fosse successo nulla? I rapporti tra imprese e lavoro possono restare immutati, sotto la governance fallimentare della globalizzazione? In questo passaggio storico, che è molto di più di una brutta stagione, s’impone un cambiamento radicale del modello economico in cui viviamo, almeno di una rettifica profonda dell’attuale capitalismo perché già oggi è mutata la relazione tra Stato e mercato. Le responsabilità pubbliche sono largamente prevalenti su quelle private. Non si può chiedere, come fanno già alcuni allarmati commentatori e analisti sui giornali, che lo Stato faccia il suo dovere nell’emergenza, salvando imprese e lavoro, e poi, quando la crisi sarà passata, innesti la retromarcia lasciando spazio ai vecchi protagonisti, campioni privati del mercato, beneficiari del denaro pubblico. Questa storia si è già ripetuta troppe volte. I drammatici eventi del nuovo millennio, gli attentati del 2001 e la crisi economica del 2008 non hanno insegnato nulla. Bisogna trovare idee, progetti, strade per cambiare l’economia e la società, una metamorfosi in cui lo Stato avrà un ruolo determinante e prevalente.

Si può immaginare che dal mondo industriale vengano idee, aperture, qualche disegno progettuale ambizioso e duraturo per il futuro? Bonomi può pensare, ad esempio, di riprendere il confronto con il mondo del lavoro partendo dall’articolo 46 della Costituzione: “La Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”? E’ immaginabile che in questa stagione faticosa, che molti paragonano al dopoguerra, imprenditori e lavoratori trovino forme innovative di collaborazione dentro la fabbrica, nella gestione dell’impresa? Confindustria e sindacati, ciascuno con la propria storia, possono cogliere questo momento per sparigliare le carte della politica e del governo con proposte coraggiose, davvero di rottura, e riproporsi a pieno titolo come protagonisti nel rilancio del Paese. Già prima della pandemia, nel mondo economico, sindacale e universitario sono emersi i temi dell’ambiente, delle tutele sociali, di un efficiente governo societario come strumenti per superare il retaggio di un capitalismo generatore di ineguaglianze, soprusi e privilegi. Sotto la sigla ESG (environmental social governance) si è sviluppato nel mondo Occidentale e in Italia un flusso di elaborazione culturale ed economica finalizzato a rendere l’impresa più sostenibile, attenta verso i lavoratori, i consumatori, le comunità in cui opera. Già questo orientamento, questa filosofia della sostenibilità, dello sviluppo inclusivo, chiama in causa la partecipazione dei lavoratori negli organi di governo delle aziende con meccanismi da definire. La tremenda crisi in cui siamo precipitati può avviare questo processo di cambiamento, svelando anche probabili ipocrisie e falsità. Tornare al passato, come se nulla fosse successo, comunque non è possibile. Anche Bonomi, nel suo piccolo, è davanti a un bivio: può passare alla Storia oppure occupare lo spazio di una “breve” in cronaca.